La colpa siamo noi. Potrebbe essere questo un sottotitolo da accompagnare a M – Il Figlio del Secolo, la nuova serie Sky e The Apartment Pictures presentata Fuori Concorso all’81esima Mostra del Cinema di Venezia e basata sul romanzo omonimo di Antonio Scurati. Uno show televisivo che rappresenta un impegno produttivo senza precedenti per il panorama audiovisivo italiano, che investe economicamente e in immagine nella prestige tv portando tra l’altro alla regia un nome del calibro di Joe Wright.
Un’epopea in costume in otto episodi, che traccia la biografia romanzata e grottesca di Benito Mussolini, interpretato da un Luca Marinelli clamoroso. Per l’attore italiano sarà forse la consacrazione definitiva di un talento pronto da esportare all’estero (ci si era già avvicinato, con il The Old Guard su Netflix. Ora Emmy e Golden Globe?), in sforzo di corpo e soprattutto cerebrale nei panni di un personaggio squallido e scivoloso.
La nascita pulp del fascimo
Seguendo il percorso già tracciato dal libro, primo di una tetralogia, si raccontano i primi anni di carriera politica di Mussolini, dalla creazione dei Fasci italiani di combattimento nel 1919 fino al rapimento e all’assassinio del deputato italiano Giacomo Matteotti (Gaetano Bruno). Dal porcile di una Milano in fanghiglia, dove si riuniscono e associano i primi membri delle squadracce mussoliniane, accozzaglia di veterani, mutilati nel corpo e nello spirito, reduci della Prima Guerra Mondiale. Fino ai palazzi del potere di Roma, dove il Duce entra con la prepotenza del rozzo che non lava mai le mani dopo essere andato al bagno e arriva a farsi mettere al collo dal sovrano del regno la collana d’oro massiccio che lo decreta “cugino del re”.
La regia di Wright spazia con l’agilità di chi conosce il contesto di riferimento, la ricostruzione storica, scovando in un forsennato tra il pulp e l’espressionismo (la fotografia è di Seamus McGarvey) l’anima puberale e mediocre di un Mussolini bestia. Un animale istintivo, in perenne complesso di inferiorità (quel maledetto D’Annunzio… di Paolo Pierobon) e ingestibile pulsione sessuale: rovista ruvidamente nelle mutande ogni volta che è nei paraggi l’amante Margherita (Barbara Chichiarelli, maestosa) o una nuova segretaria «da battezzare». Ma per la povera Donna Rachele (Benedetta Cimatti), sua moglie, nemmeno la gioia del talamo nuziale.

Il padre del maschio novecentesco
Un maschio impollinatore che è padre di tutti i maschi impollinatori del Novecento, archetipo del malanno di un Paese che è riuscito a cambiare per sempre affettandolo come il burro. Al di là del suo merito mefistofelico. Il meccanismo su cui regge M – Il Figlio del Secolo è infatti quello del senso di complicità, attiva (il sostegno degli industriali) e soprattutto passiva (l’inazione dell’aristocrazia e dell’opposizione d’estrazione cattolica), che attraversa una serie costruita su una scrittura delle disattese. Grande sapienza d’adattamento nelle mani di Stefano Bises e Davide Serino, due garanzie della serialità italiana che trovano un tono ironico e insperato, forse impossibile, tra la porcheria del protagonista e la costante propulsione rovesciata a cui mette di fronte la parabola di Mussolini.
Da buon manuale di sceneggiatura, questo sarebbe un protagonista destinato a fallire: non c’è ragione drammaturgica per la quale, ogni volta in cui si ritrova col cappio stretto al collo, riesca a scamparla nei momenti in cui la scampa. Ed è qui la vertigine – che atterrisce, veramente – in cui la Storia sorpassa a destra anche la più sfrenata delle fantasie cinematografiche, in cui il “tratto da eventi realmente accaduti” pare copione nelle mani dei Coen più ispirati dall’ineluttabilità del caso. Mussolini si schianta con l’aereo di ritorno da Fiume? Sopravvive. Dopo un risultato irrilevante alle elezioni è in procinto di finire sulla forca? Giolitti (Fulvio Falzarano) lo salva per non farlo diventare martire. La marmaglia fascista, mal equipaggiata e mal organizzata, sta per marciare su Roma incontrando la resistenza del regio esercito? Vittorio Emanuele III (Vincenzo Nemolato) si rifiuta di votare il decreto di stato d’emergenza.

Un nuovo House of Cards
Allora incredibile come non sbavi nemmeno per un istante l’impennata pop (colonna musicale electro-house pazzesca di Tom Rowlands dei The Chemical Brothers) in cui è intinto il punto di vista in prima persona altresì inaccettabile di Mussolini. Un capobastone che ammicca e parla alla quarta parete sul calco di un linguaggio interiorizzato da una serie di culto come House of Cards, declinato qui in una sorta di controcampo del suo Io a cui confessa insicurezze e rassegnazioni di un demagogo in erba, del soffiatore di carboni.
«Guardatevi attorno, siamo ancora tra voi». «Make Italia Great Again». «Dalla parte dei vampiri». «Caos, paura, odio». Slogan da eccellente propagandista, e dopotutto il ruolo della stampa e di Mussolini direttore di giornale ricorre lungo tutta la serie, a suon di rulli stampatori pompati nella frenesia delle transizioni di montaggio. Solo in questo senso potrebbe funzionare, e funziona, l’umorismo sanguigno e squallido dei feroci bamboccioni di cui Mussolini si circonda, dal braccio destro Cesarino Rossi (Francesco Russo, perfetto negli scambi da buddy movie), ai vari Italo Balbo (Lorenzo Zurzolo, con una recitazione sempre in carenza d’ossigeno), Roberto Farinacci (Gabriele Falsetta), Emilio De Bono (Maurizio Lombardi), Cesare Forni (Daniele Trombetti).
M – Il figlio del secolo ci porta allora in casa il fascismo come non lo avevamo mai visto. Ma l’amo da icona pop non può essere frainteso: non c’è sfida, c’è solo da rimanere sconcertati come lo è Mussolini stesso. Davvero è riuscito a spuntarla?
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