Matrix Resurrections e il sogno del cinema fantastico

Un impossibile déjà-vu! Approfondimento su Matrix Resurrections, terzo sequel di Matrix, diretto da Lana Wachowski.

La “mummia del cambiamento”, come lo definiva André Bazin: che strumento potentissimo, il cinema. Un tempo il compito di congelare il presente era affidato alla sola scultura e pittura. Poi la fotografia, con il suo sconvolgente grado di realismo. Infine il cinematografo, macchina in grado di catturare immagini in movimento, replicandole all’infinito; volti e suoni che dal passato tornano ancora e ancora.

È a questo potere, oggi dato per scontato e diluito nei dispositivi mobili che accompagnano le nostre vite, che Lana Wachowski si è appellata nel momento più difficile, segnato dalla perdita dei propri genitori. Non potendo riportarli in vita, in una notte di insonnia ha pensato di sublimare il dolore mettendo in scena una delle resurrezioni più costose della storia del cinema, quella dei due personaggi che quasi vent’anni prima aveva, assieme alla sorella Lilly, “ucciso” nell’epilogo della trilogia di Matrix.

Buio in sala, rewind. Matrix Resurrections inizia così, con il codice della matrice che nei titoli di testa anziché scendere, sale, muovendosi a ritroso. Per tornare indietro nel tempo, però, Lana Wachowski è andata avanti: niente reboot, niente remake, niente prequel, la storia prosegue esattamente dove finiva Matrix Revolutions, con i suoi protagonisti ancora (miracolosamente) vivi.

È, a tutti gli effetti, una “seconda possibilità” grazie alla quale la Wachowski può fare molto: tornare a parlare con i personaggi che nel bene e nel male le hanno cambiato la vita; raccontare Matrix a vent’anni di distanza dal primo film – vent’anni in cui è accaduto letteralmente di tutto e il concetto di reale/virtuale si è sviluppato in modi che non credevamo possibili; esplorare ulteriormente e arricchire l’universo creato nel 1999.

In questo Matrix Resurrections è un film assolutamente d’autore, in cui Lana Wachowski prende i 190 milioni di budget messi a disposizione della Warner Bros. e, nel momento migliore per se stessa, racconta la storia che ha in mente (avvalendosi del supporto alla sceneggiatura di David Mitchell e Aleksandar Hemon).

Il quarto capitolo della saga assume così i contorni di un grande esercizio di psicoanalisi, in cui l’autrice da un lato esorcizza la paura della morte sovvertendo il destino degli eroi grazie al potere della scrittura e del cinema e dall’altro rivive/rimonta la precedente trilogia con malinconia (“Nulla placa l’ansia come la nostalgia”), rinnovata sensibilità e un’attenzione spasmodica a dettagli, riferimenti e citazioni (ce ne sono tantissimi disseminati ovunque, dai bossoli che cadono da un elicottero alla carta da parati dello studio dell’analista, passando per una bistecca…).

Matrix diventa dunque l’oggetto stesso di discussione di Matrix, Lana si manifesta come vero architetto dietro le quinte intenta a ricreare, manipolare, alterare la sua stessa creatura, in un gioco di matriosche che fa sembrare Inception un facile rompicapo.

Una critica “dall’interno”

A distanza di vent’anni dal primo film, è chiaro alla Wachowski che quel felice esperimento è compiuto e irripetibile; perché se da un lato è vero che alcune storie possono essere raccontate all’infinito, dall’altro è altrettanto vero che il tempo passa, le persone invecchiano, il mondo evolve e una formula che era valida nel 1999 non è affatto detto che possa funzionare nel 2021.

Consapevole dell’impossibilità di superare se stessa e allo stesso tempo alle prese con la necessità personale di rimaneggiare un materiale “morto”, la Wachowski sceglie coraggiosamente la strada dell’ironia, e critica dall’interno il suo stesso lavoro. Lo fa prendendosi gioco delle super-produzioni hollywoodiane, alla costante e disperata ricerca della giusta strategia commerciale per sfruttare fino all’osso idee di successo, e raccontando quello che è diventato Matrix in vent’anni: un culto per i fan (siete anche voi dei “neologi”?), un fenomeno di costume, un brand milionario, un mondo radicatosi nell’immaginario collettivo e, per questo, sfuggito al controllo del suo stesso creatore (basti pensare a George R.R. Martin e J. K. Rowling).

Sovvertendo le aspettative di gran parte del pubblico, Lana Wachowski non inventa un altro “bullet time” (anzi!), non adotta il tono drammatico e serio della precedente trilogia, non fornisce all’eletto altri superpoteri ma riscrive Matrix da un nuovo punto di vista, forgiando un film per alcuni versi molto più maturo e consapevole dei precedenti due.

