La cosiddetta Korean Wave è uno dei movimenti culturali più significativi degli ultimi venticinque anni, che ha raggiunto il suo massimo riconoscimento internazionale con il successo di fenomeni come i BTS e Squid Game, per quanto riguarda la musica e la serialità, e soprattutto con l’incetta di premi da parte di film come Parasite, capolavoro del regista Bong Joon-ho. Un immaginario che ha saputo imporsi a livello globale, influenzando anche prodotti culturali occidentali mainstream come Kpop Demon Hunters, premiato agli scorsi Oscar come miglior film d’animazione.
Un’ispirazione Made in Korea
E proprio dal cinema e da certa serialità sudcoreana prende ispirazione anche Beef – Lo scontro, serie antologica di ritorno su Netflix con la sua seconda stagione a partire dal 16 aprile. Una produzione targata A24 (il fenomeno Everything Everywhere All at Once, la recente serie Margo ha problemi di soldi) che non guarda all’aspetto più superficiale, fatto di canzonette e colori sgargianti, dei prodotti Made in Korea, ma a tutte quelle narrazioni, sia cinematografiche che televisive, che parlano della brutalità dell’odierna società capitalista, sempre con una certa propensione per il grottesco (esempi come No Other Choice, ma anche la succitata Squid Game, se vogliamo rimanere in territori più pop).
Ma la Corea non è solo presente tematicamente nella serie creata da Lee Sung Jin (Tuca & Bertie, Undone), lui stesso americano di origini coreane, ma anche “fisicamente”, sia come ambientazione (parte dell’azione ha luogo in un centro di medicina estetica a Seoul) che nel nutrito cast (al di là del protagonista coreano-americano Charles Melton, troviamo come guest di lusso uno dei volti più rappresentativi di quella cinematografia, il grandissimo Song Kang-ho). Oltre a questa consistente presenza coreana, Beef – Lo scontro vede anche il ritorno del regista e produttore esecutivo Jake Schreier, reduce dalla sua recente trasferta in casa Marvel (Thunderbolts*).

Una stagione che si prende il suo tempo
Al centro di questa nuova annata di Beef – Lo scontro troviamo i fidanzatini novelli Ashley (Cailee Spaney, fra i protagonisti di Wake Up Dead Man – Knives Out) e Austin (il sopraccitato Melton), entrambi dipendenti di un esclusivo country club. Una sera la giovane coppia, in rientro dal lavoro, assiste per caso a un furioso litigio fra Josh (Oscar Isaac), insopportabile manager del club, e la moglie Lindasy (Carey Mulligan). Un evento che legherà indissolubilmente i quattro, coinvolgendoli in un gioco di favori e ricatti nel tentativo di accaparrarsi le simpatie della nuova proprietaria, la presidente Park (Youn Yuh-jung).
Si prende il suo tempo questa seconda stagione di Beef – Lo scontro, preferendo un approccio che gli anglofoni definirebbero “slow burn” rispetto ai fuochi d’artificio dell’annata precedente (trovate qui la nostra recensione). Al posto dei toni sopra le righe di certi lavori dei fratelli Coen (Fargo e Burn After Reading in primis), dove le cose fanno presto a degenerare in modo inaspettato e irreparabile in una escalation fuori controllo, questa volta la serie si prende il suo tempo per tratteggiare le personalità e i rapporti interpersonali delle due parti contrapposte.

Un risultato interessante ma meno divertente
Coppie all’apparenza agli antipodi, una di squattrinati e ingenui gen Z, l’altra di privilegiati e senza scrupoli millennial. Una dicotomia che, a primo impatto, sembrerebbe semplice e lineare, con la classica contrapposizione di un duo composto da “giovani-poveri-innamorati-buoni” e uno di “adulti-borghesi-incattiviti-cinici”. Ma il sillogismo messo in scena da Beef – Lo scontro è molto più complesso e sfumato, rivelando presto la vera natura di pedine del sistema capitalista di entrambe le coppie, dove quella più navigata è semplicemente allo step successivo in questo perverso gioco al massacro. Una società dove, essenzialmente, le nullità si fanno la guerra fra loro per le briciole, pensando di contare qualcosa, mentre chi comanda davvero sta a guardare potendosi permettere qualsiasi sopruso, oltretutto rimanendo impunito.
Una seconda stagione abbastanza diversa dalla prima, che riesce a catturare la disillusione e il pessimismo di certo cinema coreano, al contempo tenendosi lontana da alcuni suoi eccessi, almeno nella maggior parte dei casi (nell’ultimo episodio, soprattutto, la situazione inevitabilmente esploderà). Il risultato è sicuramente interessante, e valorizzato da un cast di livello, ma meno riuscito di quanto fatto nella scorsa annata, dove le derive grottesche rendevano il tutto più divertente e scorrevole.


