Osgood Perkins, per tutti Oz, è uno dei nomi che negli ultimi anni stanno provando a ridisegnare il linguaggio dell’horror contemporaneo. Figlio di Anthony Perkins, l’indimenticabile Norman Bates di Psyco, il regista americano ha costruito film dopo film un percorso personale che si allontana dall’horror più commerciale per cercare qualcosa di più autoriale, più atmosferico, più inquieto. Il suo cinema si inserisce in quella corrente di horror d’autore che negli ultimi anni ha trovato interpreti importanti in autori come Ari Aster e Robert Eggers, capaci di dimostrare come il genere possa diventare terreno di sperimentazione e ricerca stilistica.
Negli ultimi anni la filmografia di Perkins ha attraversato fasi alterne: Longlegs è probabilmente il film che ha messo in luce con maggiore chiarezza il suo talento, mentre The Monkey, meno convincente, è un progetto più sfortunato che non ha convinto pienamente. Con Keeper il regista torna a confrontarsi con un horror di atmosfera, un film che prova ancora una volta a lavorare sulle suggestioni e sulle percezioni più che sugli spaventi immediati. Il risultato è imperfetto ma comunque interessante, soprattutto per chi segue con attenzione l’evoluzione di questo nuovo cinema del terrore.
Di cosa parla Keeper?
La storia segue una coppia che decide di trascorrere qualche giorno in una baita isolata nel bosco. Liz (Tatiana Maslany) appare subito inquieta, come se qualcosa nel luogo risvegliasse paure profonde. Malcolm (Rossif Sutherland) prova a mantenere un atteggiamento razionale, convinto che l’isolamento possa aiutare entrambi a ritrovare un equilibrio.
Eppure, la casa sembra custodire una memoria oscura, una storia macabra che affonda le proprie radici secoli nel passato. Infatti, tra ombre che si muovono nelle stanze, presenze appena percepite e visioni che sembrano emergere dal nulla, la baita assume progressivamente una dimensione viva. Non è solo un luogo: è come se avesse un’anima, come se osservasse costantemente i due protagonisti.
Il film gioca apertamente con alcuni stilemi classici del genere: la casa isolata, le presenze invisibili, il passato che ritorna sotto forma di leggenda o maledizione. Eppure, lo fa con uno sguardo più psicologico che spettacolare. L’orrore non è quasi mai esplicito: si insinua lentamente, si accumula scena dopo scena, cercando di entrare sottopelle allo spettatore.

Dentro la mente della protagonista
Come già accadeva in altri lavori di Perkins, il film sembra muoversi soprattutto all’interno della mente della protagonista. Keeper è, infatti, un horror fortemente percettivo, quasi interamente filtrato dalla sua soggettività. Le visioni e le inquietudini che emergono nella baita possono essere lette, almeno fino al colpo di scena e alla rivelazione finale, tanto come manifestazioni soprannaturali quanto come proiezioni interiori, generate da una paura che cresce lentamente e che il film lascia a lungo in sospeso.
Proprio alla luce di quella rivelazione diventa più chiaro anche il sottotesto del film. La vicenda può essere interpretata come una metafora del rapporto tra uomo e donna, costruita attorno alle dinamiche di controllo e potere. Lui incarna una visione rassicurante e apparentemente razionale del mondo, una posizione di stabilità che però nasconde anche un bisogno di dominio. Lei, al contrario, sembra percepire qualcosa che sfugge alle categorie logiche e alla sicurezza maschile: un’inquietudine più profonda, quasi istintiva.
In questa prospettiva l’orrore del film non riguarda soltanto la presenza che abita la casa, ma anche il rapporto tra i due protagonisti. Il progressivo senso di minaccia che avvolge la protagonista può essere letto come l’emersione di una violenza latente, quella stessa dinamica di possesso e controllo che nella realtà può sfociare nelle forme più estreme di sopraffazione. Perkins suggerisce così, senza mai esplicitarlo in modo didascalico, un discorso più ampio sulla fragilità della posizione femminile all’interno di relazioni segnate dal potere maschile.

Quando la regia funziona più della scrittura
Dal punto di vista formale Perkins dimostra ancora una volta di saper girare. Alcune sequenze funzionano molto bene e il design delle creature è tra gli elementi più affascinanti del film. Le apparizioni sono disturbanti senza essere eccessivamente esplicite, ricordando per certi versi l’orrore viscerale di When Evil Lurks o la dimensione rituale e simbolica di Midsommar. In altri momenti si percepisce anche l’eco di film ancora più recenti come Bring Her Back, condividendo la stessa volontà di spostare l’horror verso territori più psicologici e sensoriali. Il principale limite di Keeper riguarda però la scrittura.
A differenza dei suoi lavori precedenti, Perkins qui non firma la sceneggiatura, affidata a Nick Lepard, e la differenza si avverte. Il film parte molto lentamente e per buona parte della prima ora fatica a trovare un ritmo capace di catturare davvero l’attenzione dello spettatore. Alcuni passaggi risultano incerti, altri sembrano non portare da nessuna parte. Fortunatamente il terzo atto riesce a recuperare parte della tensione perduta e Keeper ritrova una certa identità, lasciando intravedere quello sguardo autoriale che negli anni ha reso Perkins una delle voci più interessanti dell’horror contemporaneo.


