Dal titolo, sembra un film animato. Andando a cercare su Google chi l’ha realizzato, lo sembra ancora di più. E invece Pecore sotto copertura è un lungometraggio con attori in carne e ossa. Più o meno. Perché in realtà ci sono anche tante, anzi tantissime pecore in computer grafica, che in un certo senso lo rendono un film a metà tra animazione e live action. Una combinazione a cui ormai siamo abituati, con tutti i blockbuster pieni di effetti visivi e creature digitali che passano sui nostri grandi schermi. E forse è proprio questo il punto su cui riflettere.
Un classico whodunit… con le pecore
Ma procediamo con ordine. Denbrook, Regno Unito: il pastore George (Hugh Jackman) vive isolato in una piccola roulotte e in sola compagnia del suo amato gregge di pecore. Le sue giornate sono interamente dedicate a dare loro da mangiare, medicarle, giocarci insieme, e leggere loro libri gialli al posto delle favole della buonanotte. A ognuna di loro ha dato un nome, e tra tutte ne spiccano tre: Lily (Julia Louis-Dreyfus), la più intelligente, Sebastian (Bryan Cranston), il montone solitario, e Mopple (Chris O’Dowd), dalla memoria di ferro.
Se non avete visto il trailer o non sapete il titolo originale (The Sheep Detectives), ve lo dobbiamo svelare noi ora: Pecore sotto copertura è un giallo. Un classico whodunit alla Agatha Christie, di quelli che sia Kenneth Branagh che Ryan Johnson hanno riportato alla ribalta negli ultimi anni: il primo con i nuovi adattamenti dei romanzi dedicati a Poirot – Assassinio sull’Orient Express, Assassinio sul Nilo e Assassinio a Venezia; il secondo con la saga Knives Out e la serie televisiva Poker Face, conosciuta ancora da pochi.
La vittima, in questo caso, è proprio George. Non è spoiler, visto che gli stessi materiali promozionali lo rivelano senza tante cerimonie. E, tra l’altro, la scelta di affidare la parte a un volto famosissimo si rivela in effetti efficace perché Hugh Jackman, nei primi 15 minuti del film, ha tutta l’aria di essere il protagonista. O comunque, non uno che da lì a poco verrà trovato morto stecchito. Da qui parte la vera e propria storia di Pecore sotto copertura, che vede Lily e il resto del gregge improvvisarsi detective e rimediare all’incompetenza umana per trovare il colpevole dell’omicidio.

Un giallo che racconta sé stesso
Proprio come in un film d’animazione (o come ne Il dottor Dolittle), le pecore qui parlano. Non solo, capiscono il linguaggio umano e origliano, spiano, si intromettono nelle indagini dell’inesperto poliziotto Tim (Nicholas Braun). È il mondo digitale che letteralmente “contamina” quello reale, lo influenza fino ad appropriarsene? Oppure, guardandola da un altro punto di vista, è il mondo naturale che entra a forza in quello umano, ricordandogli di aver smarrito la bussola? Probabilmente, entrambe le cose.
Questa doppia lettura è uno degli aspetti più intriganti di Pecore sotto copertura. E “lettura” è altresì un termine che ben si presta ad essere associato a questo film. Intanto perché l’ispirazione arriva da un romanzo (Glennkill, di Leonie Swann); poi perché tutte le nozioni dei processi investigativi e dell’interpretazione degli indizi che il gregge mette in pratica provengono dai libri di George; infine, perché proprio grazie a questo espediente narrativo, è un’opera che gioca costantemente (e consapevolmente) con gli stilemi del whodunit.
Pecore sotto copertura è infatti un meta-giallo, che racconta sé stesso e svela progressivamente i suoi stessi meccanismi mentre si accumulano le prove e le testimonianze del ristretto circolo di sospettati, tra cui figurano i personaggi di Emma Thompson, Molly Gordon, Nicholas Galitzine e Conleth Hill. Uno stratagemma che non soltanto tinge il film di un umorismo bizzarro a cui era impossibile sottrarsi (parliamo pur sempre di pecore detective), ma permette soprattutto di sopperire alle mancanze di un mistero per la verità piuttosto prevedibile. Siamo infatti lontani anni luce dalla complessità dei romanzi della Christie o dalle avventure di Benoit Blanc in Knives Out, ma è anche vero che non sarà certo la caccia all’assassino l’appeal per il pubblico, quanto piuttosto i personaggi semplici ma accattivanti e un’atmosfera generale ottimista, positiva, luminosa.

Un film d’animazione “sotto copertura”?
Pecore sotto copertura, del resto, si pone come target di riferimento quello infantile e famigliare, esattamente come molto cinema d’animazione. Non a caso tra i produttori ci sono gli instancabili Phil Lord e Chris Miller, che come dicevamo anche a proposito di Project Hail Mary, vengono proprio da quel mondo e si stanno imponendo come pilastri dell’intrattenimento in sala. E, sempre non a caso, il regista è Kyle Balda, uno che finora aveva diretto solo film animati – tra cui Minions, Minions 2 e Cattivissimo Me 3 – e ora si trova a dirigere un cast ricco di volti e voci conosciuti. Come gli è andata? Abbastanza bene, anche se probabilmente si trova più a suo agio quando non ci sono umani in scena.
Alla luce di tutto ciò, come ultima riflessione viene allora da chiedersi: e quindi, che ci fa Craig Mazin alla sceneggiatura? Per risparmiarvi la ricerca, Mazin è diventato una penna acclamatissima dopo il successo della pluripremiata serie HBO Chernobyl, che gli ha in seguito fatto guadagnare il ruolo di showrunner dell’adattamento televisivo di The Last of Us, sempre presso HBO. Due opere non esattamente famose per essere leggere o adatte alla visione di un bambino.
In realtà, c’è la sua firma anche dietro a progetti completamente diversi, come Una notte da leoni 2 & 3 o Scary Movie 3 & 4. Non stupisce, insomma, che in Pecore sotto copertura lo sceneggiatore dia grande prova di sapersi adattare ad altri contesti. Anzi, forse – al di là del cast d’eccezione – è proprio la sua solidissima scrittura, che non lascia nulla al caso, a rendere questo film qualcosa di più dei film televisivi con animali parlanti che ogni tanto passano su Italia 1.


