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The Smashing Machine, recensione del film con Dwayne Johnson

Presentato in concorso a Venezia 82, The Smashing Machine di Benny Safdie è interpretato da Dwayne Johnson e Emily Blunt. Dal 19 novembre al cinema distribuito da I Wonder Pictures.

Chiamatelo Dwayne Johnson, non più The Rock! The Smashing Machine di Benny Safdie – in concorso all’82esima Mostra del Cinema di Venezia – è uno di quei film costruiti a tavolino per essere una svolta di carriera. Così sarà, cambierà molto della fama del suo attore.

Siamo di fronte a un progetto cinematografico che spinge tutto sul fisico, sulla faccia e sulle sue (ben note) ambizioni di carriera. Se The Rock con Black Adam aveva promesso di cambiare le gerarchie del cinema supereroistico – fallendo! -, oggi Dwayne Johnson prova il colpo grosso: quello dei grandi premi, delle interpretazioni complesse. Il tentativo di cambiare target e insidiare un nuovo territorio cinematografico non è (quasi) mai stato così palese.

Per fare questo salto Dwayne Johnson non ha fatto compromessi. Si affida alla regia di Benny Safdie, uno dei due fratelli Safdie (quelli di Diamanti grezzi), si fa produrre da A24, aggancia la cinepresa ai suoi muscoli, ai lividi e alle lacrime. Si prende un personaggio che, sin dalle immagini iniziali dei combattimenti, è perfettamente aderente alle sue esperienze di vita. Una zona di comfort… fuori dalla zona di comfort.

Uomini teneri con i muscoli duri

La storia è quella (vera) di Mark Kerr, un lottatore di arti marziali miste dall’animo buono. Parlando con una signora che gli chiedeva conto dei suoi lividi ci tiene a dire che non odia affatto chi prende a pugni sul ring. Ha una fidanzata appariscente, Dawn Staples, interpretata da Emily Blunt. Ha un carissimo amico lottatore, Mark Coleman, che non vede l’ora di incontrare in un match del torneo mondiale. Ha però anche tanti dolori, frutto dei molti incontri, che cerca di soffocare tramite oppiacei. Di contro, Mark non ha molti soldi. Siamo negli anni tra il 1997 e il 2000 quando ancora le arti marziali miste erano una disciplina nascosta, temuta e censurata. Il premio più alto a livello mondiale era di “soli” 200 milioni di dollari. Gli incontri normali fruttavano poco più di tremila dollari. Nulla, calcolando le settimane necessarie per riprendersi, le medicine e i danni a lungo termine.

La vita vera di Kerr è mostrata come quella di un uomo buono, nonostante la sua stazza suggerirebbe il contrario, ed estremamente sofferente. Il corpo di un gigante ferito. Con poco sangue e con scene di combattimento che sembrano più vicine alla finzione del wrestling che alla durezza dell’UFC (un vero peccato), The Smashing Machine mostra qualche livido esterno, ma tantissime fratture dell’anima.

La scalata al successo che nessuno ha visto

Una storia realmente avvenuta, meno appassionante di molte altre biografie. Kerr non è né particolarmente vincente né particolarmente tragico (essendo ancora felicemente in vita – per fortuna – ha attenuato molta carica drammatica). Ha però contribuito a fondare la UFC, senza giovarsi della fama che ha portato agli atleti il successivo successo della disciplina. Safdie è bravo nel trovare la semplicità di quest’uomo come anima di un film che assomiglia però a troppi altri. The Wrestler e Warrior restano due paragoni d’eccellenza che non aiutano The Smashing Machine a sembrare sofisticato come vorrebbe.

Dwayne Johnson e Emily Blunt in The Smashing Machine. Credits: A24

Piangere con le mani sugli occhi

Dwayne Johnson ce la mette tutta. È irriconoscibile di faccia. Il corpo invece è una firma inconfondibile. Non è aiutato a “mettere a terra” la sua performance da Emily Blunt, spesso in overacting. Johnson piange tanto, sempre mettendosi le mani sulla faccia o coprendosi gli occhi. Potrebbe essere per la voglia di mostrare questo enorme uomo come un bambino. Oppure per la fatica di arrivare a tirare fuori un’emozione autentica. Va detto che la sua performance non è affatto male, anzi: è il motore del film.

Accade però che, superando il primo atto, si ammiri la regia, la fotografia, l’impegno di tutti, senza stabilire una reale connessione. Il film non trascina mai, come un compito ben fatto, ma troppo ruffiano. Perché questi uomini sono così attratti dal dolore? Perché la gente assiste a questi combattimenti? Senza quasi mai mostrare arti marziali miste nel loro impatto sulla società, The Smashing Machine accumula cliché. C’è l’immancabile porta spaccata da un pugno; le dipendenze sono il vero nemico da sconfiggere (salvo risolverle il tutto facilmente); i giganti sono buoni, i piccoli non sempre.

Si parla di gente abituata a vincere, che deve fare i conti con la possibilità di essere sconfitti. Perdere succede a tutti, viene detto spesso nel film, bisogna accettarlo. Si combatte non solo per il gusto del trionfo o la sottomissione dell’avversario, ma per l’adrenalina di incontrare il pubblico e mettere in mostra la propria sofferenza. The Smashing Machine invece non segue le sue regole. Non soffre, non considera possibile la sconfitta. È interessato solo a vincere. E far vincere il suo attore: The Rock.

Guarda il trailer ufficiale di The Smashing Machine

GIUDIZIO COMPLESSIVO

Dwayne Johnson tenta il salto nel cinema d’autore, ma gli riesce solo a metà. Pur costellato da momenti buoni, The Smashing Machine non riesce a variare il canone del film sportivo di qualità, risultando spesso già visto. L’ansia di strappare un applauso e di lanciare il suo attore agli Oscar annacqua le emozioni rendendole artificiali.

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