Un uomo, probabilmente piuttosto ricco e popolare – è un conduttore televisivo e si chiama Gianni, ma lo scopriremo dopo – sta per apparire in diretta per un’intervista a Porta a Porta. La trasmissione comincia, e sì, c’è anche Bruno Vespa in carne e ossa, che chissà, magari avrebbe voluto sfoggiare le sue doti recitative più di quanto già non faccia quotidianamente nel suo programma. E invece il cameo – il primo di due: l’altro, di Jerry Calà, è in chiusura del film – dura meno di un minuto, perché l’intervista viene interrotta sul nascere e il nostro Gianni viene arrestato per crimini fiscali.
È un inizio alla Portobello, con la differenza che Gianni Riccio (Massimo Ghini) non è Enzo Tortora ed è colpevole. C’è anche qualche sequenza che ricorda da vicino la prima entrata in prigione di Tortora nella serie di Marco Bellocchio, ma forse è solo perché ormai abbiamo grande familiarità con il setting carcerario e molte scene sembrano assomigliarsi. In Nel tepore del ballo, però, Pupi Avati risparmia al suo protagonista l’umiliazione di essere denudato davanti alle guardie, anzi gli concede una certa privacy quando, durante una doccia, la tinta dei capelli scivola via sotto il getto d’acqua, rivelando il grigiore dell’età che avanza.

Nel grigiore dell’animo
È un grigiore che Avati, ormai ottantasettenne e al quarantacinquesimo lungometraggio, si porta dietro per tutto il film. In primis a livello fotografico, dove si crea un evidente contrasto con il prologo ambientato negli anni ‘70, dai colori molto più vivi e pastosi, forse più nelle corde del regista bolognese, reso famoso dai suoi horror gotici ambientati nelle province padane. Qui si racconta la vita prenatale e l’infanzia di Gianni, con il padre interpretato da Raoul Bova. Tuttavia è un’introduzione frettolosa, sbrigativa, dal montaggio e dal ritmo strani e con una recitazione non del tutto convincente. Sarà che siamo a Jesolo, sulle coste veneziane, eppure dell’accento veneto non c’è traccia.
Archiviata questa pratica, che sarà funzionale solo in vista del – toccante, sì, ma pure scontatissimo – finale, si arriva al presente e tutto si fa grigio e tetro, appunto. È la manifestazione visiva del dolore interiore del protagonista, che in vita sua ha ottenuto solo il successo economico ma non ha nessuno con cui condividerlo? Probabile. È bello da vedere? Insomma. Per fortuna Avati ha una mano espertissima e si vede, per cui Nel tepore del ballo non scade mai nella totale aridità espressiva. Anzi, grazie a lui a tratti il film si accende improvvisamente e ritrova la sua vitalità.
Accade in alcuni momenti di dolcezza tra Gianni e un antico amore perduto, Clara (Isabella Ferrari, eterea e delicata), l’unica che ancora ha fede nella sua redenzione; oppure tutte le volte che entra in scena il personaggio migliore del film, “La Morta” di Giuliana De Sio, vera e propria mattatrice scatenata che da sola risolleva tutto l’atto finale. Sono comunque picchi momentanei, mentre per il resto Nel tepore del ballo arranca e fatica a centrare davvero i suoi obiettivi.

Un film dai buoni propositi, ma poco coinvolgente
Vorrebbe essere una storia intimista, (auto)riflessiva, su un uomo solo che cerca di riconquistare un’umanità smarrita, ma non è mai abbastanza coinvolgente. Lo stesso Gianni ne esce male, per quanto Massimo Ghini offra una buona prova e tenti di dare profondità al suo personaggio. Che in definitiva si rivela piuttosto debole, non a livello drammaturgico – le scelte che prende, sulla carta, non lo sono – ma semplicemente non interessante a sufficienza da reggere il peso di un intero film. Per come si presenta non è nemmeno così credibile come carismatica personalità dello showbusiness, anche se a dire il vero questa sembra una cosa voluta, come se Gianni stesse vivendo la vita di qualcun altro. Dopotutto, la carriera che lo ha reso famoso lo ha anche condotto lentamente al baratro in cui si trova ora.
Vorrebbe poi essere una critica al mondo dello spettacolo, alla sua superficialità, alla sua frivolezza, alle malsane dinamiche del dietro le quinte, e fino a un certo punto lo è. Si ferma però al primo strato, senza essere particolarmente graffiante o sferzante, come lo era invece la già citata Portobello, solo per citare un caso recente. In generale, proprio come i suoi colori, Nel tepore del ballo cade vittima soprattutto di una sceneggiatura – dello stesso Avati e del figlio Tommaso (il fratello Antonio è produttore) – fredda, programmatica, spenta. Peccato.


