Una delle pagine più dolorose della cronaca italiana recente è al centro di 40 secondi, il titolo del nuovo film di Vincenzo Alfieri – tratto dall’omonimo libro di Federica Angeli – che ricostruire le ventiquattr’ore precedenti l’omicidio di Willy Monteiro Duarte, il giovane di origini capoverdiane ucciso la notte del 6 settembre 2020 a Colleferro mentre tentava di placare una rissa e difendere un amico.
Alfieri sceglie di raccontare questa storia con un approccio di rara sobrietà, evitando ogni tentazione di morbosità o ricostruzione sensazionalistica. Il regista si concentra sui volti, sulle interazioni, sugli attimi che separano la vita dalla tragedia: più che rievocare il crimine, l’intento è quello di restituire umanità a un ragazzo trasformato suo malgrado in simbolo di un paese diviso tra rabbia e bisogno di giustizia.
Il titolo, 40 secondi, racchiude in sé la misura brutale del tempo in cui tutto è avvenuto, ma in un certo senso è anche la misura simbolica del nostro presente: un tempo breve, istantaneo, in cui un gesto di altruismo può trasformarsi in tragedia e in cui la brutalità umana può esplodere e dissolversi con la stessa rapidità.
40 secondi che diventano un eterno presente
Alfieri costruisce la narrazione con un linguaggio essenziale, affidandosi ad uno stile quasi documentaristico con un bellissimo uso della macchina a mano – spesso vicinissima ai volti dei protagonisti – che restituisce la concitazione, la paura e l’impotenza non solo di quella tragica notte ma anche dei momenti che l’hanno preceduta.
Non c’è una semplice cronologia dei fatti, ma una struttura circolare e riflessiva che racconta quanto accaduto a Willy da angolazioni e prospettive differenti. Alfieri dilata e comprime il tempo con grande rigore, in maniera quasi chirurgica: i 40 secondi della rissa diventano così un eterno presente, una sospensione che ingloba lo spettatore e lo obbliga a confrontarsi con solo con quanto accaduto la notte del 6 settembre, ma anche con i momenti che hanno preceduto l’aggressione.
In questo senso, il film rappresenta non solo una riflessione sulla violenza, ma anche e soprattutto sul contesto che la genera: un contesto in cui si fondono senso di appartenenza e di smarrimento, in cui il maschio è in competizione con sé stesso e con l’altro, in cui miti e ideologie tossiche non fanno altro che alimentare modi di pensare e di agire semplicemente inaccettabili.

Un racconto collettivo più che individuale
40 secondi è un film sorretto da una struttura narrativa corale e stratificata. Alfieri tesse una rete di incontri, piccoli eventi e dialoghi che sembrano casuali ma si intrecciano progressivamente, fino a condurre all’inevitabile. Ogni parola, ogni discorso, ogni azione quotidiana rappresentata sullo schermo diventano un segnale, un frammento di quella “banalità del male” che cresce indisturbata, quasi senza fare rumore.
Ma nessuna tragedia scoppia all’improvviso, e in 40 secondi la sentiamo arrivare, come un’onda che nessuno può essere più in grado di fermare. Ed è proprio nella costruzione di questa tensione che il film trova la sua forza, superando il mero fatto di cronaca per trasformarsi in riflessione sulla responsabilità collettiva, ma anche sulla paura, sulla rabbia latente e sulla disabitudine all’empatia.
Dove Vincenzo Alfieri si dimostra un ottimo regista è anche nella direzione degli attori. Al di là dei volti noti che compongono il cast – Francesco Gheghi, Enrico Borello, Francesco Di Leva – Alfieri affida gran parte del film a giovani selezionati tramite street casting, in grado di portare sullo schermo un’energia autentica e incontaminata: le loro voci, i loro corpi, le loro esitazioni rendono palpabile la materia viva della realtà.
Alfieri li dirige con grande precisione, lasciando emergere le sfumature di ognuno senza cedere allo schematismo morale: non c’è mai un giudizio netto su nessuno dei personaggi, ma soltanto la consapevolezza che ogni scelta – o non scelta – costruisce il contesto del dramma in cui si muovono. Anche da questo punto di vista, 40 secondi rimarca la sua volontà di ergersi a racconto collettivo più che individuale.
La fragilità del tessuto umano che ci circonda
Nel suo epilogo, 40 secondi cerca di riabbracciare l’immagine di un’umanità possibile, semplice e concreta. Perché al di là del fatto di cronaca, quella di 40 secondi è soprattutto una storia di ragazzi qualunque che sono il prodotto di un mondo assurdo, incomprensibile e spaventoso, dove si esibisce la virilità e si perde l’empatia, si applaude la forza e si disprezza la fragilità; un mondo in cui le cose accadono sfuggendo al nostro controllo.
Ecco quindi che Vincenzo Alfieri non si limita a mettere in scena “un caso”, piuttosto un momento di cecità collettiva, un conto alla rovescia verso la perdita dell’innocenza, un frammento di tempo che diventa specchio inevitabile di un intero paese. “40 secondi” che bastano a distruggere una vita e a rivelare, in modo impietoso, la fragilità del tessuto umano che ci circonda.


