Chi l’avrebbe mai detto, ai tempi della “Battaglia dei bastardi” di Game of Thrones, che in questi dieci anni non solo avremmo ammirato altri grandi conflitti su larga scala animare il piccolo schermo, ma saremmo addirittura arrivati a pretenderli? Al punto che, se una serie come House of the Dragon – a dispetto del legame diretto proprio con Il trono di spade, e a dispetto dell’enorme budget destinatole da HBO – viene troncata bruscamente senza l’epico scontro che il pubblico tanto agognava, quest’ultimo insorge.
Era il caso della seconda stagione dello show tratto dal libro spin-off/prequel Fuoco e sangue e creato da Ryan Condal insieme al sempiterno George R. R. Martin (che si rifiuta di concludere la saga letteraria principale iniziata oltre trent’anni fa, ma continua a sviluppare progetti paralleli): le pedine erano al loro posto, la scacchiera era finalmente pronta a esplodere, e… titoli di coda. Tutto rimandato alla terza stagione, per via di scelte commerciali che però hanno solo svalutato, agli occhi di molti, quanto di buono visto in precedenza.
Col senno di poi va tuttavia ammesso che, al netto delle esperienze psichedeliche e allucinatorie di Daemon Targaryen a Harrenhal – nemmeno il suo interprete, Matt Smith, ha molta voglia di parlarne – al suo secondo ciclo di episodi House of the Dragon era ancora un prodotto solidissimo, ben scritto, con un cast eccellente (draghi compresi) e un comparto tecnico di prim’ordine. Che aveva il merito di prendere una materia asettica e priva di emotività – Fuoco e sangue ha lo stile di una finta storiografia – e di lavorare sul non scritto, sugli spiragli di ambiguità lasciati dal testo originale. Restava solo il dubbio, quindi, sull’effettiva capacità di Condal e soci di dispiegare pienamente la tela tessuta con cura fino a quel momento.
La Danza dei Draghi è ufficialmente aperta
Dopo aver visto le prime quattro delle otto nuove puntate (in onda dal 22 giugno su Sky e Now, ma anche su HBO Max), possiamo affermare che l’attesa è stata ripagata, e che se House of the Dragon non vi piacerà ora, magari semplicemente non fa per voi. In caso contrario, il tempo dei recap su YouTube è invece finito: i Targaryen sono tornati, e sono tornati proprio con il sangue, con le spade, con il fuoco e le fiamme che erano mancati al finale di stagione precedente.
La Danza dei Draghi è ufficialmente aperta, nonostante le due leader a capo dei Neri e dei Verdi – Rhaenyra (Emma Darcy) e Alicent (Olivia Cooke) – si siano appena accordate per evitare ulteriori inutili massacri. Non basterà però certo la diplomazia a fermare il mastodontico conflitto navale che occupa gran parte della premiere, né a placare le ambizioni di Aemond (Ewan Mitchell), pronto a prendere il posto del fratello Aegon (Tom Glynn-Carney) dopo che questi è rimasto mutilato ed è fuggito da Approdo del Re insieme a lord Larys Strong (Matthew Needham).

Connubio ideale tra dramma shakespeariano e politica
Consapevole che la guerra civile dovrà necessariamente concludersi con la già confermata quarta e ultima stagione, e forte di diciotto ore di costruzione psicologica e narrativa, Condal imprime una decisa sterzata all’avanzare degli eventi. Anche dopo il roboante e spettacolare inizio, quando la polvere si assesta e le scorie della battaglia si fanno sentire, House of the Dragon non perde quota e trova il connubio ideale tra intreccio e introspezione. Tra l’anima da dramma shakespeariano moderno – con tratti tipici della soap opera – e la volontà di racchiudere l’aspetto che più di ogni altro ha sempre affascinato di Westeros: la politica.
Pur senza personaggi dal fino intelletto come Tyrion Lannister, Ditocorto o Lord Varys (ci sono delle vaghe imitazioni, imparagonabili), il “gioco del trono” è ormai una macchina ben oliata e House of the Dragon continua a perfezionarla episodio dopo episodio. Non mancheranno dunque gli intrighi di palazzo, i sotterfugi, i voltafaccia e le morti illustri, qui messi in scena ancora meglio di prima. Con piccoli accorgimenti – cliffhanger più efficaci, montaggio dal ritmo più elevato, gestione più efficiente delle varie storyline – che però bastano a rendere questa terza iterazione dello show più coinvolgente che mai.

