venerdì, Ottobre 7, 2022
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Mindhunter recensione: nella mente del serial killer

David Fincher è tornato, e Mindhunter è la sua nuova creatura. Netflix, dopo il successo riscosso con House of Cards (fiore all’occhiello del canale), non esita a rilanciare un nuovo prodotto firmato dal regista di Seven, Zodiac e Uomini che Odiano le Donne: un esperto di noir che sa bene come navigare nelle acque limacciose del genere e come affrontare la banalità del male sul grande e piccolo schermo.

Produttore esecutivo della serie insieme all’attrice Charlize Theron, Fincher si è basato su un’idea di Joe Penhall e Jennifer Haley (entrambi provenienti direttamente dal mondo del teatro) per realizzare Mindhunter, nata già a partire dal 2009 e proposta prima alla HBO per poi essere recuperata da Netflix che ha già in cantiere una seconda stagione.

Basandosi su un libro pubblicato nel 1996 e scritto dallo scrittore Mark Olshaker e dell’ex agente dell’FBI John Douglas, uno dei primi esperti americani di profiling criminale e psichiatria forense, Mindhunter si concentra non tanto su efferati crimini e sanguinosi delitti, indugiando su dettagli macabri e scabrosi, quanto sulle cause che hanno spinto delle persone ad agire in un certo mondo, trasformandosi da esseri umani in serial killer.

Mindhunter si concentra non tanto su efferati crimini e sanguinosi delitti, quanto sulle cause che hanno spinto delle persone ad agire in un certo mondo, trasformandosi da esseri umani in serial killer

Ispirandosi a personaggi realmente esistiti, la serie si concentra sulla “strana coppia” di agenti formata da Holden Ford (Jonathan Groff) e Bill Tench (Holt McCallany): il primo è un giovane esperto di negoziazione che, dopo un fallimento personale durante un caso, viene scelto per istruire le nuove reclute che diventeranno i negoziatori di domani.

Proprio in questa occasione realizza la drammatica verità, ovvero di non sapere poi molto sulla mente degli assassini seriali e sul loro personalissimo modus operandi; così, insieme al più schietto e rude collega Tench, inizia delle conversazioni con efferati criminali per capire le cause che li hanno spinti ad agire.

mindhunter

Mindhunter recensione: nella mente del serial killer

L’eziologia del male e della natura criminale, la ricerca intrinseca delle cause e dei significati primari: in Mindhunter non sono importanti – soprattutto a livello visivo – le conseguenze delle azioni quanto le premesse; ad ogni azione corrisponde una reazione uguale e contraria, una forza che giustifichi tutta quella furiosa violenza.

I delitti efferati vengono mostrati in foto, e i registi (non solo David Fincher, ma anche Asif Kapadia, Tobias Lindholm e Andrew Douglas) procedono con il proprio distaccato occhio meccanico forte proprio di questa “distanza di sicurezza”. Quella stessa linea d’ombra che lo stesso Fincher non ha mai valicato nei suoi film più “thrilling” come Seven, Uomini che Odiano le Donne, Gone Girl ma soprattutto Zodiac: e proprio a quest’ultimo somiglia la serie composta da dieci episodi della durata di un’ora ciascuno, ambientata nel 1977 e pronta a mescolare abilmente trame verticali e orizzontali, azione e analisi dei personaggi, racconto di formazione e “de-formazione”.

Un ruolo importante lo giocano i serial killer con i quali Ford finirà per interfacciarsi: nel libro si accenna a Charles Manson, John Wayne Gacy (un serial killer che di professione faceva il clown) e James Earl Ray, tragiche icone macabre del lato più oscuro degli Stati Uniti, ai quali si può aggiungere l’Edmund Kemper che compare nel secondo episodio della serie e che contribuirà, con il suo distacco, a trascinare sempre più lo spettatore nel cuore nero del prodotto.

L’eziologia del male e della natura criminale, la ricerca intrinseca delle cause e dei significati primari: in Mindhunter non sono importanti le conseguenze delle azioni, quanto le premesse

Recuperando impropriamente Nietzsche, quanto ci si può spingere a sbirciare nell’abisso prima che l’abisso sbirci dentro di noi? E proprio questo sembra chiedersi la serie, ponendo lo spettatore nella stessa, scomoda, posizione della coppia di detective Ford-Tench.

Man mano che gli episodi scorrono, il distacco si fa una necessaria ancora di salvataggio per tenere chi guarda il più lontano possibile dai fatti e il più possibile vicino ai personaggi, con i quali si finisce per condividere desideri, passioni e disagi; il lento incedere del ritmo di Mindhunter (qui il trailer ufficiale) è funzionale per svelarne i torbidi segreti, per mostrare come per leggere la mente di un assassino sia necessario restare il più lontano possibile rinchiusi nella propria “safe zone”, pena una lenta discesa nel maelstrom dell’orrore e dell’incubo.

E proprio questo sembra il preludio al quale va incontro l’agente Ford, il più giovane dei due, il profilo più basso e potenzialmente il più pericoloso, capace di deragliare a mano a mano che si ritrova a scrutare negli occhi dell’orrore stesso…

Mindhunter

Ludovica Ottaviani
Ludovica Ottaviani
Imbrattatrice di sudate carte a tempo perso, irrimediabilmente innamorata della settima arte da sempre | Film del cuore: Lo Chiamavano Jeeg Robot | Il più grande regista: Quentin Tarantino | Attore preferito: Gary Oldman | La citazione più bella: "Le parole più belle al mondo non sono Ti Amo, ma È Benigno." (Il Dormiglione)

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