La spettacolarità, gli inseguimenti, le esplosioni, l’azione, il kung-fu e gli effetti speciali devono comunque esserci, sono ingredienti indispensabili se si sta lavorando con un budget milionario al seguito di un film che ha scritto la storia del cinema; tuttavia, mentre in Reloaded e Revolutions questi erano uno strumento, a stento gestito, per far fronte alla pressione e alle aspettative (anche economiche) generate dal successo del primo film, in Resurrections sono un più misurato e necessario passe-partout per veicolare le idee e i messaggi della regista.

Da questo punto di vista, non c’è assolutamente di che restare delusi. La Wachowski ri-affronta l’universo da lei creato con una rinnovata sensibilità che, oltre a regalarci una emozionante storia d’amore, lavora su tantissimi concetti spingendo lo spettatore ad “attraversare lo specchio”, che ora sostituisce le vecchie cabine telefoniche in un ideale avvicendamento tra Le avventure di Alice nel Paese delle Meraviglie e Attraverso lo specchio e quel che Alice vi trovò. Il primo e più attuale tema resta ovviamente il confine tra reale (parola che ricorre ben 22 volte nel film) e virtuale.

Negli ultimi vent’anni le possibilità di mistificazione visiva della realtà sono cresciute esponenzialmente, dai banali fotoritocchi degli influencer su Instagram agli algoritmi di intelligenza artificiale capaci, senza necessità di motion caputre (ricordate i primi sorprendenti esperimenti dei primi anni 2000? Final Fantasy, il Gollum de Il signore degli anelli, lo stesso esercito di agenti Smith di Matrix Revolutions), di rendere indistinguibile il falso dal vero. Il cinema sta sfruttando con moderazione questa tecnologia (esempi se ne trovano in Rogue One, The Mandalorian, Fast & Furious 7, Spider-Man: No Way Home, Il curioso caso di Benjamin Button, The Irishman, Gemini Man, etc.) mentre nei videogame da anni si sono raggiunti risultati incredibili.

Non è un caso che Epic Games abbia scelto di mostrare il suo nuovo motore grafico, Unreal Engine 5 (che sarà utilizzato su PS5 e Xbox Series X|S ma anche in ambito cinematografico), realizzando in collaborazione con Lana Wachowski, Keanu Reeves e Carrie-Anne Moss una demo tecnica interattiva chiamata The Matrix Awakens. Il risultato è sconvolgente: una città grande 16 chilometri quadrati con oltre 35 mila pedoni, 45 mila veicoli e 7.000 edifici interamente “giocabile”, ricostruita da miliardi di poligoni che assieme ad incredibili effetti luminosi e cromatici rendono il contesto indistinguibile dalla realtà.

In breve tempo, tra visori ottici, realtà aumentata e avatar digitali sarà davvero complesso orientarsi seguendo le tradizionali categorie mentali di “vero” e “finto”, il che per Lana Wachowski pone almeno due ordini di problemi. Il primo è che “se non sappiamo cos’è reale, non possiamo resistere”: in Matrix Revolutions Neo continua a essere l’eletto in quanto unico in grado di mostrare agli altri cosa c’è fuori dalla caverna platonica. Neo è la guida, il nostro arbitro interiore, lo spirito critico in grado di aiutarci a distinguere ciò che è autentico da ciò che è stato artefatto per spingerci in una direzione specifica.

Una battaglia che, ad esempio, molte testate giornalistiche stanno perdendo: cavalcando l’onda delle fake news e, con la complicità dei social, della velocità dell’informazione e di una buona dose di analfabetismo di ritorno, generano false narrazioni che se sommate ci riportano direttamente agli scenari di 1984 di Orwell. Il secondo, è anch’esso un problema sul quale la filosofia si interroga da secoli: “I ricordi trasformati in finzione sono meno reali? La realtà basata sulla memoria non è altro che finzione?”.

Il film spinge a interrogarsi su quanto sia labile il complesso meccanismo su cui si basano le nostre azioni, ovvero i ricordi, sia quelli che galleggiano nella nostra testa (si sprecano i riferimenti a tanta fantascienza scritta e cinematografica, basti pensare ad Atto di forza) sia quelli che prendono vita nel corso di un processo creativo, quando ad esempio uno scrittore trasfigura il proprio vissuto per adattarlo a un personaggio di finzione.

A questi interrogativi se ne sommano altri (ognuno scelga pure quello che più gli si addice!), con spunti di riflessione su identità di genere (i riflessi mostrati nel film, che ci mostrano diversi da come ci sentiamo), libero arbitrio (quanto le nostre azioni sono già predeterminate?), una nuova “singolarità”, che sostituisce la dualità bene/male, yin/yang enfatizzata in Matrix Revolutions con un sinolo composto da maschile e femminile.

