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Indiana Jones e il Quadrante del Destino, recensione del film con Harrison Ford

La recensione di Indiana Jones e il Quadrante del Destino, il quinto capitolo della saga con protagonista Harrison Ford. Dal 28 giugno al cinema.

Dopo l’anteprima mondiale all’ultima edizione del Festival di Cannes, anche il pubblico italiano avrà finalmente la possibilità di godere sul grande schermo, a partire dal prossimo 28 giugno, dell’attesissimo Indiana Jones e il Quadrante del Destino, il quinto capitolo del franchise d’avventura inaugurato nel lontano 1981 dal capolavoro I predatori dell’arca perduta: l’ultimo – come si vocifera (e come ci auguriamo!) – per la leggenda Harrison Ford, storico interprete dell’arguto e sarcastico archeologo, avventuriero e professore; il primo per il regista James Mangold (Logan – The Wolverine, Le Mans ’66 – La grande sfida), che raccoglie la pesante eredità di Steven Spielberg (qui presente nella sola veste di produttore esecutivo insieme a George Lucas, creatore originale del personaggio di Indy insieme a Philip Kaufman).

Il Quadrante del Destino si apre con un lungo (e bellissimo) prologo – di cui si è discusso tanto nei mesi passati – ambientato in Germania nel 1944, sul finire della Seconda Guerra Mondiale. Un Indy ringiovanito grazie all’impiego del de-aging e dell’ingente materiale d’archivio in possesso di Lucasfilm, tenta di sottrarre ai Nazisti la Lancia di Longino (la lancia con cui Gesù è stato trafitto al costato dopo la crocifissione), ma dopo averne confutato l’autenticità decide di mettere le mani su un manufatto ancora più antico e prezioso, l’Antikythera di Archimede (un dispositivo che detiene il potere di localizzare possibili fratture nello spaziotempo), bramato anche dallo spietato Jürgen Voller (Mads Mikkelsen). Un salto temporale e arriviamo al 1969…

Siamo a New York e il nostro Indy vive da solo in un modesto appartamento: è pronto ad andare in pensione ma non sembra passarsela troppo bene (complice la dipendenza dall’alcol, il divorzio dall’amata Marion e il totale disinteresse dei suoi studenti nei confronti dell’archeologia). A scuotere la monotonia e la solitudine che scandiscono le sue giornate sarà la visita a sorpresa della sua figlioccia, Helena Shaw (Phoebe Waller-Bridge), figlia di Basil Shaw (Toby Jones), amico del professore che vent’anni prima lo aveva aiutato a recuperare metà dell’Antikythera. Helena, però, è un’abile trafficante di reliquie ed è interessata a rivendere proprio il cimelio che dà il titolo al film: a Indy non resta altra scelta che rispolverare cappello da esploratore e frusta e inseguire la ragazza, ritrovandosi al centro di una nuova spericolata avventura in giro per il mondo (Italia inclusa). Nel frattempo, l’ex nazista Voller – ora affermato fisico che ha contribuito persino al primo allunaggio – spera ancora di poter mettere le mani sul marchingegno, convinto di poter cambiare per sempre il corso della storia mondiale a suo piacimento.

Sono passati più di 40 anni da I predatori dell’arca perduta e 15 dall’ultima volta che il personaggio di Indiana Jones – uno degli eroi più amati nella storia del cinema – è apparso sul grande schermo (era il 2008 e il film era il controverso quarto capitolo, Il Regno del Teschio di Cristallo). Indubbiamente, Il Quadrante del Destino è figlio di questi tempi pigri e indolenti, dove si preferisce abbandonarsi alla nostalgia piuttosto che provare a creare qualcosa di nuovo, puntando a stupire e meravigliare lo spettatore come nei magici anni ’80 aveva fatto Spielberg con i primi tre film della saga. In questo senso, la regia di Mangold non inventa nulla di nuovo, limitandosi a riproporre in maniera anche piuttosto fedele quanto i fan sono già stati abituati a vedere in passato.

Il valore e l’importanza del tempo

Non c’è una precisa volontà di impressionare nell’occhio meccanico del regista statunitense, ma soltanto un chiaro desiderio di omaggiare la tradizione nella speranza di non deludere le aspettative (già fortemente compromesse dal predecessore, di cui molti si ostinano ancora oggi a negare l’esistenza). Restano le sue indiscusse capacità di ottimo mestierante, al servizio di sequenze d’azione forse un tantino ripetitive ma tutto sommato efficaci, di attori che non regalano certamente interpretazioni memorabili ma piuttosto delle interessanti e ragguardevoli “variazioni sul tema” rispetto a quanto hanno già dimostrato di saper fare in passato; di una storia – concepita dallo stesso Mangold insieme a Jez e John-Henry Butterworth e David Koepp – che riflette, senza mai scendere veramente in profondità, sul valore e l’importanza del tempo.

