“Stava sognando? Mi dispiace, ma non saprà mai come va a finire” dice il controllore al giovane Arthur, che sta viaggiando in treno verso un piccolo paesino della Toscana. In concorso a Cannes e presentato nella sezione “Best of 2023” della 18esima edizione della Festa del Cinema di Roma, La Chimera inizia così, con la promessa di un viaggio e di un sogno.
Il film scritto e diretto da Alice Rohrwacher fa dell’immagine lirica ed evocativa la sua cifra, pur restando (letteralmente) ancorato alla terra; quella stessa terra, un tempo patria del popolo etrusco, che in questa storia ambientata negli anni Ottanta viene sistematicamente violata e profanata dai tombaroli, all’ossessiva ricerca di artefatti da barattare con i ricettatori locali. Tra questi predoni delle profondità c’è Arthur (Josh O’Connor): animo delicato e sognatore, possiede lo speciale talento di individuare istintivamente il punto esatto in cui scavare. Arthur è benvoluto dagli amici tombaroli, e non solo per mero tornaconto.
Tuttavia, la sua sensibilità lo sospinge costantemente verso un altrove inaccessibile ai popolani ruspanti che lo circondano, i quali sono dotati invece di un “saper fare” precluso al giovane inglese. Il cinismo dei mercanti d’arte, ovvero i destinatari del lavoro “sul campo” di chi si sporca le mani, sta invece su un altro piano, paradossalmente molto più prosaico e deprecabile. Tutti, nessuno escluso, sono comunque cacciatori disperati, attirati da qualcosa di inafferrabile eppure tremendamente vicino, quali che siano i motivi. È questa la chimera del titolo, inseguita con pervicace determinazione da chi non si rassegna ad un’esistenza altrimenti priva di scopo.
Vita e morte: la dicotomia per antonomasia
Se è vero che La Chimera è un film di dualismi (passato e presente, sogno e realtà, mondo rurale e paesaggi urbanizzati), essi ci riconducono inevitabilmente alla dicotomia per antonomasia, quella tra vita e morte, che in un certo senso contiene tutte le altre. Non a caso, quello disegnato dalla Rohrwacher è un carosello di volti, un mosaico di esistenze tutte accomunate dal desiderio di vincere o anche solo di provare a comprendere quel buio inconcepibile che è l’assenza di vita. L’unico in grado di sostenerlo, forse proprio in virtù di un’abilità innata e non frutto di un bisogno pratico, è Arthur.
Con il suo dono di trovare le cose nascoste, il protagonista riesce a scorgere ciò che è nascosto alla vista degli altri, ad individuare le tracce di un passato perduto eppure ancora presente attorno a lui. Un binomio, quello tra passato e presente, particolarmente caro alla Rohrwacher e che qui emerge con particolare forza e non solo in relazione al racconto in sé. In particolare, i riferimenti vari al folklore e a quella che potremmo definire “italianità” fungono da contrappunto alla vicenda centrale e certamente contribuiscono a rendere suggestivo il risultato finale.

Suggestivo, tuttavia, non è sempre sinonimo di efficace. Ad esempio, la scelta di utilizzare tre diversi formati di pellicola e di servirsi di una serie di artifici tecnici (come l’accelerazione) somiglia spesso ad un vezzo più che ad una reale esigenza espressiva. Come talvolta avviene quando si cerca di affrontare temi esistenziali di un certo peso servendosi di metafore, il rischio è quello di eccedere dal punto di vista formale a scapito del racconto.
Basti pensare ai numerosi luoghi elevati a suggestione onirica e fiabesca (come il binario morto della stazione di Riparbella) o agli enigmatici personaggi che li popolano, uno fra tutti Italia (Carol Duarte). Mentre il personaggio di Flora (Isabella Rossellini), la signora che la tiene a servizio con la scusa di impartirle lezioni di canto, ha una ragion d’essere dal punto di vista della progressione narrativa, quello di Italia sembra essere lì esclusivamente per simboleggiare qualcosa di sfuggente, sebbene si voglia dare l’idea di una sua importanza capitale nell’economia del racconto.
Attraversare il buio della perdita e della paura
Vi sono dei passaggi indubbiamente intensi ne La Chimera, ma lo sforzo per comprenderne il significato all’interno dello schema generale dell’opera compromette buona parte dell’esperienza. Guardare questo film somiglia molto all’atto di ammirare un dipinto, avendone intuito il senso generale senza riuscire a contestualizzare i vari elementi. Il nostro errore, tuttavia, potrebbe essere proprio cercare di comprendere e razionalizzare tutto ciò che stiamo osservando, quando la regista è invece interessata a descrivere un’umanità alle prese con la casualità degli eventi e con la minaccia di un’oscurità imprevedibile e spaventosa.
La Chimera ci suggerisce che per riuscire ad alzare lo sguardo in alto, verso il cielo, senza essere ossessionati dalle chimere che ci perseguitano, dobbiamo prima attraversare il buio della perdita e della paura. Lo stacco finale accompagnato da Gli Uccelli di Battiato merita anche per questo il prezzo del biglietto.


