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Qui non è Hollywood, recensione della serie originale italiana Disney+

Presentata nella cornice della 19esima edizione della Festa del Cinema di Roma, l'attesissima serie Qui non è Hollywood arriverà il 30 ottobre su Disney+.

Ogni volta che arriva la notizia della trasposizione – cinematografica o seriale che sia – di un fatto di cronaca nera particolarmente eclatante, la prima domanda che viene da porsi è se sia davvero giusto raccontare la complessità e la drammaticità di quell’evento servendosi del filtro della finzione. Probabilmente non esisterà mai una risposta giusta o sbagliata, e forse non è neanche così importante affannarsi per cercare di trovarla. Ciò che conta più di ogni altra cosa, in casi come quello della nuova serie Qui non è Hollywood, è la consapevolezza di dover restituire allo spettatore una dimensione narrativa quanto più possibile vicina alla realtà, nella quale possano coesistere non solo l’immaginazione (impossibile da fugare quando si “plasmano” fatti realmente accaduti) ma anche l’immedesimazione (necessaria per evitare ogni tipo di giudizio, a qualsiasi livello).

Dopo la docuserie “Sarah. La ragazza di Avetrana” realizzata per conto di Sky nel 2021, la serie Qui non è Hollywood è il secondo prodotto targato Groenlandia a riportare l’attenzione su uno dei fatti di cronaca nera più rilevanti degli ultimi anni. Adottando il punto di vista privilegiato dei principali protagonisti di questa terribile storia per ognuno dei suoi quattro episodi (quello di Sarah Scazzi, di sua cugina Sabrina e dei genitori di quest’ultima, Michele Misseri e Cosima Serrano), la serie disponibile su Disney+ dal 25 ottobre – dopo il passaggio in anteprima mondiale alla 19esima Festa del Cinema di Roma – ripercorre cronologicamente il misterioso e controverso caso dell’omicidio della giovane Sarah (all’epoca dei fatti appena 15enne) culminato con la condanna all’ergastolo di Cosima e Sabrina, e con la condanna per occultamento di cadavere ai danni di Michele.

Un «circo mediatico» senza precedenti

Il risultato è un racconto a più voci in cui l’angolazione adottata di volta in volta coincide con la progressione lineare della storia e mai con la sua inutile ripetizione. L’accuratezza formale – da sempre un marchio di fabbrica nel cinema di Pippo Mezzapesa, qui alla regia di tutti gli episodi (lo ricorderete per Il bene mio e, soprattutto, Ti mangio il cuore) – si amalgama alla perfezione con una narrazione multiforme il cui motore immobile è rappresentato proprio dall’alternanza degli sguardi. Non si vogliono e non si possono esprimere giudizi in Qui non è Hollywood: di conseguenza, Mezzapesa – che insieme ad Antonella W. Gaeta e Davide Serino firma anche la sceneggiatura, basata sul libro “Sarah. La ragazza di Avetrana” scritto nel 2020 da Carmine Gazzanni e Flavia Piccinni – si limita a ripercorre i fatti in tutta la loro sconcertante e inquietante brutalità, cercando di restituire allo spettatore un microcosmo geografico e familiare che, nel suo lento e inevitabile svelamento, ha assunto dei contorni tristemente universali.

La ricostruzione offerta da Mezzapesa e dalla sua squadra è tanto disturbante quanto affascinante, volta non solo a scavare nella psicologia di personaggi in cui luci e ombre albergano in egual misura, ma anche a riflettere sui meccanismi perversi (nella maggior parte dei casi insondabili) che mai come nel caso della morte della povera Sarah hanno portato alla nascita di un «circo mediatico» senza precedenti, in cui ognuno – dai diretti interessati, ai giornalisti, alla gente comune – ha potuto riversare un imbarazzante bisogno di attenzione incessante. Al preciso e meticoloso lavoro sui personaggi e sulla frenesia nell’invasione mediatica si affianca quello sofisticatissimo sui luoghi e sulle ambientazioni, con un uso della fotografia – opera di Giuseppe Maio – che sembra trasformare in immagini i processi mentali e gli stati d’animo dei protagonisti, filtrandoli attraverso una gradazione di colori che da caldi e vibranti diventano via via sempre più freddi e desaturati.

