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Berlinguer. La grande ambizione, recensione del film con Elio Germano

Film d'apertura della 19esima edizione della Festa del Cinema di Roma, Berlinguer. La grande ambizione arriverà nelle sale il 31 ottobre distribuito da Lucky Red.

Berlinguer. La grande ambizione – apertura della 19esima Festa del Cinema di Roma e in sala dal 31 ottobre – potrebbe avere come sottotitolo «Anzi, facciamo l’impossibile ambizione», dal momento che la pellicola di Andrea Segre, consapevole di parlare ad un pubblico del presente, da subito mette le cose in chiaro, mostrandoci come prima cosa la divisione interna di un movimento comunista europeo distante dall’unità che il segretario del partito protagonista ha cercato per tutta la sua vita politica. Una divisione che ha quasi reso Berlinguer una vittima designata.

L’ambizione in quanto tale non è dunque da ricercare nello scopo pratico dell’ex «grigio funzionario» (il primo consapevole di questa infattibilità), quanto nel sentimento che, nonostante la fatica mostrata per tutta la pellicola, ha mosso il suo spirito, mai domo anche di fronte alla materializzazione degli ostacoli più mostruosi sul suo cammino. Elio Germano è magistrale nel trasportare questo stato d’animo idiosincratico in un lavoro sul corpo così importante da elevarlo a metafora di un movimento politico e ideologico che, nonostante l’enorme portata (Segre è preciso nel presentare i numeri che ne costituirono l’enorme mole negli anni ’70), ha finito con l’involversi in seguito al mancato superamento della sfida del compromesso storico.

I cinque anni di “gloria” del Partito Comunista Italiano

Segre, la cui “vita” registica è divisa a metà fra documentario e fiction, mette tutta la sua sapienza in Berlinguer. La grande ambizione presentando una commistione di entrambe le sue anime per coprire un arco storico che va dal 1973, anno dell’incidente – che così incidente non è stato – di Berlinguer in Bulgaria, fino al 1978, anno del rapimento di Aldo Moro. Da una morte voluta, ma non avvenuta, ad un’altra. Un fil rouge esistenziale e cinematografico.

In quei cinque anni il Partito Comunista italiano ha ottenuto i suoi maggiori risultati in termini di partecipazione, perseguendo l’idea di uno Stato (e del futuro di uno Stato) differente rispetto a quello che si prefigurava, attraverso un volto pulito della politica, figlio della volontà di superamento dei propri equivoci ideologici in nome di una democrazia da difendere a tutti i costi. Un lavoro di riposizionamento di un Berlinguer che cerca di portare un’ideologia antica in un mondo moderno, ma che però decanta Gramsci e Togliatti e dimentica le cinquantamila lire tra le pagine de “L’accumulazione del capitale” di Rosa Luxemburg. Una divisione viscerale.

Ecco che allora che la ricerca dell’unità («l’impossibile ambizione» di cui sopra) acquisisce i connotati di un bisogno intimo da parte di un uomo alla continua ricerca di una strada per superare la frattura che attanaglia lui in primis e davanti alla quale si ritrova piegato. Se vogliamo è una risposta anche a coloro che hanno accusato Berlinguer di aver chinato la testa alla Democrazia Cristiana e di averla scelta a scapito dell’URSS: ciò che lo ha messo alla prova non è mai stato il mefistofelico Andreotti (qui interpretato dall’habitué Paolo Pierobon), quanto l’onere di dover trovare un’unione strutturale per il suo mondo.

Un gigante malinconico, ma risoluto

Andrea Segre presenta una grande ricostruzione storica in Berlinguer. La grande ambizione, trovando un buon equilibrio tra le immagini di archivio e i passaggi di finzione e cercando di alternare sequenze più sibillini rispetto ad altri chiaramente didattici, in cui i personaggi escono dal momento ed è come se parlassero allo spettatore. In questo senso, sono da sottolineare le scene in cui la parola viene ceduta a coloro che vivono intorno al protagonista (colleghi di partito, compagni militanti e i familiari). Una scelta comprensibile e non solo per l’idea del film di rivolgersi ad un pubblico internazionale, dato che ci sono pezzi di Storia del nostro Paese che anche le nuove generazioni italiane non conoscono.

Elio Germano (visto di recente in Iddu) fa il solito enorme lavoro di immedesimazione, portando sullo schermo una delle rappresentazioni più complesse dell’uomo e del politico Enrico Berlinguer, trovando dei guizzi di vitalità all’intero di un formato, sia visivo che narrativo, piuttosto classico e in cui pervade una tetra nostalgia verso un’epoca che è passata senza riuscire a lasciare quel segno che avrebbe potuto. Quello dell’attore romano è un gigante mesto, un uomo rispettoso, equilibrato e disponibile, qualcuno che all’apparenza potrebbe sembrare addirittura remissivo, ma che ha fatto della risolutezza il suo leitmotiv, come quando ha deciso di fare il discorso che ha fatto al Cremlino.

Ecco, il discorso, anzi i discorsi sono un’altra delle colonne portanti di Berlinguer. La grande ambizione. Essi non solo servono a separare i vari atti della narrazione, ma permettono al pubblico di entrare nella mente del protagonista e, quindi, nella mente di un politico, che è una cosa piuttosto rara in un momento storico come il nostro, dove tutto è propaganda e non è più possibile leggere o ascoltare discorsi simili. Un altro tassello nella costruzione di un film importante per l’intelligenza e la pulizia con le quali persegue i suoi scopi.

Guarda il trailer di Berlinguer. La grande ambizione

GIUDIZIO COMPLESSIVO

Andrea Segre ed Elio Germano mettono tutta la loro sapienza al servizio del protagonista di Berlinguer. La grande ambizione, un film che vanta una grande ricostruzione storica e uno dei ritratti più complessi del fu segretario del Partito Comunista italiano. La struttura visiva e narrativa è piuttosto canonica, ma assolutamente non scontata, anche grazie alla felice commistione tra fiction e immagini di archivio. Una pellicola importante e intelligente, che dal titolo alla patinata si veste di malinconia, forse l’unico sentimento possibile quando si parla di età e personaggi del genere.

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Andrea Segre ed Elio Germano mettono tutta la loro sapienza al servizio del protagonista di Berlinguer. La grande ambizione, un film che vanta una grande ricostruzione storica e uno dei ritratti più complessi del fu segretario del Partito Comunista italiano. La struttura visiva e narrativa è piuttosto canonica, ma assolutamente non scontata, anche grazie alla felice commistione tra fiction e immagini di archivio. Una pellicola importante e intelligente, che dal titolo alla patinata si veste di malinconia, forse l’unico sentimento possibile quando si parla di età e personaggi del genere. Berlinguer. La grande ambizione, recensione del film con Elio Germano