Anche lo scenario in cui si muovono i protagonisti è significativo: da un lato una Matrix 2.0, governata da un nuovo architetto e con nuovi sistemi di assuefazione di massa (sotto accusa i social network, con la loro costante spinta verso desideri idealizzati e in quanto tali virtuali), dall’altro un mondo reale dove va compiendosi una inaspettata collaborazione tra uomini e intelligenze artificiali, non più incubo distopico ma opportunità di raggiungere traguardi altresì impossibili.

Matrix Resurrections, un déjà-vu impossibile

Questo grande materiale tematico viene distribuito in un primo tempo che è una grande meta-narrazione incentrata su pillola rossa/pillola blu e in un secondo tempo più canonico, via via sempre più incalzante, che conduce a un anticlimax finale che ribadisce l’importanza per le Wachowski di una rivoluzione, valida oggi come nel 1999.

A dare un volto credibile a una sceneggiatura precisa e ben scritta, un cast artistico perfetto (sopra tutti la straordinaria coppia Reeves – Moss, che appare quasi ringiovanita e molto più a proprio agio rispetto ai due precedenti film, seguita da un sorprendente Neil Patrick Harris e un ottimo Jonathan Groff) e tante maestranze che hanno lavorato con la regista a progetti passati. Sul fronte tecnico, la fotografia eccede di tanto in tanto nell’ammantare tutto di una patina vivida e un po’ troppo videoludica mentre la regia, specie delle scene d’azione, non è sempre misurata, così come il commento musicale, che pure presenta interessanti variazioni di temi già noti.

Eppure, sono sbavature che si perdonano con facilità dal momento che il baricentro del film è rappresentato da ciò che racconta e rappresenta. Altresì, l’impianto visivo di Matrix Resurrections è imponente e a tratti ipnotico, con diversi momenti in cui l’effetto “wow” si impadronisce dello sguardo del pubblico e rinnova ancora una volta quella magia che sospende l’incredulità e rende l’impossibile, possibile.

Appare dunque controversa, per usare un eufemismo, la scelta della Warner Bros. di distribuire il film contemporaneamente in sala e in streaming sulla piattaforma HBO Max (senza sovrapprezzo), incrementando la pirateria (solo in questo momento ci sono circa 27.000 persone che lo condividono sulla principale piattaforma di Torrent) e svuotando le sale, con incassi worldwide al momento lontani dal coprire i costi di produzioni.

La necessità di tamponare la crisi causata dal Covid, mantenere alti i profitti minimizzando i rischi e tenere testa alla competizione con le piattaforme online sta via via portando le major a proporre diversi titoli di successo esclusivamente in streaming (ultimo caso quello di Red della Pixar, che sarà distribuito solo su Disney+).

Parallelamente, nel cinema mainstream si tende sempre più a lavorare su property collaudate o serializzabili, estirpando potenziali elementi dissonanti e assecondando i desiderata e le aspettative del pubblico, la cui voce cresce di pari passo con la rilevanza dei social media. Alla lunga questo modus operandi – e qui la critica che Lana Wachowski porta avanti con Matrix Resurrections – potrebbe trasformare il cinema fantastico ad alto budget, quello che oggi ha le risorse per arrivare ovunque e rendere reale qualsiasi sogno, in una sequenza infinita di sequel, prequel e reboot ipertrofici e privi di idee, troppo timorosi di realizzare scarsi incassi per proporre nuovi personaggi, storie originali, temi complessi.

I film della Marvel, da diversi anni nel mirino di molti cineasti, sono prezioso ossigeno per tempi in cui il cinema vive una trasformazione epocale e forse irreversibile; non può, tuttavia, mancare l’alternativa, rappresentata negli anni da cineasti come George Lucas, Steven Spielberg, Christopher Nolan e le stesse sorelle Wachowski, in grado di dare sostanza a film per il grande pubblico che non esauriscono il loro valore nel breve tempo di una serata al cinema.

Di questo, il cinema ha oggi estremamente bisogno. Per restare vivo e vitale nelle sale, per alimentare sogni in tempi complessi, per intrattenere con intelligenza. Resurrections è un esperimento tanto ardito quanto necessario, un déjà-vu impossibile: un film di Matrix e su Matrix, un divertissement che frulla il passato, racconta il presente con sensibilità e pone dubbi sul futuro (dell’umanità ma anche del cinema), che ammicca alla nostalgia senza mai cadervi dentro ma sfruttandola, anzi, come fionda per raccontare una storia vera e allo stesso tempo finta, originale ma ricca di reminiscenze passate.

Il tutto marchiato indelebilmente dall’impronta e dalla visione della sua autrice che, partendo dal proprio sentire, ha realizzato un film per se stessa e per noi tutti, che alla pari di altre forme d’arte seduce e anziché offrire risposte innesca riflessioni e pone domande su noi stessi e sul mondo che ci circonda.

E voi? Che pillola sceglierete? Rossa o blu?

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