Che Brady Corbet andasse tenuto d’occhio, era evidente da tempo. D’altronde, un esordio come L’infanzia di un capo non capita tutti i giorni. Buona difatti era sembrata anche la seconda prova di regia, quel Vox Lux passato decisamente più in sordina. Con The Brutalist, presentato in Concorso all’81esimama Mostra del Cinema di Venezia, si è costretti però a cambiare toni, rassettare l’attenzione e mettere Corbet al tavolo dei grandi, dove siedono i nomi più interessanti del panorama cinematografico contemporaneo. Perché quest’epopea di oltre tre ore è un grande spettacolo cinematografico, di quelli che fanno pensare a un maestro come Paul Thomas Anderson e a titoli cult come Il petroliere, trait d’union tra la settima arte e i grandi romanzi americani.
È lungo, intricato, a tratti davvero eccessivo; insomma, è irrinunciabile The Brutalist, rapisce dal primo istante, quando seguiamo in un claustrofobico piano sequenza l’approdo a New York dell’architetto László Tóth. Muovendoci tra una moltitudine di corpi e rumori, scopriamo la Statua della Libertà, inquadrata però a testa in giù, presagio di una terra promessa ben diversa dalle aspettative. Adrien Brody dona vita e anima alla storia di Tòth, imponendo in ogni inquadratura un volto complicato, che porta le ferite profonde, ma per larga parte taciute, di un sopravvissuto ai campi di concentramento nazisti. La storia dell’architetto attraversa per l’intera durata di tre ore – con tanto di intervallo di 15 minuti – oltre trent’anni di storia americana del dopoguerra, rivelando il vero volto di una nazione capace di incredibili crudeltà.

Una spettacolare epopea in 70mm
Brady Corbet non lascia adito a dubbi. La sua è un’ambizione chiara, che passa anche per degli imponenti titoli di testa fatti scorrere su schermo in orizzontale e una divisione in capitoli che impone al racconto un’austerità a tratti severa. Non bastasse, il film è stato realizzato con uno straordinario 70mm VistaVision. Nonostante ciò, la scrittura fluviale di The Brutalist alterna l’afflato più imperioso della narrazione a stoccate di comicità che rilassano lo sguardo e restituiscono un racconto che attraversa tutte le dimensioni dell’animo umano.
È divertente The Brutalist, è feroce The Brutalist, è pieno, insomma, traboccante di fatti e vicende che rivelano a poco a poco la propria vera natura. Dietro le gesta di un architetto di Budapest, ebreo fuggito alla tragedia nazista, si cela il racconto di un genio e di un artista che segna a fuoco il proprio operato, cementificando al suo interno il proprio passato. Dalla povertà più assoluta in cui si ritrova una volta approdato in USA, László, architetto dall’estro geniale, studente della Bauhaus, trova l’occasione di tornare al proprio lavoro grazie all’imponente commissione del ricco ma volubile Harrison Lee Van Buren, interpretato da Guy Pearce.
La prima parte del film racconta la rinascita di László, dapprima salvato dal cugino Attila (Alessandro Nivola), poi cacciato e costretto a lavorare nei cantieri di Manhattan, infine invitato alla dimora del conte Lee Van per realizzare un’immensa struttura polifunzionale da lasciare in eredità alla comunità. L’inserimento nella famiglia di ricchi uomini d’affari rivela però le prime incrinature di questo cosmo umano, con la regia di Corbet che concede allo spettatore il tempo di sondare le molteplici sfumature dei tanti uomini che iniziano a gravitare attorno al genio di László, tra cui il meschino figlio del conte.
È a conclusione dell’intervallo – inserito da Corbet con un timer a schermo che segna il countdown – che The Brutalist raccoglie gli inizi seminati nella prima metà di quest’epopea per accendere una miccia da cui sarà impossibile tornare indietro. Il genio, l’artista, inizia a impazzire, in apparenza ossessionato dal proprio lavoro. Nel frattempo, la musica di Daniel Blumberg, fatta di un pianoforte costante e sempre sopra un paio di ottave, inizia a farsi grave, così come le immagini di Corbet, alle prese con un montaggio via via più funambolico e al limite dell’onirico.

Un’ambiziosa opera architettonica
The Brutalist è la prima consacrazione di Corbet, e per quanto sospinto da un’ambizione senza precedenti – che passa dalla complessità dell’intreccio umano narrato alle scelte di messa in scena – non si allontana dai temi delle sue prime due opere. Anzi, è l’esasperazione di un’indagine che Corbet ha sempre dedicato alle cause che rendono un uomo ciò che è. Se infatti L’infanzia di un capo si interrogava sulle origini di un efferato Leader, e Vox Lux raccontava le conseguenze di un attacco terroristico su una bambina sopravvissuta e diventata pop star, The Brutalist segue lo stesso pattern ma lo capovolge.
L’epopea racconta László, ma solo alla fine: in un atto conclusivo ambientato alla Biennale di Venezia, dove lo stile di Corbet cambia ancora una volta per adattarsi al nuovo volto della propria storia, ci viene spiegato in maniera quasi didascalica cause ed effetti di ogni momento osservato. Una scelta che acuisce l’idea di una seconda parte più frettolosa dell’incredibile primo atto, ma che al contempo partecipa alla natura libera e vive di un’opera che non si esaurisce fino all’ultimo istante. Quando, a metà secondo atto, ci ritroviamo d’improvviso a Carrara, è facile credere che ormai quel racconto lineare di un uomo giunto in America sia stato abbandonato, sacrificato a un’idea di cinema che vaneggia in cerca di un posto nell’Olimpo dell’arthouse. Corbet, di certo, lavora anche per quello, e in molti potranno accusare il peso di un ritmo che si fa d’improvviso incostante.
Eppure, nonostante la sfida posta all’attenzione dello spettatore, The Brutalist rimane un oggetto affascinante, un giocattolo che sembra rompersi pezzo dopo pezzo, come un palazzo fatto detonare mentre viene ancora posizionato il soffitto. Le immagini di Corbet lo comunicano con una certa lucidità, passando da una prima ora sontuosa, da vero e proprio romanzo di inizio ‘900, a un ultimo atto ripreso con una traballante camera a mano in stile VHS; rinnegamento stilistico e al contempo disvelamento della vera natura di questa storia. L’arrivo negli USA della moglie e della nipote, credute morte da László, accelera l’esposizione del tema centrale del film, parabola della vita un uomo ebreo in una società fondamentalmente intollerante.
The Brutalist assomiglia all’immensa cattedrale di cemento armato eretta lungo decenni da László. È tanto arioso e infinito, quanto claustrofobico, capace di stringercisi alla gola e risvegliarci anche quando sembra potersi arenare nel nulla. Fa tutto parte del piano, del progetto di un architetto, Corbet, che non sempre trova la giusta misura ma che anche nell’eccesso sconclusionato lascia sbigottiti. I 70mm in VistaVision sono grandiosi e concorrono a restituire l’immagine di un cinema grandioso, intessuto di riferimenti pittoreschi e giochi di fotografia chiaroscurali. In ogni inquadratura, il viso di Adrien Brody sembra riassumere l’intera epopea, scavando il racconto nelle guance, negli sguardi, nell’andamento sempre più allucinato. Corbet vuole, cerca la metafora e inizia a costruirla da subito. Come osservando i lavori quotidiani di un cantiere, solo alla fine abbiamo idea di cosa è sempre stato sotto i nostri occhi.


