lunedì, Settembre 20, 2021
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Qui Rido Io, recensione del film di Mario Martone con Toni Servillo

La recensione di Qui Rido Io, il nuovo film di Mario Martone con Toni Servillo nei panni di Eduardo Scarpetta. Nelle sale dal 9 settembre.

Qui Rido Io è il nuovo – quanto atteso – film di Mario Martone (Capri-Revolution, Il sindaco del Rione Sanità) pronto a portare sul grande schermo la figura di Eduardo Scarpetta, simbolo del teatro dialettale moderno, padre del drammaturgo Eduardo De Filippo e dei fratelli Peppino e Titina.

Nei panni dell’artista e della sua numerosa famiglia (compagnia teatrale inclusa) troviamo attori come Toni Servillo insieme a Maria Nazionale, Cristiana Dell’Anna, Antonia Truppo, Eduardo Scarpetta, Paolo Pierobon, Lino Musella, Roberto De Francesco, Gianfelice Imparato e Iaia Forte. Il film, presentato presentato in Concorso alla 78ª Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica di Venezia, approderà nelle sale italiane il prossimo 9 settembre 2021.

Agli inizi del ‘900, nella Napoli della Belle Époque, il grande attore comico Eduardo Scarpetta (Servillo) è il re del botteghino: Il successo lo ha reso un uomo ricchissimo, ma nonostante tutto l’affetto del pubblico e il teatro rimangono la sua vita, e proprio attorno a quest’ultimo gravita anche tutto il suo complesso nucleo familiare composto da mogli, compagne, amanti, figli legittimi e illegittimi tra cui Titina, Eduardo e Peppino De Filippo. Ma proprio al culmine del successo Scarpetta si concede un pericoloso azzardo, realizzando la parodia de La figlia di Iorio, tragedia del più grande poeta italiano del tempo, Gabriele D’Annunzio. La sera del debutto in teatro si scatena un putiferio tra urla, fischi e improperi sollevati dai poeti e drammaturghi della nuova generazione che gridano allo scandalo e Scarpetta finisce con l’essere denunciato per plagio dallo stesso D’Annunzio. Inizia così la prima storica causa sul diritto d’autore in Italia, un processo lungo diversi anni che si rivelerà logorante tanto per Scarpetta quanto per tutta la sua famiglia, incrinando il delicato equilibrio che la teneva, da sempre, insieme.

Con Qui Rido Io, Mario Martone non firma solo un affresco opulento e nostalgico su un’epoca lontana dominata da un artista gigantesco, capace di incarnare lo spirito del tempo; il regista realizza un presepe brulicante di vita, partenopeo ma soprattutto italiano, portatore sano di un’eccellenza artistica che ha segnato uno spartiacque tra la fine dell’800 e l’inizio del Secolo Breve, spalancando le braccia alla Storia. Il grande rischio, almeno su carta, era quello di adattare semplicemente per lo schermo d’argento la vita straordinaria ed eclettica di Eduardo Scarpetta, re della commedia napoletana, erede di una tradizione antica che ha “ucciso Pulcinella” – come viene dichiarato nel film – soppiantandolo con una nuova maschera: Felice Sciosciammocca, personaggio popolare, borghese e moderno.

Sciosciammocca, con la sua capacità innata d’incappare nei guai e di risolverli attraverso peripezie, agnizioni, inganni e colpi di genio, è l’erede di archetipi narrativi appartenenti non solo alla tradizione della Commedia dell’Arte italiana, ma anche alla narrativa (e al teatro) Yiddish: è infatti uno schlemiel, come del resto lo stesso Scarpetta. Anti-eroi che attraversano la vita, subiscono le alterne sorti della fortuna, commettono errori ma sono illuminati da un talento trascendente, cristallino e raro. Il ritratto che restituisce Martone del commediografo, capocomico e attore napoletano è ben lontano dal santino laico, dall’agiografia mainstream che racconta la vita e le opere seguendo un pedissequo ordine cronologico; Scarpetta viene immortalato come in uno scatto d’epoca, in un’istantanea catturata dal lampo guizzante del flash al magnesio, mentre è intento a vivere e a combattere una battaglia intellettuale – e semantica – tra le più complesse di sempre.

