HomeRecensioniIl diavolo veste Prada 2, recensione del sequel con Meryl Streep e...

Il diavolo veste Prada 2, recensione del sequel con Meryl Streep e Anne Hathaway

Miranda Priestly e Andy Sachs tornano sul grande schermo ne Il diavolo veste Prada 2, a vent'anni dal cult originale. Dal 29 aprile in sala grazie a The Walt Disney Company Italia.

Chiunque abbia avuto modo di riguardare Il diavolo veste Prada di recente, mentre ammirava i costosissimi cappotti che Meryl Streep lanciava alle sue povere assistenti, potrebbe aver sviluppato, in un angolo del proprio cervello, un pensiero fisso, costante, quasi preoccupato. Una domanda silenziosa, rivolta alla giovanissima protagonista interpretata da Anne Hathaway: Andy, sei davvero sicura di voler diventare una giornalista? 

Un lieto fine non più così lieto

Agli occhi di uno spettatore del 2026, quel lieto fine in cui Andy Sachs si “liberava” dal patto con il diavolo della moda Miranda Priestly e coronava finalmente il suo sogno, varcando la soglia della redazione del New York Mirror, forse non appare più così lieto. Perché in vent’anni il giornalismo ha subito trasformazioni enormi, entrando rapidamente in una profondissima crisi globale dove anche le voci più storiche sono costrette a piegarsi davanti all’inevitabile ascesa di nuove forme di informazione. 

Già quando il boss di Amazon Jeff Bezos ha comprato il Washington Post, nel 2013, è diventato chiaro a tutti che ben presto l’esistenza della stampa tradizionale sarebbe stata equiparabile a quella delle associazioni di beneficenza, in totale dipendenza dalla benevolenza di pochi filantropi disposti a investire capitale nel settore. Così è stato. Giornali e riviste cartacei sono ormai dinosauri in via d’estinzione, ma anche le versioni online faticano a tenere il passo con i social media e i content creator indipendenti, e a pagarne il prezzo sono in primis chi del giornalismo ha fatto (o vorrebbe farne) il proprio mestiere. Anche i migliori. 

Il diavolo veste Prada 2 doveva, per forza di cose, fare i conti con tutto questo. O meglio, avrebbe potuto anche ignorare completamente l’argomento e diventare una copia carbone del primo capitolo, ma sarebbe sembrato solo un arido tentativo di riportare il pubblico in un’epoca perduta, attirandolo con la calamita della nostalgia. Invece, la sceneggiatrice Aline Brosh McKenna e il regista David Frankel – che tornano entrambi ai rispettivi posti di vent’anni fa – non solo affrontano l’attualità di petto, ma lo rendono anche il motore narrativo di tutta la vicenda. 

The Devil Wears Prada 2. Photo by Macall Polay. © 2026 20th Century Studios. All Rights Reserved.

Si torna a Runway! E in grande stile

In una delle primissime scene del film, infatti, ritroviamo Andy Sachs (Hathaway) mentre sta per ricevere un premio per il suo lavoro d’inchiesta. Ormai è una penna affermata e il suo talento è riconosciuto, ma poco prima di salire sul palco lei e i suoi colleghi ricevono una notifica: sono appena stati licenziati. Caso vuole che, nello stesso momento, l’inattaccabile e inamovibile Miranda Priestly (Streep) sia nel mezzo di una bufera mediatica per mancanza di trasparenza su un articolo di Runway. Si aprono così le porte a Andy per il suo ritorno nella sto(r)ica rivista di moda, con l’importante compito di ricostruirne la reputazione. 

Non sveleremo altro in questa sede, se non che ovviamente rivedremo anche Nigel (Stanley Tucci) e Emily (Emily Blunt), oltre ad alcune new entry interpretate da Justin Theroux, Lucy Liu, Kenneth Branagh, Simone Ashley (già vista nelle serie Netflix Sex Education e Bridgerton), e qualche cameo a sorpresa. È un cast che nel complesso funziona molto bene, e il film, consapevole, non perde tempo nel ricostruire il quartetto originale: in un battibaleno, eccoci di nuovo immersi nel mondo dell’alta moda, tra abiti incredibili (ispiratissimo come sempre il lavoro sui costumi, questa volta cura di Molly Rogers), sfilate di super modelle e cene di gala. 

The Devil Wears Prada 2. Photo by Macall Polay. © 2026 20th Century Studios. All Rights Reserved.

