Ricchi… da morire – Delitti in famiglia parte da un’idea semplice e cattivissima: cosa succede se l’unico modo per ottenere la vita che si pensa di meritare passa attraverso l’eliminazione della propria famiglia? A raccontarla è John Patton Ford, qui alla sua opera seconda dopo I crimini di Emily, e ancora una volta autore sia della regia che della sceneggiatura.
La storia del film, però, nasce molto prima del suo arrivo in sala. La sceneggiatura era infatti comparsa nel 2014 nella Black List con il titolo Rothchild. La Black List non è una “lista nera” nel senso censorio del termine, ma un sondaggio annuale dell’industria hollywoodiana che raccoglie le sceneggiature non ancora prodotte più apprezzate da produttori e dirigenti. In altre parole, una vetrina prestigiosa per copioni considerati forti, promettenti, magari difficili da realizzare subito, ma capaci di farsi notare.
La trama di Ricchi… da morire
Il film comincia dalla fine. Becket Redfellow (Glen Powell) è in prigione, condannato a morte per omicidio. A quattro ore dall’esecuzione, decide di raccontare la sua storia a un prete venuto per ascoltarlo. Da qui parte il lungo flashback che, attraverso la voce fuori campo di Becket, ricostruisce passo dopo passo la sua scalata criminale verso la fortuna dei Redfellow, la famiglia miliardaria da cui è sempre stato escluso.
Becket, infatti, è cresciuto lontano da quel mondo. Sua madre Mary (Nell Williams) era stata allontanata dai Redfellow dopo aver scelto di portare avanti una gravidanza in adolescenza. Prima di morire, Mary lascia al figlio una raccomandazione che per lui diventerà quasi un comandamento: non arrendersi mai e lottare per la vita che merita.
Anni dopo Becket, ormai adulto, lavora come commesso in un negozio di abiti di lusso. Quando viene retrocesso in favore del figlio diciannovenne e senza esperienza del suo capo, e dopo aver ritrovato Julia (Margaret Qualley), amore d’infanzia ormai sposata con un altro uomo (James Frecheville), Becket scopre che nel testamento dei Redfellow è ancora in linea di successione per un patrimonio da 28 miliardi di dollari. A separarlo da quella cifra restano però sette parenti. Così Becket comincia a “potare” l’albero genealogico di famiglia, mentre l’FBI e una Julia sempre più sospettosa si avvicinano alla verità.

Una commedia nera sull’ossessione per la ricchezza
Ricchi… da morire prende ispirazione da Sangue blu, commedia nera britannica del 1949 diretta da Robert Hamer. Anche lì c’era un uomo escluso dalla propria famiglia aristocratica, deciso a uccidere i parenti che lo separavano dal titolo nobiliare. John Patton Ford prende quella struttura e la sposta dentro l’America contemporanea, sostituendo la nobiltà con l’ultra-ricchezza, il titolo con il capitale, il sangue blu con un’eredità miliardaria.
Qui il film intercetta discorsi molto attuali: la rabbia verso i privilegi ereditati, la frustrazione di chi lavora senza avanzare, il nepotismo come regola non scritta, il culto del successo individuale, la fantasia sempre più diffusa di “mangiarsi i ricchi”. Naturalmente, la spietata critica sociale coreana, da Parasite fino al più recente No Other Choice, resta lontana: la satira di Ford è più leggera, più pop, e funziona proprio perché non appesantisce mai il racconto.
La cosa più interessante è che il film non costruisce Becket come un semplice mostro. Lo rende affascinante, brillante, a tratti perfino comprensibile. Glen Powell, con il suo sorriso da star e la sua bellezza luminosa, è perfetto per un personaggio che deve sedurre anche quando sta facendo qualcosa di terribile. Becket è un assassino, certo, ma è anche il prodotto di un mondo che gli ha insegnato che tutto ha un prezzo, che vincere conta più di essere giusti, che l’unica vera colpa è perdere.

Un cast perfetto tra fascino e cattiveria
Nel cast si respira una bella energia: Glen Powell regge bene il centro del film, giocando sul contrasto tra fascino e amoralità; Margaret Qualley è sensualissima, magnetica, una femme fatale moderna che porta in scena un’elettricità ogni volta che compare (e proprio per questo resta il rimpianto di non vederla sfruttata di più); Ed Harris, che interpreta Whitelaw Redfellow, è il vertice della piramide, il patriarca da raggiungere, il volto finale al termine della scalata.
Ricchi… da morire vive molto di sguardi, di tensioni, di questa sensazione che tutti stiano recitando una parte dentro un mondo dove desiderio e denaro sono continuamente sovrapposti. Il film è divertente, ha un buon intreccio, mantiene un discreto ritmo e sa usare bene la propria cattiveria. Non sempre morde fino in fondo, ma quando trova il tono giusto riesce a essere davvero piacevole: una commedia nera elegante e cinica, con più idee di quanto la sua superficie brillante lasci intuire.


