Sembra essere questo il tempo di una nuova corrispondenza, la chimica incontenibile tra il cinema italiano e la cronaca nera. Poco importa se la strada battuta è quella dell’indagine o del racconto a ritroso, l’importante è l’insindacabile verità del true crime. Come se quella piccola dicitura “ispirato a eventi realmente accaduti” fosse già un marchio di fabbrica.
Eccoci, dunque, nell’epoca della serialità d’autore con Avetrana – Qui non è Hollywood (2024) di Pippo Mezzapesa o Il Mostro (2025) firmato Sollima, per riavvolgere il nastro prima al 2018, anno di uscita di Sulla mia pelle di Alessio Cremonini poi al 2021 con La scuola cattolica di Stefano Mordini.
La cronaca nera (ri)narrata tra il rigore e la rilettura è il nuovo feticcio del nostro cinema, e la 20esima edizione della Festa del Cinema di Roma appena conclusa, conferma a pieno titolo questo nuovo tracciato; anzitutto con 40 secondi di Vincenzo Alfieri – sulle ultime 48 ore del giovane Willy Monteiro Duarte, ucciso a Colleferro – ma anche un crime fatto di amori dannati come Gli occhi degli altri di Andrea De Sica, fino a Illusione di Francesca Archibugi, in sezione “Grand Public”, che è un opera costruita di grigi sospetti in una Perugia fredda e crepuscolare.

Di cosa parla Illusione
In un fosso tra la boscaglia della periferia viene trovata la quindicenne moldava Rosa Lazar (Angelina Andrei), dal volto di una candida bellezza seppur pieno di lividi. La polizia sta per portare via il corpo, quando un sospiro la svela ancora viva, ed ecco che la sostituta procuratrice Cristina Camponeschi (Jasmine Trinca) e lo psicologo Stefano Mangiaboschi (Michele Riondino) si mettono subito al lavoro sul caso, lungo una trafela estenuante di colloqui con Rosa per vederci chiaro in quella storia buia che dalla fatiscente periferia di Bucarest l’ha portata fin lì.
Rosa è una ragazzina di quindici anni, hai capelli dello stesso colore del sole, sogna di diventare una modella e l’unico amore che conosce è quello puro e incondizionato. Come Alice nel paese delle meraviglie o una moderna Lolita in mezzo ai lupi ritroverà nel vortice brutale – da Bucarest a Parigi passando per Bruxelles e Strasburgo – della prostituzione minorile, dove ogni storia non è altro che forme incantevoli e ogni corpo un valore di scambio.
La chiamano “la vergine Moldava” gli omuncoli del suo cammino, affascinati da ciò che la sua bellezza diventerà, ma Rosa cerca soltanto qualcuno da amare e poco altro: lei che sembra “immaginata da Dio” ma sfregiata da tutti gli altri, agirà il transfert emotivo verso l’unica persona interessata al suo vero sentire, lo psicologo Stefano Mangiaboschi.
Ecco che in questa cupa indagine pare sempre più difficile mettere insieme i pezzi di un intricatissimo puzzle. Qui ognuno fa il suo mestiere – la sostituta procuratrice Camponeschi cerca la verità, Mangiaboschi il vero Io di Rosa – nella Perugia dalla nebbia sempre più fitta come il mistero che la avvolge.

Un’illusione appassionata ma troppo addolcita
Thriller sociale, psicologico o film crime. Illusione di Francesca Archibugi (che qui firma il suo tredicesimo lungometraggio) è talmente tante, troppe cose insieme che la storia di Rosa piuttosto che turbare gli equilibri sembra la goccia che fa traboccare il vivere sociale (già sull’orlo) nella gelida città umbra, costruita su etichette e facili sospetti. Ed è proprio allo straordinario film di Thomas Vintenberg Il sospetto che sembra guardare Arghibugi quando compone passo dopo passo le accuse di un abuso avvenuto solo tra le dicerie dei perugini.
Certo, siamo piuttosto lontani dalla tesa e claustrofobica provincia ne Il sospetto, ma Archibugi ha i meriti di scrivere e dirigere un crime oltre i confini del suo cinema. Dalle pagine del «Corriere dell’Umbria» sul ritrovamento di una giovanissima prostituta, ne fa un dramma cupo che alterna lampi drammaturgici a facili trovate simil-televisive (gran parte del plot romantico risulta davvero superfluo), con la promessa di un’indagine scabrosa e l’esito di un’«illusione» avvincente, appassionata ma spesso troppo addolcita per il crudo dramma moderno che racconta.


