“Lo scorso anno oltre 130 milioni di persone sono partite per un viaggio on the road. Oltre 15 mila non sono mai tornate.” È da questa frase che Passenger prova a costruire la propria promessa di paura. Il film diretto dal norvegese André Øvredal (Autopsy, Scary Stories to Tell in the Dark, Demeter – Il risveglio di Dracula) sembra arrivare da un’altra epoca, e non nel senso nostalgico del termine.
Ha l’aria di un horror di fine anni Novanta e primi Duemila, non perché ne recuperi la genuina ingenuità o una certa fisicità degli effetti speciali e della messa in scena, ma perché ne eredita soprattutto i difetti: la scrittura meccanica, i personaggi intrappolati dentro situazioni già viste, i jumpscare telefonati e l’idea che basti un mostro nell’ombra per generare automaticamente tensione.
Di cosa parla Passenger?
Passenger si apre con il più classico degli antefatti. Il film ci presenta dei personaggi che capiamo immediatamente non essere i protagonisti perché il loro compito è un altro: farci incontrare la minaccia, mostrarci che qualcosa di terribile esiste e prepararci all’ingresso dei veri volti della storia. È una struttura abusatissima, certo, ma non per forza sbagliata. Anzi, bisogna riconoscere che la prima sequenza funziona. Ha un buon ritmo, una costruzione abbastanza efficace, qualche immagine riuscita e un senso di pericolo che riesce a produrre un effetto discretamente spaventoso. La fragilità del film emerge però subito dopo.
Terminata la prima sequenza, il racconto si sposta su Tyler (Jacob Scipio) e Maddie (Lou Llobell), una giovane coppia innamorata pronta a partire con il proprio van per un viaggio on the road. Sei settimane dopo, durante il tragitto, i due assistono a un raccapricciante incidente su una strada buia e desolata, che si rivela essere la conseguenza di quanto visto nel prologo. Il conducente muore, la scena è traumatica, ma Tyler e Maddie ripartono convinti di essersi lasciati tutto alle spalle. Ovviamente non è così.
Qualcosa è salito a bordo con loro, o quantomeno li ha marchiati. Da quel momento vengono perseguitati da una presenza demoniaca, il Passeggero (Joseph Lopez), una creatura silenziosa e inesorabile che li segue ovunque vadano e che non si fermerà finché non li avrà presi entrambi.

La paura senza fondamenta
Øvredal prova, ogni tanto, a inventarsi qualcosa, a dare un minimo di forma e personalità a un materiale debolissimo. Ci riesce solo a tratti. È evidente lo sforzo di trovare qualche soluzione visiva più interessante, come nella sequenza nel bosco, dove l’oscurità viene squarciata da un proiettore su cui corrono le immagini di Audrey Hepburn e Gregory Peck in Vacanze romane; oppure quando si concede una citazione, sebbene gratuita, a Videodrome.
L’impressione generale, però, è che il regista sia schiacciato da una sceneggiatura terribile, firmata dagli esordienti T.W. Burgess e Zachary Donohue, incapace di sostenere davvero il film oltre la sua idea iniziale. Non appoggiandosi a una struttura valida, la pellicola non costruisce davvero i personaggi, non prepara le svolte e non dà peso alle conseguenze. E quando un film horror non ha uno scheletro solido, la paura finisce per perdere credibilità e l’effetto si ribalta: ciò che dovrebbe far paura comincia a sembrare ridicolo. Curioso, poi, il modo in cui il film prova a giocare con i cliché del genere.
Tyler e Maddie non sono sempre i soliti personaggi da horror condannati a prendere la decisione sbagliata. Al contrario, almeno a parole, sembrano conoscere perfettamente le regole del gioco: ripetono più volte che non bisogna dividersi, che è meglio non guidare di notte, che certe scelte avventate andrebbero evitate. Il problema è che Passenger li costringe comunque a fare esattamente ciò che serve per metterli in pericolo: una ruota bucata, una sosta forzata, la notte che cala all’improvviso senza spiegazione.
Non sono i personaggi a scegliere male, è la sceneggiatura che li spinge dentro situazioni obbligate. Ed è forse una delle cose più frustranti del film, perché si intravede il tentativo di prendere le distanze dai soliti stereotipi, ma è il resto continua a fare acqua da tutte le parti.

Una strada già percorsa troppe volte
A compromettere ulteriormente l’insieme c’è il fatto che Passenger è anche un film fastidiosamente prevedibile. Cerca costantemente il jumpscare, lo prepara, lo segnala, lo sottolinea, e già al secondo tentativo la sensazione è quella di un meccanismo stanco. Si capisce quando arriverà il rumore improvviso, si capisce quando qualcosa comparirà nell’inquadratura, si capisce quando il silenzio verrà interrotto.
Il problema non è tanto l’uso del jumpscare in sé, che resta uno strumento perfettamente legittimo dell’horror, quanto la dipendenza quasi totale da quel tipo di reazione immediata. Come se il film non sapesse davvero costruire inquietudine in altro modo; come se, per tenere sveglio lo spettatore, avesse bisogno ogni volta di scuoterlo con un rumore.
Il risultato è che la paura perde progressivamente forza. Ogni apparizione del Passeggero aggiunge poco alla minaccia, ogni nuova svolta conferma quello che avevamo già capito. Persino la presenza di Diana (Melissa Leo), che avrebbe potuto dare al film un peso diverso, resta sacrificata dentro un impianto narrativo che non le concede davvero lo spazio per lasciare il segno.
E alla fine, il film resta bloccato in una terra di mezzo scomoda: non è abbastanza folle per diventare un guilty pleasure, non è abbastanza serio per essere disturbante, non è abbastanza elegante per essere suggestivo, non è abbastanza brutto per risultare comunque memorabile. Vorrebbe costruire una mitologia della strada, ma si perde in soluzioni facili e in simboli caricati di un’importanza che il film non sa sostenere.


