Lee Cronin – La Mummia è un titolo che già dalla sua costruzione prova a dichiarare un’identità precisa: una scelta forte, chiaramente intenzionale, che da un lato sembra voler marcare una distanza netta dall’immaginario più popolare del franchise con Brendan Fraser, e dall’altro rivendicare una chiara impronta autoriale, di affermazione di controllo su un progetto che Lee Cronin firma sia in regia che in sceneggiatura.
Chi è Lee Cronin?
Dopo essere stato notato da Sam Raimi, che nel 2023 lo sceglie per scrivere e dirigere La casa – Il risveglio del male, il regista irlandese torna con un’opera che, almeno sulla carta, promette una rilettura personale del mito della mummia. Anche la durata, di ben 134 minuti, suggerisce ambizione: un horror lungo, che vuole prendersi il tempo necessario per costruire atmosfera, personaggi e tensione. Le aspettative, inevitabilmente, si alzano. Il problema è che il film non riesce davvero a sostenerle.
Dietro al progetto ci sono nomi e produzioni che, nel panorama horror contemporaneo, rappresentano una certa garanzia, perlomeno in termini di incassi: Jason Blum e la sua Blumhouse Productions, James Wan con la sua Atomic Monster e New Line Cinema. Tre realtà che negli ultimi anni hanno ridefinito il genere, tra Insidious, The Conjuring, Final Destination e una lunga serie di successi commerciali.
Tutti elementi che fanno pensare a un prodotto consapevole, costruito con una direzione precisa. E invece Lee Cronin – La Mummia finisce per essere esattamente ciò che il titolo sembrava voler evitare: un film che si nasconde dietro un’immagine forte senza riuscire davvero a svilupparla. Più che reinventare il mito, lo utilizza come superficie estetica, come cornice, senza mai entrare nel cuore del suo immaginario.

La trama di Lee Cronin – La Mummia
La storia ruota attorno alla piccola Katie (Emily Mitchell), scomparsa al Cairo durante un soggiorno di lavoro del padre Charlie (Jack Reynor). Con loro c’è anche il resto della famiglia, composta dalla madre Larissa (Laia Costa) e il fratello maggiore Sebastián (Shylo Molina). Otto anni dopo, Katie (ora interpretata da Natalie Grace) ricompare misteriosamente all’interno di un sarcofago vecchio di 3000 anni. Il suo ritorno, però, risulta ben diverso da quello che i genitori avevano immaginato, e la nuova convivenza si trasforma rapidamente in un incubo.
È qui che il film prova ad aprirsi su due binari narrativi: da una parte il nucleo familiare, prima spezzato dalla scomparsa di Katie – una ferita che i genitori tentano di colmare con la nuova arrivata Maud (Billie Roy) – per poi trovarsi nuovamente ricongiunto dal suo ritorno, ma con più di qualche problema; dall’altra un filone investigativo che vede Charlie muoversi per capire cosa sia realmente accaduto durante tutti quegli anni, affiancato dalla detective Dalia (May Calamawy).

Un demone travestito da mummia
Il problema è che questa doppia struttura non trova mai un vero equilibrio: il versante investigativo resta superficiale, abbozzato, incapace di costruire tensione reale, mentre la componente horror si rifugia in dinamiche estremamente già viste. Perché, al di là del titolo, Lee Cronin – La Mummia è a tutti gli effetti un film sulle possessioni demoniache. L’Egitto, i sarcofagi e le bende restano sullo sfondo, come un immaginario evocato ma mai realmente sviluppato.
Basti pensare che il film non usa mai il termine “mummia” e non costruisce alcun discorso mitologico davvero coerente, limitandosi a utilizzare certi elementi visivi come semplice decorazione. Al contrario, il riferimento più evidente è quello al franchise de L’esorcista: la bambina che si ribella alle preghiere, le convulsioni, il vomito, il linguaggio volgare e aggressivo sotto possessione. Viene quasi spontaneo pensare a L’esorcista – La genesi, che già nel 2004 aveva tentato, senza grande fortuna, di portare questo tipo di horror in un contesto egizio.

Quando l’impatto visivo non basta
A pesare maggiormente sul film è la sceneggiatura, non tanto per l’idea di base, che avrebbe anche un potenziale interessante, quanto per la costruzione dei personaggi e delle loro azioni. Le scelte che compiono risultano spesso poco credibili, se non apertamente illogiche, e questo compromette qualsiasi tentativo di coinvolgimento emotivo. È difficile prendere sul serio ciò che accade quando i personaggi sembrano muoversi più per necessità di trama che per un autentica coerenza interna.
A penalizzare ulteriormente il film è anche il suo andamento, che procede in modo piuttosto piatto e privo di veri guizzi capaci di sorprendere lo spettatore. Si arriva così a un finale che, almeno nella sua prima parte, riesce a essere abbastanza soddisfacente e sanguinolento quanto basta per lasciare un’impressione positiva. Peccato che non finisca lì: dopo il climax, il film si trascina in altre due “code” narrative che risultano superflue, meno incisive e decisamente meno riuscite.
Eppure, paradossalmente, Lee Cronin – La Mummia non è completamente da bocciare. Se si accetta di non farsi troppe domande e di lasciarsi semplicemente trascinare, alcuni elementi funzionano. La messa in scena delle sequenze più truculente ha una sua efficacia, così come il make-up nelle scene più estreme. L’impatto visivo c’è, e in alcuni momenti riesce anche a colpire abbastanza da far immaginare che il film possa comunque ottenere un buon riscontro al box office, forte di un genere ancora solidissimo e di un titolo accattivante. Ma era lecito aspettarsi molto di più.


