Dopo sette anni in cui Star Wars era sparito dalle sale cinematografiche e si era rifugiato su Disney+ con un’infinità di progetti televisivi dalla qualità altalenante, eccolo ritornare sul grande schermo… con un episodio televisivo. Più lungo, certo, e visivamente più spettacolare della serie a cui fa da seguito, ma The Mandalorian and Grogu non è certo l’avventura di proporzioni epiche – o galattiche, dovremmo dire – a cui le varie trilogie ci hanno abituati. E paradossalmente forse questo, in realtà, è un bene.
Delle grandi battaglie tra Resistenza e Impero, tra Jedi e Sith, tra Bene e Male, ne abbiamo infatti avuto a sufficienza. Già con gli ultimi capitoli diretti da J.J. Abrams e Rian Johnson – specialmente l’orribile e pigro L’ascesa di Skywalker – si era avvertita una certa stanchezza nella riproposizione degli stessi temi, degli stessi conflitti, degli stessi dilemmi morali, tanto che l’arrivo di Andor aveva rappresentato una (rara) ventata d’aria fresca, con un approccio più politico e crudo al racconto high fantasy ideato da George Lucas.
Via spade laser e Jedi, largo al Mandaloriano
Prima della serie prequel di Rogue One: A Star Wars Story – ancora oggi il miglior film dell’era Disney -, comunque, anche The Mandalorian aveva contribuito a ridare linfa vitale al franchise. Soprattutto con le vendite del merchandise legato a Baby Yoda (il Grogu del titolo), ma in realtà anche dal punto di vista creativo: via i protagonisti senza macchia e senza paura e alle spade laser, largo a Din Djarin, una sorta di incrocio tra Geralt di Rivia e Batman, meno sanguinolento ma altrettanto spietato, cinico e solitario, creato da Jon Favreau e Dave Filoni e interpretato da un Pedro Pascal agli albori della sua ascesa tardiva come star mondiale.
Insieme al suo nuovo compagno di viaggio (e poi figlio adottivo) Grogu, il cacciatore di taglie Mandaloriano affrontava un nemico dopo l’altro in una Galassia risorta dalle ceneri dell’Impero, sotto le quali ancora ardevano le ultime braci. Tre stagioni all’insegna di avventure scanzonate e leggere, non senza drammi ma comunque lontane dalla cupezza di Andor, e una conclusione che chiudeva il cerchio in maniera soddisfacente. E invece The Mandalorian and Grogu rimette in gioco i due protagonisti con quella che, a conti fatti, altro non è che una quest secondaria dell’universo starwarsiano. Un capitolo a sé stante, probabilmente non necessario ma non per questo sgradevole da vedere, tutt’altro. Anche perché vedere la serie non è un prerequisito obbligatorio.
Non serve dire molto sulla storia in sé, se non che Din Djarin accetta un nuovo incarico per conto della Nuova Repubblica – incarnata dal personaggio di Sigourney Weaver – che lo porterà a incontrare Rotta the Hutt (Jeremy Allen White), figlio del lord criminale Jabba ucciso da Luke Skywalker all’inizio de Il ritorno dello Jedi. Rotta è solo una delle numerosissime creature in cui il Mandaloriano si imbatterà nel corso del film, tutte rigorosamente in CGI (ad eccezione di Grogu, che è invece un animatronic “potenziato” dagli effetti visivi).

Maschera o non maschera? Questo è il problema
In effetti, questa è la prima caratteristica che salta all’occhio di The Mandalorian and Grogu: sulla carta è un film in live action, eppure – un po’ come Pecore sotto copertura – sembra più un film d’animazione, perlomeno a livello estetico. La maggior parte di quello che appare sullo schermo è ricreato digitalmente, gli umani quasi non ci sono e quello che appare di più – il protagonista – di fatto si vede pochissimo in volto. Tanto che, nella terza stagione di The Mandalorian, pare che Pedro Pascal non indossasse più il costume fisicamente ma si limitasse a doppiare il personaggio.
Forse è per questo che qui, a un certo punto, la maschera gli viene tolta temporaneamente, quasi a voler ribadire che a indossarla è davvero lui. Come se, nel farlo, lo spettatore avvertisse meno l’artificiosità del “trucco” cinematografico. È un’accortezza sottile, ma a dire il vero ottiene, in parte, l’effetto sperato. In particolare in quella determinata sequenza, dove Din Djarin è in una situazione di estremo pericolo e poter vedere la mimica facciale di Pascal aiuta l’immedesimazione e il coinvolgimento alla scena.
Per il resto, il Mandaloriano resta una macchina da guerra inespressiva e implacabile, eppure continua ad essere un protagonista ben scritto, coerente, la cui umanità traspare anche da sotto il metallo. Tra l’altro, è quasi ironico che dietro The Mandalorian ci sia Jon Favreau: proprio lui che con il primissimo Iron Man, quasi vent’anni fa, aveva demolito l’idea dell’identità segreta dei supereroi – tratto diventato poi distintivo del MCU e ribadito anche dalla recente Daredevil: Rinascita -, ora è alle prese con un personaggio che fa del nascondere i suoi tratti somatici un credo religioso.

Che Star Wars debba ripartire da qui?
Con The Mandalorian and Grogu, Favreau e Filoni sembrano correggere il tiro rispetto a una terza stagione un po’ troppo dispersiva, con una storia più compatta e riuscendo a dare (finalmente!) maggiore spazio e autonomia al giovane Grogu. Che continua a essere il comic relief per eccellenza – con i suoi grandi occhi, la camminata buffa e l’amore sconfinato che prova per il suo padre adottivo – ma in questo film si guadagna intere sequenze tutte sue e si allontana dall’idea di semplice mascotte riservatagli fino a questo momento nella serie televisiva. Siamo ancora lontani dall’avere un personaggio a tutto tondo, ma così è già qualcosa.
In generale, chi ha apprezzato The Mandalorian qui troverà la sua versione migliore. Favreau si conferma un regista d’intrattenimento di prim’ordine e dà il suo meglio nelle – tantissime – scene d’azione, girate con chiarezza cristallina e una pulizia dei movimenti di macchina e delle coreografie invidiabile. Grande supporto anche da parte delle musiche del premio Oscar Ludwig Göransson (Black Panther, Oppenheimer, I peccatori), che riarrangia i temi classici con la sua solita maestria. Il rapporto tra Mando e Grogu, infine, non poteva che assumere una nuova centralità e tornare a emozionare, a far ridere e commuovere in tutta la sua purezza: in caso contrario, Favreau e Filoni avrebbero sostanzialmente sbagliato l’intero film.
Ed è la dimostrazione che a Star Wars, per tornare nel cuore delle persone, basta davvero ripartire dai personaggi. Del resto, non sono forse Han Solo, Luke, Leila, Chewbacca e tutti gli altri la cosa che più ci ricordiamo della trilogia originale? Se poi, attorno a essi, si preferisce costruire una storia piccola e intima, per quanto sempre ad alto budget, poco importa. Anche perché, in fondo, in un universo in cui padri e figli sono sempre ai ferri corti e finiscono per uccidersi a vicenda, non è bello, per una volta, vedere qualcuno che invece è pronto a sacrificare la sua stessa vita per amore dell’altro?


