Eric Kripke ci aveva già avvertito su come sarebbe stato il finale di The Boys. Lo ha fatto subito, in apertura di questa quinta e ultima stagione, quando un personaggio secondario – The Worm, talpa umana nonché sceneggiatore disilluso – si lamenta della difficoltà di dare una degna conclusione a un popolare show televisivo a cui aveva lavorato in passato. Troppi personaggi, dice, troppe storyline da affrontare, troppa pressione da parte dei fan. È chiaro che, in quel momento, la sua bocca e quella dello showrunner coincidono, come a voler dire: se non vi piacerà, sappiate che ho fatto del mio meglio.
Un finale che chiude il cerchio… con diversi problemi
Del resto The Boys è una delle serie televisive più popolari degli ultimi anni, e Kripke deve aver visto i fantasmi di David Benioff e D.B. Weiss, che non si sono mai ripresi davvero dalla debacle totale dell’ottava stagione di Game of Thrones. Fortunatamente – per lui e per noi -, il suo compito non era altrettanto difficile, perché in un certo senso il finale era già scritto fin dal pilot del 2019, fin da quando un attonito Hughie (Jack Quaid) si trovava con il volto insanguinato a osservare i resti della sua ragazza travolta da un “supereroe” sotto effetto di stupefacenti. Poteva cambiare il come, non la sostanza. E infatti l’ultimo episodio in questo non è una totale delusione: quello che ci si aspettava che accadesse accade, e narrativamente il cerchio si chiude, anche se in modo piuttosto sbrigativo. Quanto a tutto ciò che avviene prima… se ne può discutere.
Della quinta stagione, nelle ultime settimane, si è già detto molto, e spesso non con toni positivi: la storia gira spesso a vuoto, budella e cervelli spappolati hanno perso l’effetto novità, le assurdità hanno raggiunto il limite. Si avverte, insomma, una certa stanchezza e ripetitività, e per una serie che ha fatto del fattore shock uno dei suoi elementi fondativi non è un bene. Sono discorsi che, a dire il vero, vanno avanti ormai dalla terza stagione, e niente affatto a torto. Tuttavia, sono anche colmi di un catastrofismo esagerato. Perché The Boys, in tutto questo tempo, è sempre rimasta coerente con sé stessa. È il mondo reale che, nel frattempo, è cambiato radicalmente, e forse è per questo che oggi piace di meno.

Una parodia nella parodia
Cose che sette anni fa si vedevano solo nell’enorme e brillante satira nata dalla penna fumettistica di Garth Ennis e Darick Robertson, hanno cominciato a fare capolino anche sui nostri notiziari e a diventare spaventosamente concrete. Deportazioni, milizie fuori controllo, omicidi in pieno giorno lasciati impuniti non erano più la trama di una serie tv, ma parte della quotidianità. E quando esiste già, alla Casa Bianca, un pazzo criminale egomaniaco dalla tinta bionda che appare costantemente sui nostri schermi e non fa altro che alimentare paura, guerre e conflitti, improvvisamente un personaggio di finzione che spara laser dagli occhi smette di essere così minaccioso.
Ecco allora che, nel tentativo di non perdere la propria identità, The Boys si è fatto sempre più ridicolo, sempre più macchiettistico, sempre più grottesco. Non spingendo l’acceleratore sulla sovraeccitazione visiva dovuta ai fulminei lampi di violenza – quella è rimasta immutata -, ma trovando il modo di continuare ad essere una parodia della realtà. Un meme vivente, se vogliamo. Cosa difficilissima, soprattutto quando quest’ultima è già una parodia di sé stessa. Eppure Kripke e la sua squadra ce l’hanno sempre fatta, a partire dal modo in cui hanno saputo adattare il fumetto originale – risalente al 2006 – tenendo conto della rivoluzione cinematografica chiamata Marvel Cinematic Universe.

Oltre la satira sui supereroi
Nata come contraltare all’ideale di supereroismo puro e asessuale portato avanti dai vari Iron Man, Captain America e Thor, il The Boys dei primi tempi affascinava proprio per il suo essere una contro-narrazione del genere dei cinecomic. Ne prendeva in giro i valori e ne smascherava i meccanismi dietro la loro realizzazione, tra l’altro proprio nell’anno in cui Avengers: Endgame diventava il maggiore incasso della storia del cinema.
Per poi cadere nella stessa trappola, diventando un franchise a tutti gli effetti con uno spin-off (Gen V, da poco cancellato dopo due annate mediocri) e un prequel in uscita nel 2027, Vought Rising, sviluppato ancora una volta da Kripke e con protagonista il Soldier Boy di Jensen Ackles. Un voltafaccia quasi ironico, che ricorda tanto il finale dell’episodio di Black Mirror intitolato 15 milioni di celebrità, e che dopotutto era inevitabile. “Le corporazioni devono andare avanti”, sentenzia Stan Edgar (Giancarlo Esposito) a Mother’s Milk (Laz Alonso) tra un sigaro e l’altro. Ha ragione, purtroppo, e siamo sicuri che la profezia finale di Billy Butcher (Karl Urban) si avvererà prima di quanto l’inguaribile ingenuo Hughie si aspetti.
Inoltre, se all’inizio i “Supe” erano semplicemente versioni corrotte di supereroi famosi – sebbene ispirati, per non dimenticare nessuno, a quelli della DC Comics -, di stagione in stagione i superpoteri dei nuovi personaggi hanno seguito il passo della serie, guadagnando tratti ogni volta più demenziali. Di conseguenza quelli vecchi, per restare rilevanti, dovevano assumere un ruolo diverso, divenire simboli di qualcosa di più profondo. Il personaggio di Homelander (Antony Starr) prima di tutti.

Il ritratto di una nazione
Vederlo arrivare all’apice della propria onnipotenza e cercare di imporsi come nuovo Dio al popolo americano può sembrare un’idea superflua e ridondante, ma in realtà è solo parte della naturale progressione del percorso tracciato per lui nell’arco di questi quaranta episodi. La sua storia, partita come quella di un Superman folle, si è gradualmente trasfigurata nella storia (recente e passata) degli interi Stati Uniti d’America, incarnati da un bambinone capriccioso con troppo potere che fa di tutto per apparire come il salvatore della Terra. Rappresentazione migliore non poteva essere fatta. Nemmeno dalla Marvel stessa, che pure in Daredevil: Rinascita ha saputo trasformare con intelligenza il suo villain migliore in un sanguinario e delirante alter ego di Donald Trump.
Questi sono i meriti maggiori di The Boys. I problemi narrativi, i buchi di trama, le incoerenze della scrittura, la messa in scena non sempre ottimale si dimenticano. La lucidità con cui Kripke ha affrontato di petto la contemporaneità politica no. Certi fotogrammi, che sembrano arrivare da un documentario più che ricreati su un costosissimo set cinematografico, nemmeno. E in definitiva sono queste le caratteristiche che, a distanza di anni dall’episodio finale, ricorderemo a lungo, insieme alle fucking diabolical performance attoriali di Starr e Urban. Chissà se, un giorno, potremo tornare a guardare quelle immagini solo come testimonianza di un passato ormai lontano, e non come agghiacciante ritratto del presente.


