Roma, 30 agosto 1970. In un tramonto di fine estate, dall’appartamento di Via Puccini ai Parioli, sei colpi di fucile Browning 12 scombussolano la calma di una calda capitale. Dal suo maestoso appartamento a due piani il Marchese Camillo Casati Stampa detto “Camillino” ha appena ucciso sua moglie Anna Fallarino e il giovane amante Massimo Minorenti in cinque proiettili, e con il sesto si è suicidato. Passerà alla cronaca come il delitto Casati Stampa, storia di un amore maledetto, vizioso e straziante, quello del Marchese per la sua Anna.
Un amore che è uno spettacolo per gli occhi del Camillino, schiavo dell’estasi di vedere sua moglie concedersi alle braccia e i piaceri di altri uomini, senza mai entrare in quel quadretto ma farne parte solo voyeuristicamente, e infine lasciarsi sedurre dal sesso immortalato dalla macchina fotografica. Quel triangolo amoroso impossibile sconvolgerà l’opinione pubblica, per il prestigio dei personaggi certo, ma anche perché le fantasie dei marchesi sorpassano di gran lunga il reale o le movenze di un assassinio. Anzi, diventano presto una pronta drammaturgia sulla fatalità di uno sguardo: e cosa c’è di più cinematografico di un sogno voyeuristico?

La conferma di un cinema “spudorato”
Dopo aver diretto I figli della notte e Non mi uccidere, oltre alla regia per la serie Baby targata Netflix, Andrea De Sica torna a scandagliare le passioni immorali tra i meandri dell’alta borghesia: che siano i rampolli benestanti e nichilisti di un collegio sulle Alpi o le velleità delle Baby Squillo nel cuore dei Parioli. Sono tutti amori suicida, e così ne Gli occhi degli altri – in concorso “Progressive Cinema” alla Festa del cinema di Roma 2025 – la cronaca nera dei sanguinanti amanti (anche se nomi e ambientazioni reali sono state modificate) pare tanto la conferma del suo cinema “spudorato”, che smaschera crepe e finzioni di una borghesia che è mostruosa, perché i suoi personaggi lo sono.
“Il tuo senso di ribellione è solo a parole” rimprovera il magnetico marchese Lelio di Filippo Timi all’aristocratica Anna Ferzetti. Crede nell’amore libero (di scegliere come amare e dare sfoggio alle proprie nudità), ma tiene in pugno sua moglie filmandola nel mezzo del godimento. Quando, però, Elena (ottima Jasmine Trinca, qui di una sensuale raffinatezza) si innamora del venticinquenne Cesare, il marchese sprofonda nel tormento di un gioco a ruoli invertiti: non più il burattinaio dominatore di sguardi, ma l’ultimo dei burattini in questa favola nera che lo lascia fuori dalla coppia.

Frammenti d’amore al linguaggio-cinema
Niente più spettacoli da guardare o riprendere. E così Gli occhi degli altri racconta di passioni (auto)distruttive con la stessa intensità con cui dichiara frammenti d’amore al linguaggio-cinema. D’altronde “fotografare equivale a un colpo di pistola” insegnava Susan Sontag in merito alla prepotenza della camera, e il Marchese severo e indifeso pensato da Andrea De Sica è solo l’ultimo dei voyeur che omaggiano – neanche a dirlo – l’Hitchcock de La finestra sul cortile ma soprattutto Rebecca, La prima moglie, L’occhio che uccide di Michael Powell, oltre a Brian De Palma e al suo cinema di sguardi indiscreti.
Ma i meriti di De Sica sono anche quelli di superare ogni comoda trasposizione degli eventi a onor di qualche sana libertà autoriale. Il suo marchese Lelio non ha i 1.500 scatti della moglie – ritrovati dopo l’omicidio-suicidio del vero Camillino – non fotografa e non riempie il suo diario di desideri erotici ma filma per rivivere il piacere quando guarderà i girati. E proprio l’archivio visivo delle loro trasgressioni diventerà la “miglior” vendetta possibile di un uomo codardo, burattinaio – stavolta per davvero – di una tragedia dall’incredibile modernità. La splendida marchesa Elena si fa ritratto universale di donna, che anche nell’alta borghesia del ‘70 vive il ricatto del suo stesso piacere.
Allora, ecco che Gli Occhi degli altri sembra una boccata d’aria fresca in mezzo a tanto cinema italiano che guarda il passato perdendo di vista i nostri giorni. Il film di De Sica invece no, si muove lungo il filo che separa tradizione e impegno, costume e linguaggio di immagini; merito anche di una fotografia crepuscolare che esalta tutti i tormenti della cupa isola mediterranea. È un’opera raffinata, anche se non inattaccabile – troppo grigie e sfuggenti le transizioni tra il primo e secondo atto e le musiche da noir anni ‘50 paiono posticce – ma Gli occhi degli altri compone un intrigante discorso amoroso sulla (modernissima) tirannia dello sguardo.