Meno moda, più attualità. Ed è un bene

Non si poteva, del resto, rinunciare agli elementi che hanno reso il film del 2006 un instant cult generazionale. Tuttavia, a uno sguardo più attento, Il diavolo veste Prada 2 sembra davvero molto più concentrato sull’esplorare i sintomi del crollo del settore dell’informazione tradizionale che sulla moda in sé e per sé. Il che non è affatto un male. Tra una smorfia di disapprovazione di Miranda e l’altra, si parla in realtà di acquisizioni da parte di riccastri disinteressati (Elon Musk, sei tu?), di voci che perdono la propria rilevanza e cercano di recuperarla, di come la credibilità sia ormai l’unico appiglio a cui il giornalismo moderno può aggrapparsi per sopravvivere. 

Certo, l’approccio di McKenna e Frankel al tema è pop tanto quanto lo era quello della tossicità lavorativa nel primo film, e a tratti mostra il fianco a una certa superficialità nelle soluzioni narrative. Se non altro, però, Il diavolo veste Prada 2 riesce a giustificare la sua stessa esistenza oltre l’obiettivo economico, diventando un sequel che doveva essere fatto per riaffermare Andy Sachs come modello femminile positivo, lontano dall’idea di arrampicatrice sociale. Il suo cammino professionale, reso incerto dai cambiamenti dell’ultimo ventennio, non viene più lasciato all’immaginazione, bensì messo in scena concretamente, per dimostrare una volta di più quanto il personaggio di Anne Hathaway sia ancora una donna destinata al successo, che raggiunge i propri obiettivi solo grazie all’impegno e alle sue capacità.  

The Devil Wears Prada 2. Photo by Macall Polay. © 2026 20th Century Studios. All Rights Reserved.

Bello quanto il primo? Forse no, ma…

Ma le cicatrici del tempo si vedono anche sull’immortale Miranda Priestly (Meryl Streep è nata per questo ruolo), che rispetto al 2006 è stata castrata di alcune delle caratteristiche più spigolose. Deve stare più attenta, per esempio, a come si rivolge al personale per non incappare nel suo nemico mortale, le risorse umane. Ne esce quindi depotenziata? Niente affatto. Anzi, semmai le sue stoccate appaiono ancora più efficaci (e più divertenti, in certi casi) in un contesto dove non può esprimersi come vorrebbe. Anche lei, dopotutto, è un’istituzione preistorica che non ha perso la voglia di lottare per non scomparire nel buco nero dell’irrilevanza. 

Laddove il primo film era una storia senza tempo e senza età, Il diavolo veste Prada 2 è al contrario profondamente radicato nel periodo storico in cui è stato realizzato, e forse proprio per questo motivo non raggiungerà lo status dell’originale. Va detto che, quanto a battute davvero memorabili, questo script scarseggia. Oltretutto, la sensazione è che alcuni dei grandi nomi del cast siano relegati a ruoli un po’ troppo marginali, e che alcune sottotrame esistano solo come mero riempitivo. Resta però un degno sequel, che ammicca ai fan senza strafare e senza essere del tutto succube della celebrità del primo capitolo. Aspetteremo altri vent’anni per il terzo? 

Guarda il trailer ufficiale de Il diavolo veste Prada 2

GIUDIZIO COMPLESSIVO

Non raggiungerà lo status di cult dell'originale, ma Il diavolo veste Prada 2 resta comunque un degno sequel, che serve anche a riaffermare il personaggio di Anne Hathaway come modello femminile positivo e destinato al successo. Più radicato nell'attualità, riesce a non essere succube del primo capitolo e non perde tempo a ricordarci quanto avessimo amato questo cast d'ensemble vent'anni fa.

LASCIA UN COMMENTO

Per favore inserisci il tuo commento!
Per favore inserisci il tuo nome qui

RECENTI

Non raggiungerà lo status di cult dell'originale, ma Il diavolo veste Prada 2 resta comunque un degno sequel, che serve anche a riaffermare il personaggio di Anne Hathaway come modello femminile positivo e destinato al successo. Più radicato nell'attualità, riesce a non essere succube del primo capitolo e non perde tempo a ricordarci quanto avessimo amato questo cast d'ensemble vent'anni fa. Il diavolo veste Prada 2, recensione del sequel con Meryl Streep e Anne Hathaway