L’apertura è all’insegna del melò, un idillio favolistico. Ci sono una casa immersa nel verde, una famiglia che si abbraccia felice, due cani scodinzolanti. Tutto troppo bello: ci vuole poco perché ogni cosa vada a finire in malora. La premessa di No Other Choice è insomma assolato preludio alla discesa in un bislacco baratro, nonché il film che segna il ritorno di Park Chan-wook in concorso al Festival di Venezia 2025 a distanza di vent’anni dalla precedente partecipazione con Lady Vendetta.
È un dramma in forma di commedia nera, dove ironia e sovraccarico sono approccio di superficie al dolore, in una maniera che solo il cinema coreano pare in grado di incapsulare legando in un’unica soluzione l’umorismo alla miseria umana. Ed è anche un’opera a cui Park ha lavorato per anni, adattamento del romanzo “The Ax” del 1997 di Donald Westlake a sua volta già trasposto per il cinema dal regista greco Costa-Gravas con The Axe del 2005.
In tempi di crisi ci si fa creativi
Parla di You Man-su (Lee Byung-hun, uno dei volti da villain di Squid Game), per decenni impiegato in un’azienda che si occupa di produrre carta e che di recente ha cambiato proprietà, passando di mano a una cordata di americani che passano e non si curano. Ciò di cui invece si curano è il profitto, che si fa tagliando il personale. Tra le teste che cadono c’è quella di Man-su, all’improvviso ricacciato su un mercato del lavoro dove spazio ce n’è poco e che corteggia l’automazione.
L’idea che salta in mente all’uomo per sfoltire la concorrenza è peculiare: sfoltire letteralmente la concorrenza. Cioè individuare tutti i candidati che possono intralciargli la strada, dare loro una valutazione (ah, la fissazione per il “rating” dei nostri tempi moderni…) e farli fuori. Solo che Man-su non è un assassino, è sempre stato solo un padre e un marito tutto sommato accettabile – nonostante siano accennate alcune sue dubbie sfumature caratteriali appartenenti al passato, non propriamente a fuoco.
Piegare la desolazione del reale
Park, in sceneggiatura assieme a Lee Kyoung-mi, Don McKellar e Jahye Lee, allestisce da qui i contorni di una commedia amarissima che diverte e in alcuni momenti porta anche a sganasciarsi. Fa dell’umorismo un filtro angolato a piegare la desolazione del reale delle nostre società uber-capitaliste (senza essere mai pedante o retorico) dalle parti dell’assurdo. Che è un modo per togliersi d’impaccio l’impossibilità di razionalizzare ciò che sta accadendo a Man-su, che trasla una sconfitta che non può essere imputata a nessuno – i padroni sono un virtuale irraggiungibile – nel campo dello sfogo surreale. La sola griglia di senso in cui può ancora agire, anche se a discapito di poveracci come lui nell’ennesima vittoria corporativista.

Una caratura riconoscibile e superiore
E non può che essere riconoscibile la cifra carica e ricca del regista, tappeto di un film dove ogni cosa sembra riuscire al contrario e finisce per trasformare l’impresa del protagonista in una pantomima disperata sempre in confine con lo slapstick, con la gag di corpo e inciampata tra piedi, mani e una discreta quantità di sangue. Si tratta di un cinema dalla caratura superiore e si vede lontano un chilometro, allestito con un gusto per la messa in scena dove ogni singola inquadratura ha diversi mondi e intenzioni che si muovono dentro.
Nella cromatura amalgamata tra i soliti gialli, marroni, rossi, verdi e blu (la fotografia è di Kim Woo-hyung) spicca la qualità di una regia che compone e dispone, dove centrale è la casa come già lo era in Parasite, il capolavoro di Bong Joon-ho a cui il pensiero di molti correrà nonostante siano in fondo film diversi, e in cui si fanno strada le tipiche associazioni visive che Park assegna ai raccordi tra un’inquadratura e l’altra (il montaggio è invece di Kim Sang-bum), formando quadri in transizione che dialogano tra di loro senza far aprire necessariamente bocca ai personaggi.
Si capisce che in No Other Choice c’è molto. Molte intuizioni e molte linee, tra cui alcune appena abbozzate (il rapporto che il protagonista ha con i figli), altre di buon potenziale seppur non del tutto riuscite (il rapporto invece con la moglie, interpretata da Son Ye-jin, personaggio comunque sprintoso e risoluto). Ma nel complesso l’ennesima opera riuscita di un regista sempre convincente, che governa questa arte senza mai sbavare.


