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No Other Choice, recensione del film di Park Chan-wook

Presentato in concorso a Venezia 82, No Other Choice di Park Chan-wook è interpretato da Lee Byung-hun e Son Ye-jin. Dal 1° gennaio al cinema distribuito da Lucky Red.

L’apertura è all’insegna del melò, un idillio favolistico. Ci sono una casa immersa nel verde, una famiglia che si abbraccia felice, due cani scodinzolanti. Tutto troppo bello: ci vuole poco perché ogni cosa vada a finire in malora. La premessa di No Other Choice è insomma assolato preludio alla discesa in un bislacco baratro, nonché il film che segna il ritorno di Park Chan-wook in concorso al Festival di Venezia 2025 a distanza di vent’anni dalla precedente partecipazione con Lady Vendetta.

È un dramma in forma di commedia nera, dove ironia e sovraccarico sono approccio di superficie al dolore, in una maniera che solo il cinema coreano pare in grado di incapsulare legando in un’unica soluzione l’umorismo alla miseria umana. Ed è anche un’opera a cui Park ha lavorato per anni, adattamento del romanzo “The Ax” del 1997 di Donald Westlake a sua volta già trasposto per il cinema dal regista greco Costa-Gravas con The Axe del 2005.

In tempi di crisi ci si fa creativi

Parla di You Man-su (Lee Byung-hun, uno dei volti da villain di Squid Game), per decenni impiegato in un’azienda che si occupa di produrre carta e che di recente ha cambiato proprietà, passando di mano a una cordata di americani che passano e non si curano. Ciò di cui invece si curano è il profitto, che si fa tagliando il personale. Tra le teste che cadono c’è quella di Man-su, all’improvviso ricacciato su un mercato del lavoro dove spazio ce n’è poco e che corteggia l’automazione.

L’idea che salta in mente all’uomo per sfoltire la concorrenza è peculiare: sfoltire letteralmente la concorrenza. Cioè individuare tutti i candidati che possono intralciargli la strada, dare loro una valutazione (ah, la fissazione per il “rating” dei nostri tempi moderni…) e farli fuori. Solo che Man-su non è un assassino, è sempre stato solo un padre e un marito tutto sommato accettabile – nonostante siano accennate alcune sue dubbie sfumature caratteriali appartenenti al passato, non propriamente a fuoco.

Piegare la desolazione del reale

Park, in sceneggiatura assieme a Lee Kyoung-mi, Don McKellar e Jahye Lee, allestisce da qui i contorni di una commedia amarissima che diverte e in alcuni momenti porta anche a sganasciarsi. Fa dell’umorismo un filtro angolato a piegare la desolazione del reale delle nostre società uber-capitaliste (senza essere mai pedante o retorico) dalle parti dell’assurdo. Che è un modo per togliersi d’impaccio l’impossibilità di razionalizzare ciò che sta accadendo a Man-su, che trasla una sconfitta che non può essere imputata a nessuno – i padroni sono un virtuale irraggiungibile – nel campo dello sfogo surreale. La sola griglia di senso in cui può ancora agire, anche se a discapito di poveracci come lui nell’ennesima vittoria corporativista.

Una caratura riconoscibile e superiore

E non può che essere riconoscibile la cifra carica e ricca del regista, tappeto di un film dove ogni cosa sembra riuscire al contrario e finisce per trasformare l’impresa del protagonista in una pantomima disperata sempre in confine con lo slapstick, con la gag di corpo e inciampata tra piedi, mani e una discreta quantità di sangue. Si tratta di un cinema dalla caratura superiore e si vede lontano un chilometro, allestito con un gusto per la messa in scena dove ogni singola inquadratura ha diversi mondi e intenzioni che si muovono dentro.

Nella cromatura amalgamata tra i soliti gialli, marroni, rossi, verdi e blu (la fotografia è di Kim Woo-hyung) spicca la qualità di una regia che compone e dispone, dove centrale è la casa come già lo era in Parasite, il capolavoro di Bong Joon-ho a cui il pensiero di molti correrà nonostante siano in fondo film diversi, e in cui si fanno strada le tipiche associazioni visive che Park assegna ai raccordi tra un’inquadratura e l’altra (il montaggio è invece di Kim Sang-bum), formando quadri in transizione che dialogano tra di loro senza far aprire necessariamente bocca ai personaggi.

Si capisce che in No Other Choice c’è molto. Molte intuizioni e molte linee, tra cui alcune appena abbozzate (il rapporto che il protagonista ha con i figli), altre di buon potenziale seppur non del tutto riuscite (il rapporto invece con la moglie, interpretata da Son Ye-jin, personaggio comunque sprintoso e risoluto). Ma nel complesso l’ennesima opera riuscita di un regista sempre convincente, che governa questa arte senza mai sbavare.

Guarda il trailer ufficiale di No Other Choice

GIUDIZIO COMPLESSIVO

Con No Other Choice, Park Chan-wook dirige una commedia nera in salsa di critica sociale, in cui adatta un romanzo già portato al cinema da Costa-Gavras e che delinea con una cifra tra l’assurdo e l’amaro, trovando nella sua solita e impeccabile mano il commento alla degradazione umana nella società e nel mondo del lavoro contemporanei.

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