Un nastro, un registratore, un microfono e due persone. Peter Hujar’s Day inizia così, come un interrogatorio in una serie true crime. O come in quel piccolo, grande capolavoro troncato sul più bello di Mindhunter, dove David Fincher raccontava i primi agenti dell’FBI che, negli anni Settanta, hanno cominciato a profilare i serial killer. Parlando con loro, confrontandoli faccia a faccia nelle stanze grigie delle carceri, registrando e trascrivendo tutte le conversazioni. Solo così era possibile comprendere e analizzare i movimenti psicologici che motivavano le azioni di questi individui.
Nella mente di un artista
Il film di Ira Sachs non parla di serial killer, né tantomeno di criminali, ma il principio alla base non è poi così diverso. C’è sempre una conversazione, quella tra uno dei fotografi più importanti del Novecento, Peter Hujar, e la sua amica – nonché rinomata autrice – Linda Rosenkrantz. E c’è sempre l’intento di indagare, di scoprire, di andare a fondo. In questo caso, la mente in oggetto è quella di un artista, e l’argomento è banalissimo: Rosenkrantz (interpretata da Rebecca Hall) chiede a Hujar (Ben Whishaw) di raccontargli una sua giornata qualsiasi.
L’intento originario della scrittrice – cioè di raccogliere le testimonianze di vari artisti suoi amici e raccoglierle in un romanzo, gemello al precedente Talk – si è purtroppo perso insieme alla registrazione dell’intervista. Per fortuna, nel 2021 è rispuntata fuori una trascrizione, pubblicata in un libro: Peter Hujar’s Day, appunto. Ira Sachs, quindi, decide di prendere questo dialogo e di rimetterlo in scena in forma cinematografica. Richiama Ben Whishaw, con cui aveva già lavorato in Passages, gli mette a fianco Rebecca Hall, li piazza in un appartamento – con la città di New York, sempre così cara a lui e al suo cinema, sullo sfondo – e il gioco è fatto.

Un film-sogno con una forza invisibile
A dispetto del titolo, Peter Hujar’s Day si configura quasi come un film-sogno, nel quale è facilissimo perdersi in riflessioni personali che nulla hanno a che fare con quello che vediamo sullo schermo. Anche perché, in effetti, non accade nulla di particolare. Ci sono solo due individui, uno parla e l’altro ascolta, che abitano in un ipnotico flusso di coscienza senza fine all’apparenza privo di senso. Sembra solo di ascoltare tanti nomi istantaneamente dimenticabili e tanti piccoli racconti messi insieme senza alcun nesso logico. Un sogno, dicevamo.
Eppure c’è una forza invisibile, sottile ma evocativa, che pervade ogni parola pronunciata da Hujar. Sarà forse anche merito dell’interpretazione sublime, malinconica e delicata di Whishaw, ma è come se le sue insignificanti storie prendessero vita propria nella mente dello spettatore, materializzandosi fisicamente nella memoria e quasi trasformandosi in ricordi personali. Si potrebbe pensare che non era un compito semplice per l’attore (né per la sua compagna di schermo), perché si trattava di riportare in vita un personaggio realmente esistito a partire da pagine e pagine di lettere e inchiostro. Ma a pensarci bene, non è poi quello che fanno ogni volta gli interpreti di un film? Questa volta, semplicemente, la sceneggiatura arrivava da un altro tempo.

Il ritratto di un’anima
Il riconoscimento più grande, allora, va a Sachs, che riesce a trasmettere l’essenza del suo protagonista già solo nell’arredamento dell’appartamento newyorkese in cui tutto il film è ambientato. Il suo fare tetro e un po’ cinico, in conflitto con una visione della vita più romantica – più una speranza vana che una vera aspettativa -, e la rinuncia a qualsiasi tipo di fama o gloria personale si riflettono sugli ambienti e sui frequentissimi primi piani, anche (anzi, soprattutto) quelli di Hall/Rosenkrantz. La quale, affascinata, si interroga insieme al suo interlocutore se in una giornata facciamo davvero qualcosa. “Mi sembra di non fare niente tutto il giorno”, ammette.
Il regista ha ben pochi elementi a sua disposizione, tuttavia li sfrutta al massimo delle loro potenzialità. Gioca con gli intermezzi di musica classica in cui pare di stare in un limbo sospeso in qualche bolla spazio-temporale, e gioca con l’illuminazione, rendendo il film sempre più buio con l’avvicinarsi (e il successivo superamento) del tramonto. Così, respinge definitivamente dall’idea di realizzare un documentario duro e puro. Non può, per ovvi motivi, staccarsene del tutto, ma fa di tutto per riuscirci, e alla fine Peter Hujar’s Day diventa qualcosa di più del ritratto di un noto fotografo. È il ritratto crepuscolare della sua anima.


