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Pain Hustlers – Il business del dolore, recensione del film con Emily Blunt e Chris Evans

La recensione di Pain Hustlers – Il business del dolore, film drammatico interpretato da Emily Blunt e Chris Evans. Disponibile su Netflix dal 27 ottobre.

È disponibile su Netflix, a partire dal 27 ottobre, Pain Hustlers – Il business del dolore, pellicola drammatica presentata allo scorso Toronto International Film Festival. Tratto dall’omonimo articolo di Evan Hughes, pubblicato sul New York Times, e diretto da David Yates (regista noto principalmente per il suo contributo alle saghe di Harry Potter e Animali fantastici), il film rappresenta l’esordio nel mondo del cinema dall’acclamato scrittore Wells Tower, con una sceneggiatura che è stata pagata dal colosso dello streaming ben 50 milioni di dollari.

Dopo la serie di pellicole che puntavano il dito contro i crimini commessi dal mondo della finanza e delle banche (La grande scommessa, Panama Papers) sull’onda della crisi finanziaria del 2007-2008, l’attenzione delle recenti produzioni di certo cinema, e di certa televisione, dai soggetti impegnati ma pur sempre hollywoodiani, sembrerebbe essere stata completamente monopolizzata dal grave problema della dipendenza da farmaci oppioidi che ha colpito gli Stati Uniti. Una vera e propria epidemia che ha distrutto milioni di famiglie causando, solo nel 2021, una media di 45 morti al giorno.

Di cosa parla Pain Hustlers?

Pain Hustlers sceglie di raccontare questa piaga dal punto di vista del personaggio di Liza Drake, interpretata da Emily Blunt (recentemente vista accanto a Cillian Murphy in Oppenheimer). Madre single con una figlia affetta da attacchi epilettici (Chloe Coleman), Liza cerca di sbarcare il lunario lavorando come ballerina di lap dance in un locale non propriamente chic. È proprio al bancone del bar del suo squallido luogo di lavoro dove Pete Brenner (Chris Evans), rappresentate di una ditta farmaceutica, nota le sue eccezionali capacità persuasive.

L’uomo l’arruola immediatamente, con la promessa di lauti guadagni, per convincere i medici a prescrivere ai propri pazienti il Lonafen, un potente oppioide ideato dal dr. Jack Neel (Andy Garcia). Il successo arriva in fretta, tra auto sportive e sfarzose feste aziendali, ma la cosa sfugge presto di mano: l’avidità porta la compagnia a spingere affinché l’additivo farmaco venga prescritto anche per patologie minori, causando un numero spropositato di persone rese schiave dalla dipendenza, con conseguenze anche letali.

Cr. Brian Douglas/Netflix © 2023.

Un film banale in quasi ogni suo aspetto

Pain Hustlers sceglie di mettere in scena la sua storia con strumenti narrativi simili a quelli usati da pellicole come The Wolf of Wall Street, con una voice over dai toni ammiccanti e alcuni momenti sopra le righe.

Come il film diretto da Martin Scorsese, anche qui si racconta la parabola di un perdente che decide di giocare sporco per raggiungere il successo, inseguendo un proprio modello distorto del sogno americano che spesso si intreccia – anche volentieri – con metodi truffaldini e criminosi. La differenza sta nella redenzione finale del personaggio di Liza, pronta a denunciare gli illeciti della sua azienda, una volta scoperti i gravi effetti del suo operato sulle vittime.

Purtroppo il tutto è scritto e diretto nel modo più stanco possibile, senza un minimo di personalità. Aggiungiamoci una mancanza di originalità alla base del soggetto, che ripropone un argomento – come accennato sopra – già al centro di tanti altri prodotti audiovisivi recenti (Dopesick – Dichiarazione di dipendenza).

La solita sequela di case farmaceutiche avide, corruzione, famiglie distrutte ed eserciti di attraenti e ingenue rappresentati che abbiamo da poco visto anche in un’altra produzione, sempre targata Netflix: la miniserie Painkiller. Nonostante la performance della sempre brava Emily Blunt, è difficile promuovere un film come Pain Hustlers, insipido e banale in quasi ogni suo aspetto.

Guarda il trailer ufficiale di Pain Hustlers

GIUDIZIO COMPLESSIVO

Pain Hustlers – Il business del dolore mette in scena un'altra storia con al centro l'avidità delle case farmaceutiche e la grave crisi degli oppioidi negli USA, già soggetto di tante alte produzioni recenti. Utilizzando strumenti narrativi simili a quelli di pellicole come The Wolf of Wall Street, il film distribuito da Netflix risulta poco originale e perlopiù insipido. Anche l'ottima performance di Emily Blunt non riesce a salvarlo.
Marco Scaletti
Marco Scaletti
Prima sono arrivati i fumetti e i videogiochi, dopo l'innamoramento totale per il cinema e le serie tv. Consumatore onnivoro dei generi più disparati, dai cinecomics alle disturbanti opere del sommo Cronenberg | Film del cuore: Alien | Il più grande regista: il succitato Cronenberg o Michael Mann | Attore preferito: Joaquin Phoenix | La citazione più bella: "I gufi non sono quello che sembrano" (I segreti di Twin Peaks)

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