lunedì, Agosto 8, 2022
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Il cattivo poeta, recensione del film con Sergio Castellitto

La recensione di Il cattivo poeta di Gianluca Jodice, con Sergio Castellitto nei panni di Gabriele D'Annunzio. Dal 20 maggio al cinema.

Quello che si vuol scrivere col cuore si deve scrivere: perciò, senza tentennamenti, insieme a L’attesa di Messina, Mine di Guaglione & Resinaro, Rosso Istria di Bruno e il pudico Sole di Sironi, indichiamo Il cattivo poeta di Gianluca Jodice, in sala a partire da giovedì 20 maggio, fra gli esordi più interessanti e promettenti fra quelli visti nel cinema tricolore dell’ultimo quinquennio.

Liberamente tratta da memorie, telegrammi e incartamenti del prefetto Giovanni Rizzo, in seguito compendiati nelle opere Diario di lotte e di poesia (’41) e D’Annunzio e Mussolini (’60), questa suggestiva pellicola racconta di come il bresciano Giovanni Comini (Francesco Patanè), giovanissimo, entusiasta commissario federale, nel luglio del ‘35, per ordine del segretario del PNF Starace (Fausto Russo Alesi), si stanziò al Vittoriale al fine di proteggere l’acciaccato e (in apparenza) vaneggiante Gabriele D’Annunzio (Sergio Castellitto, torvo e al contempo d’incredibile vulnerabilità) da eventuali “disturbatori”: futile pretesto, dacché il nostro doveva, in realtà, spiare (come già stava facendo il Rizzo) il grande artista, riferendo al Duce ogni suo atto o confidenza, anche banali.

Appena un biennio, infatti, e il partito (disciolto Movimento dei Fasci italiani) già considerava l’afflato estetico e la condotta di D’Annunzio «corruttori della virilità fascista», emissari «degli ultimi avanzi e degenerazioni del romanticismo», sebbene furono proprio essi, in origine, gli ispiratori di tale virilità. L’eroismo dello scrittore: troppo individualistico, personale e troppo poco collettivo e «romano». Il superomismo e l’antiborghesismo: troppo esasperati, indisciplinati. L’ambizione di «riunire in un solo fascio tutte le forze sindacali italiane» nel nome dell’apartiticità, del riconoscimento del principio nazionale: inalterata dall’esperienza del governo di Fiume e forse, in un certo senso, ancor più accesa. Fatto altresì allarmante (e ciò rese indispensabile e assai stringente sia le funzioni del Comini che del succitato Rizzo, al punto che quest’ultimo si guadagnò dal poeta il nomignolo di «occhiuto carceriere»), alla vigilia della guerra d’Etiopia, D’Annunzio esprimerà il proprio dissenso sull’avventura coloniale africana, giungendo persino a dissuadere i suoi fidi legionari dall’arruolarsi come combattenti volontari. Dulcis in fundo, una ghiotta «pasquinata», scritta tra l’agosto del ‘33 e il giugno del ’34, circolata fra diversi gerarchi fascisti e ufficiali nazisti ma pubblicata solo nel dopoguerra, nella quale il Vate racchiuse tutto il disprezzo nei confronti di Hitler, apostrofandolo come «un ridicolo Nibelungo truccato da Charlot».

«Il Vate è come un dente infermo: lo si copre d’oro o lo si estirpa» così sogghigna Mussolini, per bocca di Starace, come se le provocazioni del ras Farinacci, sulle colonne di ‘Cremona Nuova’, non furono già abbastanza umilianti per il Vate («È ora che l’Italia conosca il pensiero di D’Annunzio. Poeta: parlate chiaro […] O con noi, o contro di noi!»). E quell’oro, come si nota nel film, giunge puntuale: sotto forma di nomina a presidente dell’Accademia d’Italia, titolo di frequente evitato da D’Annunzio ma che adesso, greve nel corpo, incapace di decisi rifiuti, prigioniero dei fantasmi, della cocaina e di occasionali concubine in mantelline punteggiate di lapislazzuli, somiglianti a disegni di Manuel Orazi, accetta vinto. Senza interesse alcuno.

