Non c’è miglior giocattolo di un film. Nessun oggetto, per quanto sofisticato, riesce a conservare lo sguardo giovane di chi osserva quanto il cinema. Un film può essere smontato, rimontato, vissuto cento volte e continuare a restituire meraviglia. È forse proprio per questo che Toy Story è sempre stato qualcosa di più di una semplice saga animata. Non ha mai raccontato soltanto dei giocattoli, ma il rapporto che gli esseri umani instaurano con ciò che amano, custodiscono e infine lasciano andare. Toy Story 5 arriva a trentun anni dal primo storico capitolo Pixar e nasce da un’esigenza apparentemente inattesa. Il successo enorme e per certi versi sorprendente di Toy Story 4 convinse infatti Disney e Pixar a tornare ancora una volta su questo universo, aprendo la strada ad una nuova storia capace di guardare al presente senza rinunciare alla propria identità.
A dirigere l’operazione Andrew Stanton, uno dei grandi architetti della Pixar, già regista di Alla ricerca di Nemo e WALL·E. Un autore che conosce questi personaggi meglio di chiunque altro, essendo stato coinvolto nella scrittura dell’intero franchise sin dal primo film. Tornano inoltre le storiche voci originali di Tom Hanks, Tim Allen e Joan Cusack nei ruoli di Woody, Buzz e Jessie, affiancati da Greta Lee nel ruolo dell’inedita Lilypad. Sul fronte italiano prosegue invece il percorso iniziato con Toy Story 4, con Angelo Maggi ormai stabilmente voce di Woody dopo la dipartita di Fabrizio Frizzi. Un ritorno che punta meno sulla nostalgia e più sull’osservazione del presente, interrogandosi su come sia cambiata l’infanzia e su cosa significhi oggi crescere.

Quando i giocattoli diventano obsoleti
Da quando Woody ha intrapreso il proprio cammino lontano da Bonnie, Jessie e Buzz sono diventati i punti di riferimento della cameretta. L’equilibrio costruito negli anni sembra però incrinarsi nel momento in cui la bambina riceve Lilypad, un sofisticato dispositivo tecnologico progettato per accompagnarla durante le giornate. Quello che inizialmente appare come un semplice regalo si trasforma presto in qualcosa di molto più invasivo. Bonnie dedica sempre più tempo allo schermo, allontanandosi gradualmente dai propri giocattoli e dal mondo immaginativo che li aveva resi speciali.
Per Woody, Buzz, Jessie e gli altri compagni inizia così una nuova avventura che non li porta ad affrontare un cattivo tradizionale, bensì una trasformazione culturale. Per la prima volta il loro ruolo sembra davvero minacciato non da una persona, ma da un cambiamento generazionale. Mentre cercano di comprendere il funzionamento di questa nuova realtà, i giocattoli saranno costretti a ridefinire il proprio posto nel mondo e a capire se esista ancora spazio per loro nell’infanzia contemporanea.
Tra schermi e sceriffe: il doppio cuore del racconto
Toy Story 5 costruisce la propria identità attorno a due percorsi tematici distinti ma continuamente intrecciati. Il primo è quello che emerge con maggiore evidenza e che costituisce il motore narrativo dell’intera operazione: il rapporto tra infanzia e tecnologia. Pixar osserva un fenomeno ormai impossibile da ignorare e lo inserisce all’interno del proprio universo con sorprendente naturalezza. Gli schermi diventano il simbolo di una generazione cresciuta diversamente da quella di Andy (il bambino del primo film), una generazione che vive il gioco attraverso strumenti nuovi, spesso incomprensibili agli occhi di chi è venuto prima.
Inizialmente il film sembra assumere una posizione quasi nostalgica, come se la tecnologia rappresentasse il nemico da combattere. Eppure Andrew Stanton evita intelligentemente la trappola del semplicismo. Con il procedere del racconto emerge infatti una riflessione molto più equilibrata. Non esiste un vincitore tra analogico e digitale. Non esiste un passato puro da difendere né un futuro da demonizzare: esiste soltanto la necessità di trovare un punto d’incontro. Il vecchio e il nuovo che imparano a convivere. I giocattoli e gli schermi che smettono di combattersi e iniziano a collaborare. Da questo incontro nasce qualcosa che non è né antico né moderno: è semplicemente reale, autentico, presente.
Parallelamente il film sviluppa un secondo percorso altrettanto interessante, quello legato alla femminilità e alla ridefinizione dei ruoli. Jessie diventa il vero centro della storia: non più comprimaria, non più spalla emotiva, ma autentica protagonista. È lei a prendere decisioni, ad assumersi responsabilità, a guidare il gruppo nei momenti più difficili. Woody e Buzz finiscono spesso intrappolati nelle proprie discussioni e nelle proprie incertezze, mentre Jessie agisce. È coraggiosa, determinata, impavida, ma senza mai perdere quella dolcezza che da sempre la caratterizza. Non sostituisce i due storici protagonisti cancellandoli, bensì ne raccoglie l’eredità migliorandola. In fondo, Toy Story aveva già iniziato anni fa a mettere in discussione certi modelli maschili rigidi e tossici. Qui quel percorso trova forse la sua espressione più compiuta.

Un ritorno che sa ancora parlare al presente
Toy Story 5 è un’operazione matura, un film consapevole di appartenere ad uno dei più grandi franchise della storia del cinema e che, proprio per questo, sceglie di non limitarsi a replicarne meccanicamente le formule. I personaggi restano immediatamente riconoscibili, credibili e profondamente umani nonostante siano, tecnicamente, soltanto giocattoli. Anzi, mai come questa volta l’attenzione sembra spostarsi dalle metafore agli esseri umani che quelle metafore rappresentano. Il discorso sull’infanzia diventa più esplicito, più diretto, meno nascosto dietro le dinamiche avventurose.
Non tutto possiede la stessa forza emotiva dei capitoli migliori della saga e alcune soluzioni narrative appaiono inevitabilmente più prevedibili del passato. Tuttavia, il film riesce quasi sempre a mantenere viva la propria sincerità. La riflessione sulla tecnologia funziona, il percorso di Jessie convince e il desiderio di interrogare il presente emerge con chiarezza. Forse Toy Story 5 non raggiunge le vette assolute della trilogia originale. Forse non rivoluziona il linguaggio dell’animazione come fecero i suoi predecessori. Ma continua a fare ciò che il cinema, quando è sincero, sa fare meglio di qualsiasi altro giocattolo: ricordarci che crescere non significa smettere di giocare, ma imparare a farlo in modo diverso.
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