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Antartica – Quasi una fiaba, recensione del film con Silvio Orlando e Barbara Ronchi

Esordio alla regia di Lucia Calamaro, Antartica - Quasi una fiaba con Silvio Orlando e Barbara Ronchi arriva al cinema dal 7 maggio distribuito da Vision Distribution.

Antartica – Quasi una fiaba segna l’esordio alla regia cinematografica di Lucia Calamaro, una delle voci più importanti del teatro italiano contemporaneo, che qui firma anche la sceneggiatura dopo essere già approdata al cinema come co-autrice di Follemente di Paolo Genovese. Al suo fianco, Marco Pettenello, co-sceneggiatore di Berlinguer – La grande ambizione e dello splendido La chimera di Alice Rohrwacher.

Non sorprende, allora, che Antartica – Quasi una fiaba nasca prima di tutto dalla parola, dal dialogo, dal pensiero. La sua forza maggiore sta proprio lì: in una scrittura colta, piena di intuizioni, attraversata da riflessioni politiche, morali e filosofiche. Il problema, semmai, è che il cinema non sempre riesce a stare al passo con quelle parole.

La trama di Antartica – Quasi una fiaba

Antartica – Quasi una fiaba è ambientato in una stazione scientifica italiana in Antartide, un luogo sospeso, isolato, fuori dal mondo. Fulvio (Silvio Orlando) è un ricercatore convinto di poter realizzare proprio lì il suo più grande progetto: la “città del ghiaccio”. Attorno a lui si muove un gruppo di studiosi e collaboratori che vive in una comunità regolata da piccole abitudini e da equilibri ormai consolidati. L’arrivo di Maria (Barbara Ronchi) mette in movimento quella quotidianità, ma la scienziata trova presto il modo di inserirsi nel gruppo, soprattutto grazie al rapporto con Rita (Valentina Bellè).

Sarà proprio insieme a lei che arriverà a una scoperta di vitale importanza. Maria e Rita rinvengono in una carota di ghiaccio un rotifero di circa ventimila anni, sopravvissuto al gelo mantenendosi in criostasi grazie a una membrana ibernante. Una scoperta enorme, potenzialmente rivoluzionaria, perché potrebbe aprire la strada all’ibernazione umana: congelare un corpo, conservarlo e forse, un giorno, rianimarlo. Il gruppo, però, è costretto a fare i conti con la mancanza di fondi pubblici.

Da qui nasce la divisione: da una parte c’è Fulvio, disposto ad accettare i finanziamenti di una multinazionale taiwanese interessata a sfruttare economicamente la scoperta, vedendo in quell’accordo l’unico modo per salvare e portare avanti la sua utopia glaciale; dall’altra c’è Maria, intenzionata a sottrarre quella scoperta alle logiche del profitto e della privatizzazione.

Antartica – Quasi una fiaba. Foto di Andrea Pirrello

Una fiaba politica senza ambiguità

Il film diventa così un piccolo laboratorio politico: una comunità chiusa costretta a votare, discutere, schierarsi. Una democrazia in miniatura, un microcosmo dove ogni scelta ha un peso etico. Ed è qui che Antartica – Quasi una fiaba trova il suo nucleo più interessante: il film non usa la crisi della ricerca come semplice sfondo, ma come vero motore narrativo. Il tema è reale, urgente: secondo gli ultimi dati ISTAT disponibili, infatti, nel 2023 l’Italia ha investito in ricerca e sviluppo 29,4 miliardi di euro, pari appena all’1,37% del proprio PIL, una percentuale ancora molto bassa se confrontata con le ambizioni scientifiche e industriali di un Paese che vorrebbe essere competitivo e allinearsi ai target europei.

Tutto questo fa di Antartica – Quasi una fiaba un film dichiaratamente anticapitalista, socialista e profondamente critico verso l’idea che ogni scoperta debba trasformarsi subito in prodotto. Lucia Calamaro non nasconde mai il suo punto di vista, anzi lo mette al centro del racconto; in questo senso il film è coraggioso, perché sceglie una posizione netta e la porta avanti senza ambiguità. Non si parla solo di scienza, ma del modo in cui una società decide cosa fare della conoscenza: la ricerca deve servire tutti o deve sopravvivere vendendosi al miglior offerente? È una domanda enorme, e il film ha il merito di formularla con chiarezza.

Tra calore umano e fragilità visive

A tenere davvero unito il film, soprattutto nei suoi passaggi meno compatti e nei momenti in cui la messa in scena fatica a trovare forza, sono gli attori. Silvio Orlando porta in Fulvio la sua consueta capacità di rendere umano anche un personaggio testardo, ambiguo, a tratti infantile nella sua ossessione; Barbara Ronchi dà a Maria una fermezza quieta, mai rigida, capace di diventare progressivamente il centro morale del racconto; Valentina Bellè è forse la presenza più sorprendente ed è attraverso di lei che il film trova alcuni dei suoi momenti più caldi.

Antartica – Quasi una fiaba. Foto di Andrea Pirrello

Profondità di scrittura e ritmo altalenante

La sceneggiatura è spesso brillante, piena di pensieri intelligenti, di dialoghi che cercano una profondità rara nel cinema italiano contemporaneo. La voce fuori campo di Maria accompagna il racconto con un tono letterario e riflessivo: a tratti funziona, perché restituisce il mondo interiore della protagonista e dà al film una dimensione più intima, altre volte, però, rischia di appesantire l’insieme. Ed è qui che emergono i limiti principali dell’opera.

Antartica – Quasi una fiaba è un buon esordio, ma cinematograficamente resta debole. Il ritmo è altalenante, soprattutto in una prima parte che fatica a carburare e procede lentamente, quasi cercando il proprio passo. All’altezza del secondo atto, però, il film comincia a prendere forza: il conflitto si infittisce, le relazioni diventano più vive e la posta in gioco più evidente. Peccato che il finale arrivi troppo presto: con i suoi 93 minuti, il film sembra quasi trattenersi proprio quando avrebbe potuto esplodere davvero. La chiusura è frettolosa, meno potente di quanto il percorso lasciasse sperare.

Guarda il trailer ufficiale di Antartica – Quasi una fiaba

GIUDIZIO COMPLESSIVO

Antartica - Quasi una fiaba è un esordio interessante, imperfetto, ma coraggioso. Lucia Calamaro porta nel cinema italiano una storia insolita, politica, apertamente schierata, capace di parlare di ricerca scientifica, democrazia, capitalismo e interesse pubblico. Resta però un film più forte sulla pagina che nell’immagine, più solido nel pensiero che nella messa in scena. Un’opera buona, intelligente, ma cinematograficamente ancora fragile.

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