Qui non è Hollywood. Foto di Lorenzo Pesce

Dubitare della nostra vulnerabilità e umanità

Non solo la “villetta degli orrori”: nell’Avetrana riprodotta da Mezzapesa ogni strada fantasma, ogni sguardo spento dei suoi abitanti, ogni gesto o azione simbolo di una curiosità malata (sfociata troppo spesso in una vera e propria isteria collettiva) contribuisce a cementare un senso di inquietudine che lentamente si trasforma in disagio e sgomento. Troppo spesso i casi di cronaca nera ci appaiono talmente assurdi da non poter sembrare neanche reali; vicende agghiaccianti che sembrano uscite dalla mente del più brillante degli scrittori, e che invece sono solamente il frutto – ed è proprio questo a spaventare di più – delle ossessioni più indicibili e profonde dell’animo umano. Inevitabilmente, la tragedia accaduta alla giovane Sarah ci ha posto fin da subito in una posizione scomoda, frutto di un coinvolgimento innaturale a cui nessuno ha mai saputo mettere un freno; di riflesso, la serie di Mezzapesa ci spinge costantemente a dubitare non solo della nostra vulnerabilità ma anche della nostra umanità.

Senza mai oscillare tra i diversi archi temporali e offrendo una ricostruzione limpida e mai complessa di ciò che accadde da quel 26 agosto 2012 in poi, Qui non è Hollywood trasporta lo spettatore indietro nel tempo, in un momento tragico della storia italiana ancora impresso con dolore nella memoria collettiva. Mettendo da parte qualsiasi sensazionalismo forzato o morbosità nauseante, la serie abbraccia con efficacia e sensibilità l’emotività di personaggi oscuri e tormentati e la tragicità di una storia ricca di contrasti e sfumature. Grazie anche a delle interpretazioni a dir poco eccellenti (su tutte quelle di Vanessa Scalera nei panni di Cosima e Paolo De Vita in quelli di Michele, ma un plauso va anche alla bravissima Giulia Perulli, interprete di Sabrina), Qui non è Hollywood fa centro anche perché restituisce – in barba a tutte le polemiche – una storia che  riflette l’orrore e il buio che sedimentano dentro ognuno di noi, di cui possiamo diventare schiavi senza neanche accorgercene e che, nel più orribile degli scenari ipotizzabili, ci consumano fino a spingerci a commettere le azioni più disumane.

Guarda il trailer di Qui non è Hollywood

GIUDIZIO COMPLESSIVO

Qui non è Hollywood è un viaggio a ritroso nel tempo che ricostruisce uno dei momenti più tragici della recente cronaca nera italiana. Fugando qualsiasi sensazionalismo forzato o qualunque morbosità nauseante, la serie di Pippi Mezzapesa, prodotta da Groenlandia, abbraccia con efficacia e sensibilità l'emotività di personaggi oscuri e tormentati e la tragicità di una storia ricca di contrasti e sfumature, ancora oggi impressa nella memoria collettiva.
Stefano Terracina
Stefano Terracina
Cresciuto a pane, latte e Il Mago di Oz | Film del cuore: Titanic | Il più grande regista: Stanley Kubrick | Attore preferito: Michael Fassbender | La citazione più bella: "Io ho bisogno di credere che qualcosa di straordinario sia possibile." (A Beautiful Mind)

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Qui non è Hollywood è un viaggio a ritroso nel tempo che ricostruisce uno dei momenti più tragici della recente cronaca nera italiana. Fugando qualsiasi sensazionalismo forzato o qualunque morbosità nauseante, la serie di Pippi Mezzapesa, prodotta da Groenlandia, abbraccia con efficacia e sensibilità l'emotività di personaggi oscuri e tormentati e la tragicità di una storia ricca di contrasti e sfumature, ancora oggi impressa nella memoria collettiva. Qui non è Hollywood, recensione della serie originale italiana Disney+