Quando un universo narrativo arriva al suo trentaseiesimo film in appena diciassette anni, qualcosa inevitabilmente si assottiglia, si complica, si duplica. Con Thunderbolts*, il Marvel Cinematic Universe tenta una variazione più cupa, quasi laterale, affidandosi allo sguardo di Jake Schreier, già autore dell’intimo Robot & Frank e del giovanile Città di carta.
Il film si muove tra luci livide e dissonanze emotive, sostenuto dalla colonna sonora sperimentale dei Son Lux e da una fotografia che predilige contrasti netti e tonalità fredde. La sceneggiatura, firmata da Eric Pearson e Lee Sung Jin (Beef – Lo scontro), lavora sull’ambiguità morale e su un’inedita coralità disfunzionale, allontanandosi – almeno in parte – dalle formule più consuete del franchise.
Una squadra molto ambiziosa
Sul piano del cast, si compone una squadra di anti-eroi molto ambiziosa: Florence Pugh è Yelena Belova, più cinica e disillusa che mai; Sebastian Stan – visto di recente anche in Captain America: Brave New World – torna nei panni di Bucky, ancora combattuto tra colpa e dovere; David Harbour diverte e commuove nel ruolo di Red Guardian; Wyatt Russell è l’U.S. Agent, instabile e represso. A questi si aggiungono Olga Kurylenko (Taskmaster), Hannah John-Kamen (Ghost), Lewis Pullman nei panni del complesso Sentry e Geraldine Viswanathan come Mel, unica presenza estranea al mondo degli ex-villain.
A gestire – o manipolare – il gruppo, la Contessa Valentina Allegra de Fontaine, interpretata con gusto beffardo da Julia Louis-Dreyfus. Una squadra instabile, in cui ogni alleanza è un tentativo di sopravvivenza più che un atto di eroismo.

La redenzione degli anti-eroi
Spinti da motivazioni divergenti e messi insieme più per convenienza che per scelta, i Thunderbolts non sono una squadra, o almeno non all’inizio. C’è chi porta addosso il peso del passato, chi cerca di dimostrare qualcosa a sé stesso, chi semplicemente non ha più un posto nel mondo. Riuniti sotto l’occhio vigile della Contessa Valentina Allegra de Fontaine, questi ex-eroi, ex-villain, ex-tutto, si trovano coinvolti in una missione che sembra un’opportunità di riscatto, ma che in realtà nasconde una trappola.
La Contessa, ormai convinta che il loro potenziale sia diventato una minaccia per il suo piano, intende eliminarli. Ma l’arrivo di Bob Reynolds, alias Sentry, cambia tutto. Bob è un personaggio ambiguo, un pesce fuor d’acqua in mezzo a loro: un uomo che, purtroppo, porta con sé poteri incredibili, capaci di distruggere tutto ciò che gli sta intorno. È solo contro Valentina, contro il suo gioco di potere e manipolazione; gioco contro il quale i Thunderbolts, finalmente, scelgono di lottare insieme. Nessuna medaglia, nessuna gloria, solo la possibilità – forse – di non essere più soli.
Alcune ferite si riaprono, altre si chiudono: le tensioni viste in Black Widow, The Falcon and The Winter Soldier o Civil War trovano qui un seguito più disilluso, più terreno. In un mondo che celebra ancora gli Avengers, i Thunderbolts esistono ai margini, e forse proprio per questo riescono, a modo loro, a sentirsi parte di qualcosa.

Luci e ombre di una parola crepuscolare
Nel tratteggiare la parabola crepuscolare dei suoi protagonisti, Thunderbolts* si costruisce per antitesi, evocando una dicotomia tra ciò che appare e ciò che resiste nell’ombra, tra le strutture visibili del potere e le lacerazioni interiori di chi ne è strumento. L’elemento tecnico si fa portatore di questa tensione: la fotografia desaturata, l’impianto sonoro nervoso dei Son Lux, l’ambientazione rarefatta e urbana restituiscono la sensazione di un mondo in disfacimento.
In questo scenario crepuscolare, la figura di Sentry, e più ancora del suo alter ego oscuro Void, incarna la fascinazione per il potere incontrollabile, per la parte di sé che si teme ma da cui è impossibile separarsi. Bob Reynolds è, in questo senso, il villain più stratificato della recente storia Marvel: fragile, tragico, inconsapevolmente letale. Tuttavia, dietro questa complessità tematica, si avverte anche il peso di una struttura narrativa che ricalca modelli ormai consunti: la suddivisione in atti, le dinamiche interne al gruppo, persino il conflitto finale seguono traiettorie già viste, spesso funzionali ma raramente sorprendenti.
Il film si salva grazie alla cura nei dettagli relazionali, al rispetto con cui vengono trattate le solitudini dei singoli personaggi, e ad un’attenzione emotiva che raramente si concede all’interno del MCU. È un film riuscito, godibile, talvolta toccante, ma che fatica a liberarsi dalla sensazione di essere un tassello in più, piuttosto che un tassello necessario. Un’opera, insomma, che più che rompere gli schemi, si limita a piegarli quel tanto che basta a renderli più interessanti.

“B-Vengers”: il riflesso di una realtà più sfaccettata
Se il cuore tematico del film pulsa nella dicotomia tra luce e oscurità, ciò che davvero dà ritmo alla narrazione è l’incontro – o più spesso lo scontro – tra solitudini ostinate. I Thunderbolts sono eroi di risulta, figure scartate o dimenticate, ognuna affetta da una forma diversa di perdita o disallineamento.
Eppure, è proprio questo disordine affettivo e morale a generare le dinamiche più autentiche: Yelena e Bucky si osservano da prospettive speculari, Red Guardian cerca in ogni interazione la conferma di un’identità smarrita, Ghost si muove al limite tra presenza e assenza. La squadra non funziona perché è coesa, ma proprio perché non lo è; e nel continuo tentativo di trovare un equilibrio nasce una forza nuova, sghemba ma potente.
In questa instabilità, il film trova uno dei suoi rari momenti di verità. Non a caso, vengono ribattezzati ironicamente i “B-Vengers”: non l’élite degli eroi, ma la retroguardia, il gruppo di riserva composto da anti-eroi e anomalie che, proprio per la loro imperfezione, si fanno riflesso di una realtà più sfaccettata – alla Suicide Squad, ma in chiave Marvel. Thunderbolts* si distingue come una delle prove più convincenti dell’MCU degli ultimi anni, proprio perché non promette salvezza, ma una possibile convivenza con le proprie ombre.


