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King Marracash, recensione del documentario sul rapper italiano

Prodotto da Groenlandia e diretto da Pippo Mezzapesa, arriva al cinema King Marracash, il docufilm evento celebrativo del rapper italiano. In sala solo il 25, 26 e 27 maggio grazie a Adler Entertainment.

A vedere King Marracash sorge spontanea una domanda: per chi dovrebbe essere questo “documentario”? Non certo per i fan del rapper, che probabilmente conoscono già vita, morte e miracoli del loro cantante preferito e che qui, probabilmente, non apprenderanno nulla di nuovo. Ma nemmeno per i profani, i quali non avrebbero alcun motivo per andare al cinema a vedere questo film, ma nel remoto caso lo facessero arriverebbero alla fine dell’ora e quaranta (!) con qualche nozione biografica in più – facilmente consultabile su Wikipedia – e poco altro. 

Perfino Michael, che come biopic è piuttosto brutto ma perlomeno riesce a essere un grande e spettacolare cineconcerto di Michael (Jaafar) Jackson, faceva un lavoro migliore nel raccontare perché il Re del Pop fosse arrivato a ottenere quel titolo e quella corona. Il carisma e l’aura quasi divina della popstar trasudavano da ogni inquadratura. King Marracash, a prescindere che la musica di Marracash (nome d’arte di Fabio Rizzo) piaccia o meno – e dal fatto che parliamo di due artisti di calibro differente, senza nulla togliere al rapper -, sembra invece rinunciare in principio ad avere qualsiasi forma di personalità artistica, lasciandosi fagocitare da quella del soggetto protagonista. 

King Marracash. Foto di Lucia Iuorio

Troppe parole, poca musica e ancora meno immagini

Prodotto dalla Groenlandia di Matteo Rovere e diretto da Pippo Mezzapesa, King Marracash ripercorre le varie tappe di vita dell’artista: i primissimi anni siciliani, il trasferimento nel quartiere Barona di Milano, l’ingresso sulla scena musicale, gli incontri significativi e l’arrivo dell’insperato successo. Il problema è che tutto si sussegue così in fretta che a malapena c’è il tempo di assimilare le informazioni che già si passa ad altro. Mezzapesa ha seguito Rizzo per un anno, intervistando lui, i suoi collaboratori (come la manager Paola Zukar o il discografico Jacopo Pesce) e altri cantanti a lui legati: Elodie e la loro storia d’amore, Guè, Rame, e così via. 

C’è perfino lo psicoanalista Massimo Recalcati, che interviene per spiegare i significati profondi e filosofici dei testi di Marracash: non che ne siano privi, tutt’altro, ma c’era davvero bisogno di “elevare” in modo così dozzinale la sua opera invece di affidarsi ai brani stessi? La musica, del resto, dovrebbe parlare da sé, e quella di uno dei più importanti e influenti rapper italiani non è affatto da meno. Invece il film sembra sottovalutarla, limitandosi a sfruttarla come colonna sonora di mero accompagnamento, perennemente sovrastata dalle parole degli intervistati che incessantemente parlano, parlano, parlano. È un film di parole, King Marracash, non certo di note musicali o immagini (cinematograficamente è parecchio povero di idee). 

King Marracash. Foto di Lucia Iuorio

Il ritratto superficiale e inautentico di un grande artista

Dopo tutto questo parlare, se non altro alla fine chi non conosceva Marracash ne uscirà con un’infarinatura generale sulla sua figura e sulle tematiche a lui care. Ma è, appunto, un ritratto superficiale. ll film è diviso in capitoli, e verso la fine arriva quello intitolato “Dubbi”. E i dubbi in questione sono, all’incirca, riassumibili con: meglio comprare una casa al mare o in montagna? King Marracash si rifiuta di entrare troppo nel dramma, lo sfiora ma poi vi si allontana come se avesse paura di bruciarsi. E così il bipolarismo, le difficoltà legate alla fama, le pressioni che il mondo dell’intrattenimento inevitabilmente porta con sé, a malapena vengono affrontate.

Piuttosto, Mezzapesa e Marracash preferiscono abbracciare questa immagine di un artista libero, sempre solare, divertente e divertito, mai scocciato dalle richieste di autografi, bravo a cucinare, appassionato di cinema (aperta parentesi: l’unico momento davvero toccante è quando si sente la voce del critico cinematografico e youtuber Federico Frusciante, scomparso improvvisamente lo scorso febbraio, che il cantante ascoltava mentre lavorava all’album Persona). Non stiamo sostenendo che tutto ciò che si vede sia costruito ad arte, tuttavia così facendo King Marracash scade in un’autocelebrazione becera (e francamente inutile) che manca di autenticità e non riesce a restituire fino in fondo l’essenza del grandissimo artista che vuole raccontare. 

Guarda il trailer ufficiale di King Marracash

GIUDIZIO COMPLESSIVO

Marracash è un grandissimo artista, ma il docufilm su di lui non lo è altrettanto. King Marracash è un film in cui si parla troppo, senza valorizzare davvero i testi e la musica del protagonista, e finisce per scadere in un'autocelebrazione becera e priva di autenticità. Il risultato è un ritratto superficiale, pigro e cinematograficamente povero di uno dei più importanti rapper italiani contemporanei.

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Marracash è un grandissimo artista, ma il docufilm su di lui non lo è altrettanto. King Marracash è un film in cui si parla troppo, senza valorizzare davvero i testi e la musica del protagonista, e finisce per scadere in un'autocelebrazione becera e priva di autenticità. Il risultato è un ritratto superficiale, pigro e cinematograficamente povero di uno dei più importanti rapper italiani contemporanei.King Marracash, recensione del documentario sul rapper italiano