A vedere Il testamento di Ann Lee c’è quasi da non crederci. Mona Fastvold ha davvero fatto un film evangelico? Ora, magari evangelico evangelico non è. Ma le premesse di questa sua nuova opera, presentata in concorso alla Mostra di Venezia 2025, paiono prendere un personaggio realmente esistito come Ann Lee, la leader della setta religiosa degli Shakers, per incarnarla in una metafora. Sembra di stare sempre in potenza di qualcosa. Invece non arriva mai nulla, il tavolo non si rovescia. Anzi, si finisce per scoprire che non c’è nemmeno il tavolo, ma solo una tovaglia imbandita con miraggi di plastica. Allora resta l’esaltazione nuda e pura, quasi commossa. Non può bastare.
L’epopea di una nuova santa
A Fastvold e Brady Corbet, compagno di vita e di sodalizio artistico che qui co-sceneggia, piacciono i personaggi in chiaroscuro, infusi del genio o del santo ma anche ingombranti – pensiamo a The Brutalist, l’altro film più recente che i due hanno scritto assieme. Dopotutto Lee (Amanda Seyfried) non è una figura come le altre. Una donna di metà Settecento, di Manchester, che sente ardere dentro di sé un contatto con l’Altissimo. Non lo sa inquadrare fino a quando non entra in contatto con i Quaccheri e sintetizza una propria dottrina fondata su danze sfrenate e canti viscerali, estroflessioni di una preghiera con cui accorciare la distanza che separa da Dio.
E Ann, madre di quattro figli morti infanti, questa distanza la percorre in fretta, toccata dal divino che la visita con visioni del paradiso perduto. Si professa come la venuta di Dio in forma di donna e la cosa non può che attirare le scortesi attenzioni del clero inglese. Allora non resta che partire per quella nuova terra dove c’è posto per tutto e per tutti, gli Stati Uniti, alla testa di un piccolo corteo di marito (Christopher Abbott, sempre nella parte di un maschio dubbio), fratello (Lewis Pullman) e qualche altro stretto devoto (tra cui Thomasin McKenzie, anche narratrice degli eventi).

Agiografia di poca quantità
D’altronde, oltre che di possibilità, gli Stati Uniti sono terra anche per ogni idiozia. E non appare altro che idiotica l’odissea sacra al centro de Il testamento di Ann Lee, una pellicola in apertura di qualcosa, di un climax in estasi religiosa, di un commento anarcoide in rima alla lirica di un femminile ambivalente ma ribelle, di un preludio a un cambiamento epocale. Sembra farlo intuire, con brevi sprazzi, un tono quasi satirico che emerge a ridosso degli strappi di fede da cui sono colti i membri di questa comunità.
Invece niente di tutto ciò. Si smaschera la dimensione di solo involucro fatto di stordimenti sensoriali utili a offuscare la vacuità che ne sta al di sotto, che all’epopea di Ann Lee, per come ne valida la purezza e l’integrità morale, assegna il carattere di un’ammirazione agiografica. La forma virtuosistica in pasta di pellicola (la fotografia è di William Rexer) è utilizzata come un inebriante gioco di prestigio con cui accattivarsi il pubblico, ipnotizzarlo tra mesmerici piani sequenza e poi colpirlo di grazia con l’intervento provvidenziale di musiche sempre in crescendo – quelle, di Daniel Blumberg (ha vinto l’Oscar per The Brutalist), c’è da riconoscere davvero magnifiche.
Due ore e rotte in cui si insinua la copertura del semi musical (quando la comunità prega a seguito di Lee), a cui Fastvold si abbandona per puntellare la fragilità di una storia che a stringere lascia in mano solo la presunzione. Che è qualcosa di davvero incomprensibile se ci si ferma a riflettere un istante che a soggetto di questa esaltazione sta quella che di fatto è stata un’invasata professatasi come la seconda venuta di Cristo. La leader di un culto che ha l’anima e il corpo di una setta, tra i cui principi dogmatici stava la rigorosa astinenza sessuale fuori e dentro dal matrimonio – leggasi: l’estinzione.

Un falso ritratto di donna
Volendo anche seguire l’intento della retta biografica, il problema de Il testamento di Ann Lee sta nel non avere mai il tatto misto all’ardore di descrivere l’irruzione dei balli “shakerati” come sfogo dal profondo, come innalzamento per allontanarsi dal vissuto sfibrato dalle cose del mondo. Lo afferma a parole, certo. Ma è la scorciatoia facile di un film tremendamente irritante per la maniera in cui sfrutta Ann come un mero orpello performativo (per quel che vale, la performance di Seyfried è trascinante).
C’è molto della sua irrefrenabile verve danzante, ma quasi nulla della forza della sua leadership. Eppure è in virtù di quest’ultima che Fastvold valida il perché di questo racconto, ruffiano e vigliacco nello schermare sotto la corazza del ritratto di donna. Il piccolo e sciocchino shock di ciò che accade negli ultimi dieci minuti sta lì a testimonianza imperdonabile di ciò.
Allora a pensar maliziosi viene quasi il sospetto che Corbet si adoperi a lasciare nelle mani di Fastvold i progetti più vacui e più fessi, come questo vangelo pagano nel Paese che è culla di altre pie figure come quella di Charles Manson, fedi illuminate come Scientology e progetti di serena vita collettiva come Heaven’s Gate e Jonestown. Davvero: da non crederci.