Di tutti i personaggi iconici della sua carriera che Harrison Ford ha rivisitato negli ultimi anni (da Rick Deckard di Blade Runner a Han Solo di Star Wars), Indiana Jones è forse quello a cui l’attore è più legato, probabilmente quello che si diverte di più a interpretare, ed è sicuramente una gioia rivederlo con la fedora e la giacca di pelle: l’età avanza inesorabile, ma il fascino e il carisma – così come il talento (spesso sottovalutato) – restano immutabili. Ma non tutto riesce a sopravvivere davvero alla caducità del tempo, neanche lo spirito all’apparenza indomabile del brillante avventuriero, che in questo film ci appare essenzialmente come il frutto di tutte le esperienze che ha vissuto nel corso degli anni, e che grazie a lui abbiamo vissuto anche noi: un uomo che si percepisce “fuori dal tempo”, arrivato con rassegnazione alla fine (?) della sua corsa, che osserva laconico i fili di una vita che si slegano per poi intrecciarsi nuovamente, ma nel cui petto batte ancora il cuore di un eroe “vecchia scuola” capace di lasciarsi trasportare dalle imprevedibili conseguenze di un’ultima grande avventura; un viaggio che ha il sapore di un’effettiva resa dei conti tra chi fatica a stare al passo con la modernità ed è incapace di resistere al sapore di una nuova sfida, e un mondo che si affaccia repentinamente all’evoluzione, diventando sempre più cinico e ambivalente.

È qui che, al di là degli inseguimenti, delle sparatorie, dei luoghi nascosti e impervi che rivelano sempre qualcos’altro, dell’intramontabile colonna sonora di John Williams (forse un po’ troppo abusata a questo giro), ma anche delle bizzarre e stranianti derive a metà tra fantasy e sci-fi, risiede l’aspetto più interessante di questo lungo e malinconico addio in cui il concetto di redenzione coincide con quello di rinnovamento, in cui si riflette sulle scelte fatte, le occasioni mancate e gli errori irrevocabili per cercare da un lato di chiudere un cerchio nella maniera più toccante e conciliatoria, e dall’altro di aprirne uno nuovo di zecca che assume palesemente i contorni di un passaggio di consegne. E mentre aspettiamo di scoprire cosa ci riserverà il futuro, non possiamo far altro che salutare (?) Indy con una solida consapevolezza, per quanto amara possa sembrarci: se è vero che il passato e le emozioni difficilmente sono replicabili, lo è anche il modo di vivere e raccontare le grandi avventure. Prendere o lasciare.

Guarda il trailer di Indiana Jones 5

GIUDIZIO COMPLESSIVO

Sono passati più di 40 anni da I predatori dell'arca perduta e 15 dall'ultima volta che il personaggio di Indiana Jones - uno degli eroi più amati nella storia del cinema - è apparso sul grande schermo (era il 2008 e il film era il controverso quarto capitolo, Il Regno del Teschio di Cristallo). Indubbiamente, Il Quadrante del Destino è figlio di questi tempi pigri e indolenti, dove si preferisce abbandonarsi alla nostalgia piuttosto che provare a creare qualcosa di nuovo, puntando a stupire e meravigliare lo spettatore come nei magici anni '80 aveva fatto Spielberg con i primi tre film della saga.
Stefano Terracina
Stefano Terracina
Cresciuto a pane, latte e Il Mago di Oz | Film del cuore: Titanic | Il più grande regista: Stanley Kubrick | Attore preferito: Michael Fassbender | La citazione più bella: "Io ho bisogno di credere che qualcosa di straordinario sia possibile." (A Beautiful Mind)

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Sono passati più di 40 anni da I predatori dell'arca perduta e 15 dall'ultima volta che il personaggio di Indiana Jones - uno degli eroi più amati nella storia del cinema - è apparso sul grande schermo (era il 2008 e il film era il controverso quarto capitolo, Il Regno del Teschio di Cristallo). Indubbiamente, Il Quadrante del Destino è figlio di questi tempi pigri e indolenti, dove si preferisce abbandonarsi alla nostalgia piuttosto che provare a creare qualcosa di nuovo, puntando a stupire e meravigliare lo spettatore come nei magici anni '80 aveva fatto Spielberg con i primi tre film della saga.Indiana Jones e il Quadrante del Destino, recensione del film con Harrison Ford