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Il prigioniero, recensione del film di Alejandro Amenábar con Alessandro Borghi

Il premio Oscar spagnolo Alejandro Amenábar racconta Miguel de Cervantes ne Il prigioniero, con Julio Peña e Alessandro Borghi. Al cinema dal 10 giugno grazie a Lucky Red.

In trent’anni di carriera, Alejandro Amenábar si è spesso mosso sui fili della Storia, passando dal thriller al film biografico e avendo più volte a che fare con figure di intellettuali complesse, tormentate e costrette a districarsi in un mondo ostile. Come il filosofo e scrittore Miguel de Unamuno, che in Lettera a Franco si trovava a dover fare i conti con la salita al potere di Francisco Franco. O come Ipazia, la protagonista di Agora interpretata da Rachel Weisz, matematica greca perseguitata dai cristiani per le sue idee sull’eliocentrismo. 

Cervantes secondo Amenábar

Ne Il prigioniero, è la volta di Cervantes. Anche lui autore – di un’opera “poco nota e insignificante” quale il Don Chisciotte della Mancia -, anche lui Miguel, e anche lui con problemi legati alle dottrine religiose. Perché nella versione di Amenábar, storicamente mai verificata e derivante quindi da voci, miti e leggende – seppure molto interessante – è omosessuale, esattamente come il regista. E gli omosessuali, si sa, non vengono visti di buon occhio da chi è devoto alla parola di Cristo. Specie nel Sedicesimo secolo. 

Il prigioniero copre un periodo specifico della vita di Cervantes (Julio Peña), quello della cattività nella città musulmana di Algeri, tra il 1575 e il 1580. Qui, sempre secondo racconti che hanno il sapore di favole inventate e trasmesse oralmente, alla stregua dei poemi omerici, avrebbe instaurato un legame sentimentale con il suo carceriere, Hasan Pasha (Alessandro Borghi). Amenábar abbraccia questa idea e ne fa il centro del film, ma poi lo avvinghia dentro tanti altri elementi, rendendolo un grosso pasticcio (da non confondere con pastiche) che vuole parlare di troppe cose e spesso fatica a trovare i mezzi giusti per farlo. 

Religioni in conflitto

Dato l’orientamento sessuale che accomuna regista e protagonista, il secondo serve al primo per affrontare il dilemma religioso sul quale probabilmente Amenábar stesso, prima cattolico e ora ateo, ha riflettuto nel corso della sua vita. Solo che, più che un alter ego, Miguel diventa un burattino dalla scarsa profondità psicologica, il cui conflitto spirituale passa in secondo piano rispetto alle questioni sentimentali. Non aiuta, inoltre, che Peña faccia fatica a restituire il carisma che la sceneggiatura gli cuce addosso. 

Eppure il discorso imbastito dal regista, sulla carta, ha grande potenziale. C’è un concetto – su cui non si insiste abbastanza – che riguarda la facilità con cui i prigionieri, disperati, sono disposti a cambiare radicalmente i propri ideali e il proprio credo in nome della tanto agognata libertà. E questo poi si intreccia con l’iniziativa di Miguel, che per vincere la noia si mette a inventare storie, conquistando prima l’attenzione dei suoi compagni e poi il cuore di Hasan Pasha. Perché in fondo, almeno dal punto di vista di uno come Amenábar, cos’è la Bibbia se non un grande romanzo scritto per alleviare le pene dei mortali?

Un film poco centrato e troppo lungo

Ecco, sarebbe stato bello se Il prigioniero avesse esplorato meglio l’idea di questo quasi-autore in erba che con i suoi racconti crea in qualche modo una nuova fede, facendo cadere i vecchi e obsoleti dogmi religiosi. Invece, il film si limita a creare un villain, nelle fattezze di un sacerdote (padre Blanco, interpretato da Fernando Tejero), che però si rivela un personaggio piuttosto banale e prevedibile nel suo (per quanto detestabile) bigottismo. 

Sarebbe stato altrettanto bello, e forse più intrigante, se Amenábar avesse giocato un po’ di più sulla caratteristica di Miguel come narratore dentro al film, creando un senso di inaffidabilità e incertezza sulle immagini che appaiono sullo schermo. All’inizio, in effetti, sembra esserci un lavoro di questo tipo, quasi metatestuale, ma si perde in fretta, sostituito da un dramma eccessivamente lungo (due ore e un quarto erano evitabili) e poco centrato. Non è un film di prigionia vero e proprio, né un biopic, né una storia d’amore di senso compiuto. 

Un piccolo passo falso per un grande regista

Alla fine, infatti, a venire penalizzato più di tutti è quello che doveva essere il focus principale, ovvero il rapporto tra Miguel e Hasan Pasha. A loro vengono dedicati sprazzi, attimi rubati, e forse era quello l’intento del regista nel raccontare l’omosessualità ai tempi in cui doveva rimanere un segreto di cui vergognarsi, ma non basta a farci appassionare davvero alle loro vicende e Il prigioniero viene così privato del suo cuore. 

Se non altro, comunque, il personaggio di Alessandro Borghi funziona benissimo se preso da solo, e rimane la cosa migliore del film. Non a caso, l’attore italiano è tra i migliori al mondo, e come al solito offre una prova convincente, delicata e ambigua. Per il resto, se consideriamo anche una fotografia televisiva e scenografie che somigliano pericolosamente a quelle del live action di One Piece – vanno bene per quella serie, ma sono sbagliatissimi da qualsiasi altra parte -, Il prigioniero è un piccolo passo falso nella filmografia di un grandissimo cineasta. 

Guarda il trailer ufficiale de Il prigioniero

GIUDIZIO COMPLESSIVO

Il prigioniero è un piccolo passo falso nella grande carriera di Alejandro Amenábar. Un film poco centrato ed eccessivamente lungo, con troppa carne al fuoco e idee dal grande potenziale che non vengono sfruttate al meglio. Ottima però, come sempre, la prova di Alessandro Borghi.

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