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Backrooms, recensione dell’horror di Kane Parsons

Kane Parsons trasferisce sul grande schermo il fenomeno nato online tra creepypasta, spazi liminali e horror analogico. Distribuito da I Wonder Pictures, Backrooms arriva nelle sale dal 27 maggio.

ASYNC. 19 giugno 1990. Un uomo riprende con la sua videocamera l’ambiente circostante fatto di spazi vuoti, corridoi anonimi e un senso costante di pericolo. Per qualche istante non accade nulla, poi succede qualcosa di orribile. Da un’altra parte, attraverso un monitor, qualcuno osserva ciò che è appena avvenuto. Backrooms inizia così. E per chi conosce il materiale d’origine significa già moltissimo, ma il film ha l’intelligenza di non spiegare subito. Anzi, forse di non spiegare affatto.

Ma andiamo con ordine. L’idea delle Backrooms nasce online, dentro quella zona grigia e affascinante delle creepypasta: storie dell’orrore nate e diffuse su internet, spesso anonime, collettive, modificate e amplificate dagli utenti fino a diventare mitologie contemporanee. In particolare, le Backrooms sono l’idea di uno spazio fuori dalla realtà: stanze infinite, pareti giallastre, moquette umida, luci al neon, ambienti familiari e allo stesso tempo sbagliati. Denominati “spazi liminali”, cioè luoghi di passaggio, privi di identità, sospesi tra una funzione e l’altra, possono essere considerati come dei non-luoghi. E proprio per questo fanno paura.

La trama di Backrooms

La storia di Backrooms segue Clark (Chiwetel Ejiofor), un architetto fallito ora proprietario di un negozio di mobili, con problemi di alcolismo e un matrimonio finito alle spalle, la cui esistenza sembra essersi ristretta fino a coincidere con il suo stesso showroom, dove ormai è costretto anche a dormire. In terapia dalla dottoressa Mary Kline (Renate Reinsve), anche lei segnata da un passato traumatico che il film lascia emergere poco alla volta, Clark prova a dare una forma al proprio fallimento. Intanto, però, nel negozio cominciano ad accadere cose strane: luci che tremano, interruttori che sembrano collegati al nulla e fenomeni elettrici senza spiegazione.

Una sera, sceso nel seminterrato per controllare il quadro elettrico, Clark scopre una linea verticale di luce in corrispondenza di un muro. Non è più il glitch digitale del mondo originario, ma una soglia fisica: una parete che, inspiegabilmente, può essere attraversata. Un passaggio che lo conduce dentro una stanza gialla, piena di mobili disposti senza logica e vuota solo in apparenza. Da qui inizia la discesa, o forse l’ingresso, in una dimensione parallela fatta di corridoi, stanze, livelli e spazi claustrofobici.

Backrooms. Credit: Courtesy of A24

Kane Parsons e la nuova generazione dell’horror

Kane Parsons, conosciuto online come Kane Pixels, aveva già raccontato le Backrooms su YouTube prima ancora di arrivare al cinema. Nel gennaio 2022, a soli sedici anni, pubblica The Backrooms (Found Footage), un corto di circa nove minuti costruito come una registrazione analogica degli anni Novanta e diventato rapidamente virale. Ora, che di anni ne ha solo venti, dirige il suo primo lungometraggio con una sicurezza davvero notevole, ricordando, a tratti, quella di Oz Perkins, soprattutto nella capacità di lavorare sull’attesa, sul disagio e su una paura che non esplode sempre, ma resta sospesa nell’inquadratura. Inoltre Backrooms sembra inserirsi in un momento molto interessante dell’horror contemporaneo.

Dopo anni in cui il genere, soprattutto negli anni Duemila, si era spesso perso tra remake, sequel, torture estetizzate e formule consumate, una nuova generazione sta provando a rimetterlo in movimento. Talk to Me, nato dall’energia dei fratelli Philippou e dal loro passato su YouTube, ha dimostrato che internet non è solo un serbatoio di contenuti, ma anche un luogo in cui può formarsi un nuovo linguaggio cinematografico. Il recente Obsession di Curry Barker ha confermato la presenza di nuove leve capaci di lavorare sull’immaginario digitale, sulla percezione, sui corpi e sulle ossessioni contemporanee. Backrooms può essere letto come un terzo capitolo ideale di questa rinascita: un horror generazionale, figlio del web, ma non prigioniero dello stesso.

