Il primo è stato Sergio Castellitto, nel 2020, con Il cattivo poeta. Poi è arrivato Paolo Pierobon, scelto prima da Mario Martone in Qui rido io (nel 2021) e successivamente da Joe Wright per M – Il figlio del secolo. Pietro Marcello ha invece optato per Fausto Russo Alesi nel suo ultimo film, Duse, con Valeria Bruni Tedeschi. Ora, con Alla festa della Rivoluzione, è il tempo di Maurizio Lombardi, l’ultimo interprete in ordine cronologico – per il momento: ne arriveranno di sicuro altri – di Gabriele D’Annunzio, il leggendario poeta-guerriero che in vita sua è stato tutto e il contrario di tutto.
All’ombra del mito dannunziano
Un po’ come il fascismo, di cui D’Annunzio è stato, volente o nolente, il padre ispiratore, tanto che – come si vede benissimo nella serie con Luca Marinelli nei panni di Benito Mussolini – il futuro dittatore si trovò costretto a prendere le distanze da una figura così ingombrante come quella del Vate. Attorno a lui c’era un’aura di mito, di invincibilità quasi, che per Mussolini e i suoi nascenti Fasci di Combattimento risultavano più scomodi che altro, e che il cinema stesso ha faticato a scalfire per un intero secolo. Solo negli ultimi anni, appunto, qualcosa sembra essere cambiato.
Nelle opere sopra citate, il poeta pescarese appare in vesti ogni volta diverse: nella versione di Castellitto è un uomo negli ultimi anni della sua vita, tra l’insofferenza nei confronti del regime e i primi segnali di squilibrio psicologico; in Duse è un marito distante, in M – Il figlio del secolo un individuo stoico, deciso e impossibile da piegare. E anche piuttosto solo: lo si vede spesso in esclusiva compagnia di Harukichi Shimoi, il “samurai” che lo accompagnò nell’impresa di Fiume.
Il D’Annunzio di Alla festa della Rivoluzione invece – pur essendo, sulla carta, lo stesso condottiero apparso nella serie Sky, che alla testa di 2500 uomini prese il controllo della città istriana – è costantemente circondato da persone: partecipa a feste, discorsi in pubblico, riunioni governative. È il poeta-leader, fase successiva del guerriero, una voce carismatica che sa come arrivare al cuore del popolo – qualità sempre più rara, oggi, in politica – e arrivò perfino a promulgare una Costituzione idealista (la Carta del Carnaro) che non vide mai davvero la luce, se non nella rimaneggiata e distorta forma fascista, la Carta del Lavoro.

Oltre la Storia, dentro l’ucronia di una spy story
Perché tutta questa attenzione verso questo personaggio? Perché la nuova iterazione di Maurizio Lombardi, attore camaleontico e sempre convincente, è una delle cose migliori del film di Arnaldo Catinari. Il rinomato direttore della fotografia – lo è stato anche qui e si vede, perché il risultato è decisamente ben fatto – di recente si è cimentato anche come regista, prima con serie televisive – Suburra – La serie, Vita da Carlo, Citadel: Diana – e ora con questo primo lungometraggio. Che in realtà non parla solo della conquista di Fiume, ma si addentra in territori poco esplorati dal cinema italiano, un po’ come lo stesso D’Annunzio.
Come nel libro omonimo di Claudia Salaris da cui è tratto, in Alla festa della Rivoluzione la Storia diventa più che altro ucronia, prendendosi tante libertà rispetto all’accuratezza dei fatti. La vera anima del film, infatti, viene svelata fin dalle prime battute, quando qualcuno tenterà di assassinare il Vate: siamo all’interno di una spy story. La protagonista è Beatrice (Valentina Romani), spia russa in cerca di vendetta per un trauma passato, che si trova al centro di un vortice di intrighi, sotterfugi, piani per far cadere la provvisoria Reggenza italiana del Carnaro.
Tra anarchici, sovietici e l’ombra emergente del fascismo, Beatrice dovrà collaborare con Giulio (Nicolas Maupas), un medico disertore, per fermare il complotto in questione, che coinvolgerà anche Pietro (Riccardo Scamarcio), il capo dei servizi segreti italiani. Con i due uomini si creerà anche il classico triangolo amoroso, che non poteva certo mancare in un film di questo tipo, ma è anche l’aspetto più debole del film, soprattutto dal lato Scamarcio.

Luci e ombre, per un film con un certo fascino
Meglio, invece, per la coppia Maupas-Romani, già insieme sullo schermo in Mare Fuori, dove vivevano un’altra passionale storia d’amore. È evidente, nel loro casting, il tentativo dei produttori Fulvio e Federica Lucisano – gli stessi, non a caso, di Notte prima degli esami 3.0 – di attirare un pubblico più giovane. Lo testimonia anche il tono del film, che affronta un contesto complesso e mutevole come quello dell’Italia a ridosso degli anni ‘20 con un piglio che cerca a tutti i costi di risultare accattivante per uno spettatore del XXI secolo. O meglio, per uno spettatore abituato a guardare film su Netflix.
In parte ci riesce, perché l’intreccio è sufficientemente dinamico e rispetta – nei limiti concessi dalle risorse a disposizione – tutti i canoni di una coinvolgente storia di spionaggio: sparatorie, coreografie di combattimento, improvvisi voltafaccia, al film di Catinari non manca nulla in questo senso. Certo, non è comunque privo di cliché e svolte prevedibili, così come della presenza di alcuni dialoghi la cui resa avrebbe meritato maggiore attenzione – se ogni tanto scoppierete in una fragorosa risata, non sentitevi in colpa -, ma forse proprio qui l’opera si auto costruisce un certo fascino. Non impeccabile, né straordinario, ma comunque presente.
Alla festa della Rivoluzione, dopotutto, è un film in cui convivono luci e ombre delle dinamiche di potere: le parole altisonanti e le azioni eclatanti del Vate da un lato, e le macchinazioni di tanti individui che agiscono in segreto, invisibili, dall’altro. Due facce della stessa medaglia che si traducono in un impianto stilistico dalla molteplice natura, creando un grande calderone di ingredienti che, sorprendentemente, riesce a non esplodere in mille pezzi.
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