giovedì, Marzo 12, 2026
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Portobello, recensione della serie di Marco Bellocchio

Dopo Esterno notte, Bellocchio torna sul piccolo schermo con Portobello per raccontare il caso di malagiustizia di cui fu vittima Enzo Tortora. Dal 20 febbraio su HBO Max.

È una coincidenza che i sei episodi di Portobello escano sulla neo arrivata HBO Max il 20 febbraio, a un mese dal referendum costituzionale sulla giustizia dove gli italiani andranno alle urne per decidere sulla separazione delle carriere dei magistrati? Probabilmente sì. Lo è meno (immaginiamo) il fatto che esattamente trentanove anni fa, il 20 febbraio 1987, Enzo Tortora tornava sugli schermi dell’intera nazione con la celeberrima frase: “Dove eravamo rimasti?”

Presente e passato, passato e presente. Il cinema di Marco Bellocchio da sempre opera su questi due fronti, scavando nelle pagine più oscure della nostra Storia per indagare i meandri delle psicosi umane dell’oggi. Non serve andare troppo indietro nel tempo: basta guardare a Rapito, sulla storia vera di un bambino ebreo, Edgardo Mortara, tolto alla famiglia dalla Chiesa per essere convertito al cattolicesimo, oppure ancora meglio a Esterno notte, l’altra sua grandissima serie televisiva che ampliava il discorso iniziato con Buongiorno, notte sul rapimento di Aldo Moro.

Nelle pieghe oscure della Storia italiana

A 86 anni, il regista di Bobbio è ancora tra i pochissimi ad avere uno sguardo così lucido sul nostro Paese (e sul cinema, allo stesso tempo), forse l’unico in grado di svelare i meccanismi farseschi che manovrano politica, religione e giustizia. In effetti con Portobello proprio di farsa si tratta, o di teatro dell’assurdo, come ripete spesso lo stesso Fabrizio Gifuni nei panni di Enzo Tortora davanti a chiunque: la sorella Anna (Barbora Bobulova), la famiglia, la compagna segreta Francesca (Romana Maggiora Vergano), il giudice istruttore Giorgio Fontana (Alessandro Preziosi).

Dopo Moro e Mortara – il quale, siamo sicuri, non ha il volto di Gifuni solo a causa della incompatibile differenza di età con l’attore -, il popolarissimo presentatore televisivo rappresenta la nuova vittima sacrificale sull’altare di un sistema malato e (cor)rotto, che in questo caso permette a un bugiardo qualunque di manipolare la verità (e coloro che dovrebbero esserne i garanti) come un carismatico burattinaio. 

Tale bugiardo risponde al nome di Giovanni Pandico (un ammaliante Lino Musella), affiliato della Nuova Camorra Organizzata di Raffaele Cutolo che, nel 1983, fece accusare Tortora, all’epoca all’apice del successo con il suo programma, “Portobello”, di traffico di stupefacenti e associazione all’organizzazione mafiosa. Alle 4 di mattina del 17 giugno, Tortora venne arrestato dai Carabinieri, ma solo dopo dieci giorni di reclusione gli vennero comunicati i capi d’imputazione, e fu comunque incarcerato per sette mesi prima che gli venissero concessi gli arresti domiciliari a causa di problemi di salute. 

Portobello. Foto di Anna Camerlingo

Il teatro dell’assurdo delle istituzioni

Inizia così uno dei più clamorosi errori giudiziari italiani, una parabola orrorifica che assume contorni sempre più grotteschi e provoca il collasso totale delle istituzioni, mentre paradossalmente il carcere, paradigma dell’illegalità, diventa luogo di incontri e confronti veri, onesti, autentici.

Lo Stato, garante teorico dei diritti dei cittadini, qui mette in scena (dentro e fuori le aule del tribunale) un surreale spettacolo di incompetenza e paura – i pubblici ministeri mettono sotto torchio (e sotto i riflettori) un uomo innocente per non finire loro stessi processati dell’opinione pubblica -, e nel frattempo la televisione e i giornali si affrettano a pubblicare fotografie, titoli e perfino vignette satiriche sensazionalistici, piuttosto che assolvere a uno degli scopi più importanti del giornalismo: alimentare la pluralità dei punti di vista, fornire nuove prospettive e sguardi diversi sull’attualità. 

