Si apre con un campo di battaglia in miniatura Duse, il nuovo film di Pietro Marcello presentato in concorso al Festival di Venezia 2025. Poi stacca in mezzo alle nuvole, tra le quali sta ascendendo Eleonora Duse (Valeria Bruni Tedeschi), la più grande attrice teatrale italiana, che si appresta a visitare un accampamento tra le montagne dei soldati italiani impiegati sul fronte della Prima guerra mondiale.
Già da questo prologo c’è l’operazione solita del regista italiano, fondere il particolare all’universale, le faccende del singolo a quelle collettive. Duse dovrebbe infatti salire su un palchetto allestito per allietare le truppe, ma da tempo si è ritirata dalle scene. Si articola così la consueta composizione tra fiaba e galleggiamento in costume, dove ai bordi dell’inquadratura accade la storia con la s maiuscola e che risuona con la sua dirompenza a squarciare il tessuto, a creare un prima e un dopo come quel conflitto globale che inaugurerà un secolo horribilis.

La Divina alle soglie della modernità
Marcello coglie la Divina – così venne soprannominata l’attrice – in quello che è stato forse il periodo più complesso della sua vita. Dal teatro ha preso una lunga pausa, forse definitiva. Con la figlia Enrichetta (Noémie Merlant) ha un rapporto conflittuale. Di Gabriele D’Annunzio (Fausto Russo Alesi), suo amante, subisce il peso dell’ombra sulle spalle anche essendosene separata da tempo.
Poi arriva la tubercolosi e in lei scatta qualcosa, colpita da un nuovo fervore artistico che il film utilizza per affondare tra le pieghe di anni torbidi e di profondo mutamento. Allora ecco pure il fascismo, le sue infiltrazioni e tentazioni, mentre più lateralmente c’è anche l’indagine della pellicola a interrogare l’avanzamento di una modernità come risultante di quel prima e di quel dopo.
Quindi tra diffusione di macchine da presa e del cinematografo, che scorre parallelo come un cambiamento quasi in assalto a quell’arte del teatro che inizia a sperimentare l’avanguardismo, in un flusso continuo (e disconnesso) sul quale poi rincara la colonna musicale elettronica di Marco Messina, Sacha Ricci e Fabrizio Elvetico, che colpisce come scosse il sistema nervoso del film.

Su Valeria Bruni Tedeschi
Il marchingegno di Marcello, un autore sempre affascinante nel non avere epigoni, è però stavolta più debole in baricentro della sceneggiatura che firma assieme a Guido Silei e Letizia Russo. Il senso di deriva è uno dei punti della questione, ma non funzionano sempre a dovere le lacerazioni tra i rapporti di Duse e le molte persone che l’hanno circondata in questa ultima istantanea della sua vita, ognuna con i propri desideri più o meno disinteressati.
A fare da ancora a Duse c’è però la nevrosi di una protagonista che trova forma ideale nel nervosismo attoriale di Bruni Tedeschi, che reitera il repertorio di una recitazione incontrollabile e sfiammata. Un carattere talvolta uguale a se stesso (pensiamo alla recente L’arte della gioia), ma che nel personaggio come inteso dal regista risulta trascinante, la vera impalcatura inossidabile di una pellicola che su di lei non solo fa affidamento, ma che in lei trova validità.
In fondo sta tutta qui l’operazione. Nei suoi occhi che scrutano febbrili, sovraeccitati, incontentabili, tra l’illuminazione e il bambinesco. In questa capacità impareggiata, oggi, che solo Bruni Tedeschi ha di scollare il tessuto dello stare e del percepire creando qui e lì il tappeto per gli innesti – anche dell’immancabile repertorio – di un Marcello un poco sottotono rispetto al suo cinema recente.


