Tratto dall’omonimo romanzo di John D. MacDonald, Il promontorio della paura è un classico del thriller hollywoodiano, diretto dalla solida mano di J. Lee Thompson. Una sorta di versione normalizzata del meraviglioso, ma all’epoca incompreso, La morte corre sul fiume, unica regia del grande attore Charles Laughton (Questa terra è mia, Testimone d’accusa), spurgata di quella stilizzazione fiabesca pesantemente influenzata dal cinema espressionista. Il film vedeva contrapposti due giganti come Gregory Peck, naturalmente nel ruolo dell’eroe positivo, e Robert Mitchum, intento a riproporre la figura del terrificante e implacabile stalker che aveva già interpretato proprio nella pellicola di Laughton.
Il remake degli anni ’90
Facciamo un salto nei primi anni ’90, Universal Pictures ha due progetti fra le mani: Schindler’s List e il remake di Cape Fear, che pensa di affidare rispettivamente a Martin Scorsese e a Steven Spielberg. Scorsese sa quanto l’amico ci tenga a realizzare Schindler’s List, soggetto che l’autore de Lo squalo sente molto vicino, e quindi propone uno scambio di progetti. Il regista italoamericano si ritrova a lavorare su un copione – a firma di Wesley Strick, che per la Amblin di Spielberg aveva già scritto Aracnofobia – pensato per il collega, con al centro una classica famigliola americana e una resa dei conti finale piena di effettazzi.
L’unica soluzione per portare il film a casa per il regista italoamericano è quella di calcare la mano sull’ambiguità del protagonista, l’avvocato Bowden, e “sporcare” la sua famiglia (un momento di pura suspense, che doveva vedere Max Cady inseguire la figlia Danielle per i corridoi della sua scuola, viene trasformato in una scena di seduzione, dove una giovanissima Juliette Lewis duetta ad armi pari con De Niro). Inoltre, per la figura dell’iconico antagonista attinge elementi proprio da La morte corre sul fiume, creando una crasi fra Harry Powell e Cady, qui tatuato e pervaso da furore religioso.

Il nuovo adattamento televisivo
Il risultato è il più grande successo commerciale, almeno all’epoca, della carriera di Scorsese. Un film che entra di diritto nell’immaginario collettivo, parodizzato anche da I Simpson in un celebre episodio, dove a Telespalla Bob tocca il ruolo di Cady. Un successo che oggi viene riproposto in versione televisiva da Apple TV, con una miniserie di dieci episodi – il primo dei quali diretto da Morten Tyldum (The Imitation Game, Passengers) – sviluppata da Nick Antosca (Channel Zero, Al nuovo gusto di ciliegia), mentre sia Scorsese che Spielberg figurano come produttori esecutivi.
Max Cady (Javier Bardem) riesce a uscire di prigione convincendo una sua vecchia amante ad addossarsi la colpa dell’omicidio della moglie incinta. Questa volta, in un’operazione di genderswap, l’oggetto della sua vendetta è la sua ex avvocatessa, Anna Bowden (Amy Adams), che dopo il suo fallimentare processo è addirittura convolata a nozze con il procuratore a lei contrapposto, Tom (Patrick Wilson). Che i due amanti abbiano collaborato già all’epoca per farlo condannare? A pagarne le conseguenze non saranno solo loro, ma anche i due figli Zack (Joe Anderson) e Natalie (Lily Collias).

Una versione che segue il sentiero tracciato da Scorsese
Il Cape Fear di Antosca segue il sentiero tracciato da Scorsese con il suo remake, accentuando ulteriormente i difetti della famiglia Bowden. Anna è un’avvocatessa VIP, faccia di un’associazione no profit che si occupa di aiutare le vittime di malagiustizia. Una insopportabile socialite per cui l’immagine è tutto, che porta avanti il suo ruolo più per vanità e prestigio che per vera bontà d’animo. Il marito è un avvocato che è passato da “mettere dentro i poveri a difendere i ricchi”, come dice sprezzante il figlio Zack, oltretutto dipendente da tranquillanti e vicino a tradire la moglie.
La figlia Natalie, invece, mal sopporta il fardello di dover essere la figlia perfetta, da cui i genitori pretendono sempre il massimo sia a scuola che in ambito sportivo. Zack conduce praticamente una vita da recluso davanti al computer, dopo aver perso tutte le amicizie a causa della condivisione per messaggio di alcune foto di nudo della sua ormai ex fidanzata.
Naturalmente, la miniserie aggiorna i metodi persecutori con cui Cady inizia a interferire con la vita della apparentemente perfetta famigliola borghese. Per esempio, il figlio Zack viene sedotto e manipolato attraverso la figura di una ragazza che conosce su un videogioco online, in sostituzione all’approccio “analogico” di De Niro nei confronti di Danielle nel film di Scorsese.

Un incubo febbrile ben confezionato
Questa nuova versione di Cape Fear punta anche su derive vicine ai territori dell’horror, con una violenza ancora più esasperata di quella della pellicola del ’91 (qui Cady non solo è una furia omicida inarrestabile, ma anche un fine manipolatore, capace di costringere le sue vittime ad atti di autolesionismo estremi). Oltretutto, Cady è spesso rappresentato come un’ombra sfuggevole che si aggira indisturbata per la villa dei Bowden, come se fosse un fantasma venuto a reclamare la sua vendetta dall’aldilà.
Cape Fear è una visione febbrile, umida e appiccicosa come l’estate di Savannah (città della Georgia dove è ambientata la serie), dove la realtà spesso si mescola con l’incubo, sfruttando anche la trovata di alcuni danni cerebrali riportati da Max durante un’aggressione in prigione. Un thriller psicologico ben confezionato, elevato da un cast di tutto rispetto, su cui spicca un Bardem davvero inquietante, che qui predilige alla glaciale freddezza del suo Anton Chigurh di Non è un paese per vecchi un approccio sicuramente più teatrale e sopra le righe.