Emblematica, in questo senso, l’immagine degli operatori della Rai che arrivano per primi di fronte alla caserma dove Tortora viene portato il giorno dell’arresto, pronti a filmare la caduta del loro re. E Tortora un re lo era davvero, con i suoi 28 milioni di spettatori raggiunti dal suo programma televisivo. Un successo che Bellocchio testimonia, nel primo episodio, non solo con le colorate scritte in sovraimpressione che mostrano cifre in aumento esponenziale e apparentemente infinito, ma soprattutto entrando nelle case (e nelle carceri) degli italiani. Tutti, dal bambino all’anziano, dalla casalinga all’operaio, dalle forze dell’ordine ai detenuti, guardano “Portobello”. 

Portobello. Foto di Anna Camerlingo

La televisione come ipnosi collettiva

Meglio ancora: tutti venerano “Portobello”. Per l’intera popolazione la prima serata del venerdì sera è sacra e lo schermo televisivo diventa reliquia, mezzo tecnologico che crea un’ipnosi collettiva – messa letteralmente in scena in almeno due magnifiche sequenze – nella quale si annulla qualsiasi distanza tra il conduttore e il suo pubblico e tra il pubblico stesso. Non a caso Giovanni Pandico, nel suo delirio di onnipotenza, è certo di poter interagire con Tortora semplicemente inveendo contro la televisione.

Anche in questo caso l’immagine è significativa: se Esterno notte si apriva con la sequenza, simbolica e allucinatoria, di Andreotti e degli esponenti della DC davanti al letto d’ospedale di un Aldo Moro sopravvissuto al rapimento, in Portobello non c’è distinzione tra set del programma e aula giudiziaria o stanza degli interrogatori: tutto è già deciso, la sceneggiatura è pronta ed è sufficiente seguire le sue istruzioni per trasformarla, hitchcockianamente, in realtà. 

Uno sguardo privo di sterile e facile retorica

Ma la realtà stabilita dai PM è farlocca e la voce di Tortora è la prima e l’ultima a opporsi strenuamente a un tale teatrino. Bellocchio, insieme a un Fabrizio Gifuni magistrale e totalizzante, si fa carico di quella voce e, con essa, del peso morale di un’ingiustizia le cui implicazioni si ripercuotono fino al presente, dove forse ci si è dimenticati dell’importanza di avere una magistratura indipendente dal potere e dalla classe politica.

Portobello si aggiunge così a un mosaico di opere – di cui fa parte sicuramente Esterno notte, ma non dimentichiamoci, per rimanere sul piano del piccolo schermo, della folgorante M – Il figlio del secolo di Joe Wright – che iniziano, finalmente, a riflettere sulla Storia italiana offrendo uno sguardo critico, soggettivo e privo di sterile e facile retorica. Ci auguriamo che in futuro altri autori e cineasti seguano il solco tracciato da Bellocchio, che ne raccolgano l’eredità e si (anzi, ci) pongano, anch’essi, una semplice domanda: “Dove eravamo rimasti?”

Guarda il trailer ufficiale di Portobello

GIUDIZIO COMPLESSIVO

Dopo Esterno Notte, Bellocchio torna sul piccolo schermo e, ancora una volta, dimostra di avere uno sguardo lucidissimo sul nostro Paese, forse l'unico regista in grado di scavare così a fondo nelle pagine più oscure della nostra Storia per indagare i meandri delle psicosi umane dell’oggi. Il caso Tortora di Portobello si fa quindi spettacolo, teatro grottesco e illusione collettiva, dove non c'è distinzione tra il set del programma televisivo e le aule giudiziarie. Con un Fabrizio Gifuni totalizzante.

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Dopo Esterno Notte, Bellocchio torna sul piccolo schermo e, ancora una volta, dimostra di avere uno sguardo lucidissimo sul nostro Paese, forse l'unico regista in grado di scavare così a fondo nelle pagine più oscure della nostra Storia per indagare i meandri delle psicosi umane dell’oggi. Il caso Tortora di Portobello si fa quindi spettacolo, teatro grottesco e illusione collettiva, dove non c'è distinzione tra il set del programma televisivo e le aule giudiziarie. Con un Fabrizio Gifuni totalizzante.Portobello, recensione della serie di Marco Bellocchio