Foto di Mario Spada

Eduardo Scarpetta, infatti, non affronta in tribunale solo una triste bagarre dannunziana sulla parodia dell’opera La figlia di Iorio: il vero tema è la risata, la nobiltà del comico e del riso in una società che tende a bollare come qualunquista la leggerezza, lontana dagli standard popolari e dai problemi del quotidiano, senza afferrare pienamente la complessità drammatica che si cela dietro la maschera col sorriso. Ed ecco che l’artista, con la sua silhouette caratteristica stagliata sullo sfondo di una Napoli accogliente e misterica, richiama subito alla mente la malinconia di Charlot, del vagabondo naif creato dal genio di Chaplin: geni divisi dal tempo e dallo spazio, geni complessi e dalle vite discutibili, geni che hanno lasciato un segno indelebile nell’Arte e nella Storia. Qui Rido Io permette di sbirciare, da un angolo privilegiato dietro le quinte, la frenetica vita degli attori in palcoscenico, divisa tra prove, costumi, tournée, copioni, battute e relazioni umane: frammenti brulicanti di vita, un presepe babelico di sfumature ed emozioni.

Qui Rido Io è un affresco viscontiano, nella sua ricostruzione dettagliata e minuziosa, nella scelta di una lingua-dialetto musicale e morbida, capace di accompagnare lo spettatore in un “viaggio delle percezioni” (soprattutto sonore e retiniche) come del resto la splendida colonna sonora extra-diegetica che culla la narrazione. Ma il film di Martone è anche una riflessione più profonda sul ruolo della commedia e della comicità, sul potere dirompente del riso che si rivela un potente grimaldello per decifrare la realtà, raccontandola attraverso un altro punto di vista; un potere dirompente che innesca una vera e propria diatriba culturale, quella storica causa sul diritto d’autore in Italia seguita alle accuse di plagio che si trasforma in lotta ideologica, campo di battaglia tra schieramenti e visioni dell’arte, della Storia e della vita completamente diversi tra loro.

E ad incarnare i volti, i corpi, le espressioni e i turbamenti emotivi dei protagonisti di Qui Rido Io ci pensa un cast in stato di grazia, perfetto erede di una tradizione antica – con la quale si ritrova a confrontarsi – capace di dimostrare, ancora una volta, quanto sia possibile traghettarla agilmente nel presente, adattandola da medium a medium, dal teatro al cinema. A guidare questa compagnia d’ispirati attori ci pensa un gigantesco Toni Servillo, attore che sceglie di incarnare una nuova maschera senza però mai indossarla né rimanerne schiavo, conferendo piuttosto tridimensionalità a un uomo che, in sceneggiatura, sfugge a qualunque cliché da biopic.

Perché pur essendo il protagonista, l’Eduardo Scarpetta di Servillo è un uomo definito tanto dalle luci (del genio) quanto dalle ombre, che aleggiano sul suo ruolo di padre e sul rapporto conflittuale con i figli. Un gigante egoista diviso tra talento e tormento, un patriarca che cerca di infondere il sacro fuoco dell’arte ai suoi figli, permettendo alla tradizione di sopravvivere, di diventare addirittura immortale anche grazie alla fama raggiunta dai tre figli illegittimi Titina, Peppino ed Eduardo De Filippo, i cui nomi hanno ormai colonizzato – e definito – un empireo di stelle fisse nella Storia.

Guarda il trailer ufficiale di Qui Rido Io

GIUDIZIO COMPLESSIVO

Con Qui Rido Io, Mario Martone non firma solo un affresco opulento e nostalgico su un’epoca lontana dominata da un artista gigantesco, capace di incarnare lo spirito del tempo; il regista realizza un presepe brulicante di vita, partenopeo ma soprattutto italiano, portatore sano di un’eccellenza artistica che ha segnato uno spartiacque tra la fine dell’800 e l’inizio del Secolo Breve, spalancando le braccia alla Storia.
Ludovica Ottaviani
Imbrattatrice di sudate carte a tempo perso, irrimediabilmente innamorata della settima arte da sempre | Film del cuore: Lo Chiamavano Jeeg Robot | Il più grande regista: Quentin Tarantino | Attore preferito: Gary Oldman | La citazione più bella: "Le parole più belle al mondo non sono Ti Amo, ma È Benigno." (Il Dormiglione)

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