La ritrovata centralità dei tre protagonisti
Soprattutto, riguadagnano centralità i tre personaggi principali. In primis Daemon, tornato al fianco della sua regina in grande spolvero: anche Matt Smith deve esserne contento e si vede, perché la sua performance si conferma tra le più accattivanti del franchise; ma anche Alicent e Rhaenyra si riprendono il loro ruolo di aghi della bilancia decisivi della Danza, come era stato per tutta la prima stagione. Certo, bisogna di nuovo chiudere un occhio sulla credibilità di Emma D’Arcy e Olivia Cooke nelle vesti di genitori, nel momento in cui gli attori che interpretano i figli sono quasi loro coetanei. Ma è pur vero che, a questo punto della storia, un recasting sarebbe stato poco saggio.
Dopotutto entrambe offrono, ancora una volta, il meglio che House of the Dragon ha da offrire in termini recitativi. Specialmente D’Arcy, chiamata ora a reggere sulle proprie spalle intere puntate e assolutamente all’altezza del compito: la sua Rhaenyra è la figura più tragica di tutta la serie, non solo in quanto donna di potere in un contesto fortemente maschilista, ma anche perché la sua psiche – tragedia dopo tragedia – è sempre più vicina al punto di rottura. Nemmeno un eventuale conseguimento dei suoi obiettivi basterebbe a farla riemergere dalla spirale di dolore in cui è entrata.

Tra voyeurismo e negazione dell’epica (e niente sesso)
Proprio il percorso di ascesa (militare e politica) e discesa (morale) di Rhaenyra in questi primi quattro episodi sembra suggerire il tema portante dell’intera stagione: la vittoria, tanto quanto una corona regale, è un’illusione. Non serve certo House of the Dragon a ricordarcelo, nell’attualità piena di guerre interminabili che stiamo vivendo in questi anni. Eppure forse è questo il segreto del fascino che permea questa versione dei Sette Regni: prima viene appagato il desiderio voyeuristico dello spettatore per la violenza, con un impianto cinematografico sontuoso; dopodiché i personaggi, vincenti o perdenti che siano, vengono spogliati di ogni gloria, negando all’impresa o al nobile sacrificio appena compiuti qualsiasi attributo epico.
Così, un personaggio che fino a poco prima cavalcava fieramente un drago, osservando il mondo sottostante con la prospettiva di una divinità, si trova all’improvviso con una freccia in gola e muore senza tante cerimonie. Nel frattempo, la gioia per una trionfale conquista viene sommersa da questioni burocratiche e assume connotati claustrofobici. E ancora, qualcuno che un tempo ostentava il proprio status elevato è costretto a baciare i piedi di un semplice soldato. Il potere, in sostanza, si riduce a simboli vuoti, così come vuota diventa l’anima di chi lo detiene.
Nota a margine: perfino il sesso e la nudità, marchi di fabbrica per eccellenza di Westeros (e di HBO), qui sono quasi completamente assenti. Magari perché nell’universo martiniano sono raramente associati all’amore e più invece a dinamiche di controllo e sottomissione. Ma nella terza stagione di House of the Dragon nessuno – sceneggiatori a parte, si spera – è più in controllo di niente, e l’unica cosa rimasta da fare ai personaggi è rimandare il più possibile il proprio destino. Che, a prescindere da chi alla fine siederà sul Trono di Spade, sarà probabilmente lo stesso del tuttora compianto Ned Stark: tradito, umiliato e con la testa su una picca.


