Quello di Zerocalcare è sempre stato un mondo frammentato, scomposto in mille pezzi e ricomposto in diecimila, impossibile da mettere in ordine. Tracciare una linea dritta è impossibile, così come Strappare lungo i bordi, per riprendere il titolo della prima, meravigliosa serie animata realizzata dal fumettista di Rebibbia per Netflix. Serie che, dopo i fortunati sketch televisivi in epoca Covid e le apprezzate opere cartacee, lo ha consacrato definitivamente come una delle voci più autoriali (e allo stesso tempo popolari) del panorama artistico italiano.
L’ideale conclusione di una trilogia
Oggi, cinque anni dopo, la sua incursione nell’audiovisivo – continuata con Questo mondo non mi renderà cattivo – arriva alla sua ideale conclusione con Due Spicci. Ideale non (solo) nel senso di “ottimale”, ma nel senso di “concettuale”. Con questi splendidi otto episodi, infatti, Zerocalcare mette la parola fine a una trilogia i cui capitoli non erano legati tanto da una continuità narrativa, quanto piuttosto da uno stile, da una serie di tematiche e dalla personalità inconfondibile del suo creatore.
Di Michele Rech (vero nome di Zero) ne esiste solo uno al mondo, ed è quasi un peccato che la sua arte sia difficilmente esportabile all’estero senza perdere la sua specificità. Provate a guardare un episodio qualsiasi in inglese: è tutta un’altra storia. Anche se già riuscire a portare la sua spiccata romanità a essere amata dall’Italia intera, con tutte le barriere dialettali e regionali che hanno portato il nostro doppiaggio a parlare un italiano “uniforme”, diverso da quello di ogni singolo angolo del Paese, non era un compito banale.

Una serie più ambiziosa, matura e introspettiva
Forte del successo delle due stagioni precedenti, con Due Spicci decide di fare le cose in grande: più episodi – otto invece di sei – e molto più lunghi. Se Strappare lungo i bordi durava in totale poco più di un’ora e mezzo, stavolta si arriva a quasi cinque ore. Segno che, evidentemente, per Zerocalcare questa era l’ultima occasione di dire tutto ciò che non aveva potuto dire in precedenza e voleva assicurarsi di non tralasciare nulla. Ha fatto bene, perché questa nuova serie non è solo la più ambiziosa, è anche la più introspettiva, la più personale, la più matura a livello artistico. In altre parole, il culmine della poetica zerocalcariana.
Archiviata la coraggiosa questione politica del centro di accoglienza di Questo mondo non mi renderà cattivo, per Zero, Sarah, Secco, Cinghiale e tutti gli altri è ora di fare i conti con l’arrivo dei quarant’anni. La vita si fa sempre più complessa e difficile da districare, i problemi si accumulano, le responsabilità aumentano, e tutte le certezze che uno – si suppone – dovrebbe avere a quell’età si perdono, come gli oggetti tra i mille scatoloni di cianfrusaglie che Zero accumula nel suo appartamento.
Ecco allora che anche l’intreccio di Due Spicci è molto più corposo rispetto a prima, tra debiti con la malavita, relazioni abusive e tossiche e novità importanti che stravolgono i rapporti di amicizia. Zerocalcare si è sempre dimostrato a suo agio con il linguaggio delle serie televisive, piazzando i colpi di scena al momento giusto e adattandosi al meccanismo dei cliffhanger, ma qui sembra aver trovato una consapevolezza maggiore sulle regole del medium, così come sulla composizione delle scene e delle inquadrature.

Il linguaggio universale di Zerocalcare
Ciò non significa che si perda l’aspetto fondamentale dell’opera di Rech, cioè la miriade di digressioni, parentesi, flashback – e poi altre digressioni, altre parentesi, altri flashback – che l’autore apre costantemente senza lasciare un attimo di respiro allo spettatore. Anzi, semmai il runtime esteso di Due Spicci gli permette di andare ancora più a fondo nelle questioni che gli interessano e di scavare nel proprio repertorio satirico come mai aveva fatto in precedenza. E quindi via di infinite citazioni da nerd duro e puro – cinematografiche, musicali, fumettistiche, e chi più ne ha più ne metta -, di siparietti comici con l’immancabile Armadillo di Valerio Mastandrea, e di riflessioni che, tra una risata e l’altra, colpiscono con la violenza di mazzate nello stomaco.
Ancora una volta, infatti, Zerocalcare riesce a rendere universali vicende estremamente personali con una naturalezza invidiabile e senza retorica. In Due Spicci è perfino più preciso, puntuale e incisivo di prima. Si parla di quarantenni, è vero, ma chiunque può trovare qualcosa a cui aggrapparsi o in cui ritrovarsi nei suoi racconti. Come se i pensieri senza freni inibitori del fumettista provocassero terremoti psicologici interiori di cui nemmeno ci rendiamo conto, fin quando non sentiamo salire un groppo in gola difficilissimo da ignorare. Che sia un’immagine, una frase o uno dei frequenti montaggi musicali che costellano gli episodi, insomma, è difficile non sentirsi toccati dalle vicende di questi personaggi sgangherati che non sembrano cavare un ragno dal buco delle loro esistenze.

Frammenti, caos, violenza, gentilezza e promesse
Un mondo frammentato, si diceva in apertura. E una narrazione sincopata, che viaggia in ogni direzione possibile come una scheggia impazzita ed è tenuta insieme da un unico elemento: la voce di Zero, storpiata e manipolata ai limiti delle sue capacità. Non c’è una vera logica, è tutto un flusso, un fiume in piena travolgente, e i personaggi stessi possiedono più di un volto, più di un lato nascosto, che vengono smascherati all’improvviso, ribaltando completamente le prospettive in gioco fino a quel momento.
In effetti sia le immagini della sigla – ancora una volta accompagnate da un brano di Giancane – che la serie stessa sono piene di specchi, che restituiscono una moltitudine di riflessi diversi nei quali i protagonisti osservano versioni di loro stessi che non riconoscono più. Come fantasmi o ombre ingombranti di un passato che non ne vuole sapere di essere dimenticato. Eppure, in qualche modo deve.
E allora in mezzo al caos, alla violenza, ai deliri provocati dalla chiusura di una fase della vita e l’arrivo di una nuova, l’unica speranza rimasta sembra essere nella capacità di compiere atti di pura gentilezza e altruismo. Sconsiderati, direbbe qualcuno, forse addirittura folli. Zero stesso appare riluttante in più di un’occasione, ma alla fine anche l’incessante Armadillo verrà messo (in parte) a tacere. E chissà, magari dopo quarant’anni, anche lui sarà finalmente in grado di mantenere una promessa.