Dentro l’inconscio delle Backrooms

Le Backrooms non fanno paura perché sono buie, anzi, sono fin troppo illuminate. Non fanno paura perché sono mostruose, ma perché sembrano normali. Hanno il colore degli uffici abbandonati, dei centri commerciali fuori orario, dei corridoi amministrativi, delle stanze aziendali in cui nessuno dovrebbe restare da solo. È un orrore capitalista, alienato, fatto di ambienti progettati per essere funzionali e diventati invece disumani: spazi del lavoro, del consumo e dell’efficienza che, una volta svuotati delle persone, rivelano qualcosa di profondamente disturbante.

Da questo punto di vista il film costruisce un contrasto molto efficace. Gli ambienti lavorativi reali di Clark sono opprimenti e ingombranti. L’uomo appare piccolo nel suo ufficio, intrappolato tra quattro mura, ridotto a figura marginale dentro il proprio fallimento. Le Backrooms, al contrario, sono teoricamente ariose: enormi, infinite, aperte. Eppure, sono ancora più soffocanti. È una claustrofobia senza muri vicini, una prigione fatta di spazio illimitato. Più si allargano, più diventano impraticabili. Più sembrano offrire una via, più negano l’uscita.

Backrooms. Credit: Courtesy of A24

Una diversa chiave di lettura

Qui entra in gioco anche la lettura psicanalitica del film. Le Backrooms possono essere viste – come suggerisce il film – come una rappresentazione della psiche: zone sempre più profonde, sempre meno controllabili, in cui paure, ricordi e rimozioni prendono una forma architettonica. Non semplicemente una mente da esplorare quindi, ma un io frantumato, costretto a muoversi dentro spazi che sembrano costruiti dai suoi stessi traumi.

Clark è un architetto mancato, e il riferimento non è casuale: la sua crisi interiore si manifesta attraverso strutture, stanze, geometrie sbagliate. Mary, invece, porta dentro quel labirinto il proprio passato, una ferita che il film lascia emergere senza mai trasformarla in spiegazione didascalica. Le Backrooms diventano così un inconscio abitabile, un luogo mentale che esiste davvero, ma che funziona come una proiezione delle paure e dei traumi più profondi dei personaggi.

Tra horror d’autore e cultura internet

Backrooms funziona anche perché sa tenere insieme pubblici diversi. Da una parte c’è l’horror d’autore, quello atmosferico, psicologico, interessato più alle immagini e alle risonanze che alla spiegazione. Dall’altra c’è un immaginario più immediato, riconoscibile dalla Gen Z e da chi ha scoperto le Backrooms online, tra video, meme, teorie, forum e montaggi su TikTok. Parsons strizza l’occhio a entrambi senza tradire nessuno dei due: non realizza un film chiuso per i soli fan della lore, ma non cancella neanche la stratificazione dell’universo da cui proviene. E questa profondità, però, non resta solo sullo sfondo. Il film la lascia affiorare, come se dietro i corridoi e le stanze ci fosse un’organizzazione più ampia.

Torna allora quella parola: ASYNC. Più il film procede e più diventa chiaro il segnale di una struttura più grande, forse scientifica, forse industriale, forse governativa. Dietro la vicenda di Clark e Mary sembra esserci un sistema che osserva, registra, cataloga e sperimenta. Si respira la sensazione che questo film mostri solo una piccola parte di un universo potenzialmente enorme. E probabilmente è giusto così: Backrooms sembra costruito per avere futuro, tra film, serie tv, spin-off ed espansioni narrative. Parsons lascia porte chiuse, corridoi non percorsi, livelli appena intravisti così che il mistero non venga del tutto esaurito.

Guarda il trailer ufficiale di Backrooms

GIUDIZIO COMPLESSIVO

Backrooms è un film imprevedibile, claustrofobico e perturbante, capace di trasformare una creepypasta in un vero immaginario cinematografico. Kane Parsons non disperde la forza dei suoi video nel passaggio da YouTube al grande schermo, ma costruisce una narrazione che funziona senza tradire il mistero originario. Non tutto è perfetto, ma atmosfera, cast e regia rendono il film uno degli horror più interessanti dell’anno.

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