Aneddoti, nomi, fitti riferimenti che scoraggerebbero qualsiasi alunno di liceo… eppure il regista, qui come detto all’opera prima, li padroneggia con trasporto e curiosità rari, partendo da una poco studiata pagina di Storia per addentrarsi poi, capitolo dopo capitolo, col piglio di un giallo, nell’abisso che si stende fra Arte ed Esistenza, Forma e Sostanza, Azzardo Utopico e Compromesso Politico. Temi, forse, logori ma, nel caso in esame, sviluppati con ingegno e un’apprezzabile tensione narrativa interna. A ben vedere, e a rischio di irritare, Il cattivo poeta altro non è che una “fiaba per adulti”. Mesta, indulgente. Anche troppo. Come lo fu, ventisei anni prima, Io e il Re di Gaudino che inscenò la sosta di Vittorio Emanuele III e dello Stato Maggiore presso il Castello dei Duchi di Bovino (9 settembre ’43) attraverso gli occhi smarriti di una dodicenne, sventuratamente convinta, com’è giusto a quell’età, che il Re avesse conservato l’antico potere di sanare i moribondi e far nevicare d’agosto. Ugualmente, nella pellicola di Gianluca Jodice seguiamo un fanciullo “cresciuto” (il commissario Comini, appunto), incantato da un poeta che, in anni troppo rapidamente consumatisi, fu egli stesso, a suo modo, un “sovrano” dal quale, ora, molti – dalle devote amanti Luisa (Elena Bucci) e Amélie (Clotilde Courau), all’architetto Maroni (Tommaso Ragno) fino ai grinzosi reduci di lotte passate  – attendono un’ultima magia… ma che non arriverà poiché ogni potere gli è stato sottratto da un altro, ingiusto “sovrano”: il “cattivo poeta” del titolo non allude, infatti, al Vate bensì al Duce il quale, oltretutto, si rivelerà pure “cattivo attore”.

Il regista (anche autore della sceneggiatura) sceglie, quindi, di sposare l’inesperto punto di vista del fanciullo in divisa nera e, come lui, ben volentieri si lascia “sedurre” dal Re-Poeta, dai suoi ragionamenti («Il linguaggio sottrae alla realtà la sua essenza, come il compiersi del politico sottrae essenza al suo ideale lasciandone, per contro, una macabra imitazione») e rimpianti per quei sedici, “progressisti” mesi fiumani, dove «la battaglia non lasciò macchie di sangue e le donne ebbero diritto al voto». Una seduzione che trascina lo spettatore medesimo privandolo, in più di un passaggio, del necessario distacco critico e razionale: è il maggior limite del Il cattivo poeta, unito a una metaforizzazione talvolta pesante (si guardino le ricorrenti, ossessive simmetrie o sovrapposizioni fra volti e manufatti, oggetti scenici e posture degli interpreti).

Si fa strada, in sintesi, il timore di un Gabriele D’Annunzio “truccato”, addomesticato per il pubblico del nuovo millennio sempre più bisognoso di certezze e immagini confortanti, che tradisce forse il personaggio storico ma lo fa solo (e il fascino del film consiste esattamente in questo) per mettere sullo schermo… Erich von Stroheim (1885-1957), il vero, segreto modello dell’eclettico Castellitto e dell’esordiente cineasta campano. Modellato sulla caratteristica “maschera” del divo austriaco (in particolare, il capitano von Rauffenstein de La grande illusione), il Vate di Jodice incarna il mito e l’utopia della conservazione: è un balzano ma accorto condottiero, che ha dietro di sé il crollo di un impero, un impero e un uniforme che assicurarono all’Europa equilibrio, serenità; rievocati certo non per rimpiangere il militarismo o il culto della forza bruta, piuttosto un universo di principii, di regole, di illusioni vissute come certezze. Ed è, in fondo, la ragione per cui alcune penne europee del «crepuscolo di un’era» – come l’austriaco Stefan Zweig che ispirò Grand Budapest Hotel (2014) – vengono oggigiorno largamente e appassionatamente riscoperte.

Decisivi per la riuscita de Il cattivo poeta sono, infine, i contributi di Daniele Ciprì (Il primo re) alla fotografia, Tonino Zera (Miracolo a Sant’Anna) alle scene e Andrea Cavalletto (Torneranno i prati) ai costumi.

Per il lettore che, incuriosito dalla pellicola, volesse andare a fondo sull’argomento, consigliamo cinque testi: il fondamentale D’Annunzio politico: 1918-1938 (Laterza, ‘78) di Renzo De Felice e i più recenti La censura occulta e palese nei confronti di D’Annunzio (Carabba, 2011) di Vito Salierno, D’Annunzio e la piovra fascista (Ed. Lombarda, 2020) di Roberto Festorazzi, Il vento del Carnaro in galleria (Elison, 2020) di Silvia Luscia, «Questo non è un racconto» (Adelphi, 2021) di Leonardo Sciascia.

Guarda il trailer ufficiale de Il cattivo poeta

GIUDIZIO COMPLESSIVO

Si fa strada il timore di un D’Annunzio “truccato”, addomesticato per il pubblico del nuovo millennio sempre più bisognoso di certezze e immagini confortanti, che tradisce forse il personaggio storico ma lo fa solo (e il fascino del film consiste in questo) per mettere sullo schermo… Erich von Stroheim, il vero, segreto modello dell’eclettico Castellitto e dell’esordiente cineasta campano.
Giordano Giannini
Giordano Giannini
I VHS sono stati fedeli compagni di gioco; mostrandoci “Il ragazzo selvaggio” di Truffaut in quarta elementare, la maestra mi ha indicato, senza volerlo, la strada da seguire | Film del cuore: La strada per il paradiso | Il più grande regista: Andrej Tarkovskij | Attrice preferita: il “braccio di ferro” è tra Jennifer Connelly e Rachel Weisz | La citazione più bella: "Tra quegli alberi c’è qualcosa." (Predator)

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