Dopo un’edizione del Festival di Cannes scarna di produzioni americane (ma in realtà di produzioni non europee in generale), debutta nei nostri cinema un film che arriva da quella dell’anno scorso, dove invece gli USA erano presenti eccome. C’era Eddington, per esempio, nonché Mission Impossible – The Final Reckoning, con il quale Tom Cruise ha tentato (e fallito) il bis dopo che “l’effetto Cannes” aveva dato una grossa spinta agli incassi di Top Gun: Maverick. Ma c’erano anche le opere prime di attori famosi: Scarlett Johansson con Eleanor The Great, Harris Dickinson con Urchin, e appunto Kristen Stewart con La cronologia dell’acqua.
Negli anni Stewart, come il suo collega Robert Pattinson, ha cercato di levarsi di dosso quell’ingombrante ombra chiamata Twilight, costruendosi una carriera fatta di film più piccoli o autoriali e affermandosi, un po’ a sorpresa forse, come un’attrice di tutto rispetto. Lui ci è riuscito meglio, tornando sotto la luce dei riflettori sotto un’altra veste e dimostrandosi perfino disposto a rientrare a far parte di nuovi franchise (The Batman). Lei però, dopo questo film, potrebbe benissimo annoverarsi non solo tra gli interpreti di talento, ma anche tra i cineasti promettenti.
La cronologia dell’acqua è tratta da un libro, omonimo, di Lidia Yuknavitch, con il quale condivide la struttura a capitoli. Il romanzo (e quindi il film) è autobiografico e racconta la vita dell’autrice, i traumi, le relazioni e l’intermezzo della scrittura come metodo terapeutico. La donna porta dentro di sé una cicatrice psicologica, causata dagli abusi sessuali del padre subiti durante l’infanzia, che la segneranno per gli anni a venire e la spingeranno a trovare rifugio, prima ancora che nella letteratura, nell’acqua. Lidia (Imogen Poots, brava) è infatti una nuotatrice e con l’elemento acquatico ha un legame speciale, quasi simbiotico.

Un flusso di coscienza frammentato e scomposto
Da qui deriva la seconda parte del titolo. La prima metà, la “cronologia”, è tuttavia altrettanto fondamentale per capire quest’opera imperfetta, a cui non mancano problemi di ritmo e segmenti meno belli di altri, ma comunque potente e viscerale. Ci riferiamo (e lo faremo sempre, d’ora in avanti) esclusivamente alla versione cinematografica, non avendo letto la controparte cartacea, evitando quindi paragoni che non possiamo fare. Stewart prende questi due elementi – il tempo lineare, consequenziale, e la fluidità senza schemi precostruiti dell’acqua – e li mescola tra di loro in un film dove possono coesistere e annullarsi allo stesso tempo.
Il pregio maggiore de La cronologia dell’acqua risiede dunque proprio nella struttura con cui si presenta. Stewart costruisce un montaggio a singhiozzi, saltando avanti e indietro nel tempo in un flusso di coscienza frammentato e scomposto, eppure mantenendo una certa scansione cronologica degli eventi che permette di non perdere le fila della storia. La prima parte, sugli stupri paterni, è la più caotica, confusionaria e isterica. Forse in maniera eccessiva, ma d’altra parte è comprensibile, vista la materia trattata. Poi il film si placa sempre di più, come se i ritmi e i toni di quest’ultimo assecondassero e si cucissero attorno alla condizione psicologica della protagonista.

Un film claustrofobico e soffocante, ma pieno di vita
Ciò si riflette anche sullo stile visivo: La cronologia dell’acqua è fatto di ricordi incompleti e memorie parziali, di conseguenza (e con intelligenza) Stewart predilige dettagli, inquadrature strette, primi piani tagliati. Mancano quasi del tutto i campi lunghi distensivi, perché l’intento è di fare un film claustrofobico, soffocante: Lidia vive, respira e si rilassa solo immergendosi completamente in un lago, nel mare o in una piscina, mentre fuori può solo annegare nel dolore. Finché non arriva la scrittura, non priva di frustrazioni e periodi bui ma infine appagante e liberatoria. Emblematica, e bellissima, la scena in cui legge un suo racconto in pubblico.
L’acqua rimane comunque una costante nell’esistenza di Lidia, fino a diventare – in una metafora un po’ scontata ma efficace – equivalente della vita stessa, ritrovabile in diversi momenti e diverse immagini che ci scorrono davanti. È un orgasmo, il primo mai sperimentato dalla protagonista, che riscopre così la propria vita sessuale, sepolta sotto anni di orribili esperienze; è la piscina dove nasce un amore più sano, sereno, inaspettato; è il liquido amniotico che, dentro l’utero materno, tiene al sicuro e nutre le creature al suo interno, anche se il lieto fine, per loro, non è sempre possibile. Quando c’è, però, è lì che può crescere una speranza nuova, inedita. Di un futuro diverso, più luminoso, e di un passato che, nelle inquadrature finali, viene lavato via con un semplice tuffo.


