venerdì, Marzo 1, 2024
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Il diavolo veste Prada: come Meryl Streep ha messo in scena la villain perfetta

Il diavolo veste Prada è una commedia deliziosa che può essere rivista più e più volte senza stancare. Ma è anche un film su una corruzione mefistofelica operata dalla sua grande cattiva: Miranda Priestly.

Non sono molte le commedie che hanno al loro interno un villain così smaccatamente crudele, sottile e ben scritto come Miranda Priestly. C’è ben poco da ridere nel modo in cui suggestiona e corrompe l’ingenua Andrea Sachs, aspirante giornalista interpretata da Anne Hathaway che bussa alla porta della maggiore rivista di moda americana, Runaway, per trovare un lavoro che le paghi l’affitto. Lei si racconta il sogno americano nella versione dei padri: lavora duro, giù la testa, un po’ di fiducia in te stessa e non avrai nulla da temere. Miranda è la versione moderna di quel sogno: ottieni il potere, governa gli altri, usali per accrescere la tua influenza, non farti vedere debole.

Il diavolo veste Prada è una grande commedia, ma ciò che la rende memorabile è la scala cosmica delle contrapposizioni al suo interno. Questione di anime belle e diavoli come suggerisce quello che si merita di essere annoverato tra i titoli migliori di sempre. Il diavolo, senza scomodare il Faust, si trova nell’incontro-scontro tra Miranda e Andrea. La crudeltà della donna non è mitigabile. Non c’è modo, se si sta al gioco della potente direttrice, di cambiare le regole: o ci si conforma a lei o si “muore” (che nel film equivale a venire licenziati). Meryl Streep delinea Miranda Priestly sommando in un collage tante figure ispiratrici. Quella più esplicita è ovviamente Anna Wintour, direttrice di Vogue America. L’aspetto fisico richiama quello della modella Carmen Dell’Orefice e la parlata calma e autorevole è quella che Streep aveva visto da Clint Eastwood nel dirigere i set dei suoi film.

L’intuizione chiave, che ha elevato il suo ruolo da commedia verso una prova d’attrice notevole, sta però nell’averla gestita come si farebbe con una delle grandi figure di potere del cinema, cioè con un taglio shakespeariano complesso. L’autorità di Miranda si staglia sullo schermo come quella di una regina. Un potere fine a se stesso che si alimenta da solo. Un Don Vito Corleone della moda, o un Charles Foster Kane, se vogliamo. Non è un caso che per entrare nel personaggio di Priestly, Streep abbia adottato proprio il Metodo, la tecnica recitativa dei grandi; quella che non imita, ma immerge in un’altra vita.

Scolpire Miranda Priestly da Anna Wintour

Tratto dal libro di Lauren Weisberger, Il diavolo veste Prada è anche uno sguardo divertito sul mondo della moda. Riesce anche a tirare qualche stilettata. La magra Anne Hathaway viene considerata “la grassa” in un turbinio di ragazze sulla crisi di nervi. È molto divertente e non risparmia le tipiche caratterizzazioni a stereotipo dei personaggi secondari in questo genere di film. C’è però un qualcosa di speciale in Emily Charlton, la collega rivale di Andrea. Emily Blunt le conferisce delle movenze di stizza da adolescente, piccoli sguardi invidiosi e giudicanti che mostrano un carattere irrisolto e fragilissimo. È un di più: qualcosa che non si pretendeva e che non è nemmeno necessario, dato il ruolo di spalla che ha, ma c’è questo “di più” ed è delizioso.

Queste finezze aiutano infatti a scolpire per contrasto Miranda Priestly. Perché i veri villain si vedono da ciò che fanno al mondo che hanno intorno e da chi si circondano. Ad esempio: basta vedere come tutti facciano fatica a starle dietro nel walk and talk, mentre lei cammina a passo normale, per capire l’ansia che incute la sua presenza. Il diavolo veste Prada ha speso un milione di dollari solo per sviluppare i costumi. È stato bravo il regista David Frankel a capire di non poter sbagliare il carattere dei vestiti che passano tra le mani della redazione. Streep, infatti, gioca in scena con loro, li usa come spalla, guardandoli come se fossero più “persona” delle persone che li indossano. Nella sequenza delle anteprime, bastano pochi cenni, una mossa della testa, un arricciamento delle labbra per determinare il destino di una collezione. Un’imperatrice. La performance dell’attrice tre volte premio Oscar sembra semplicissima da decifrare, e invece è da capogiro.

Di primo acchito il lavoro è quello di un’interprete che mette tutta l’espressività che ha per fare una cattiva quasi disneyana. Solo che una “Crudelia Demon” qualsiasi andrebbe a lavorare su un registro più alto di gesti e voce. Priestly sottrae le emozioni allo spettatore (e ai colleghi ovviamente). Streep la rende così teatrale eppure inaccessibile: l’unica eccezione è un’inquadratura in un momento privato in cui si concede un po’ di fragilità. Come si concilia l’espressività eccentrica del personaggio con la sua messa in scena misurata sui minimi movimenti? Semplicemente, Streep recita la parte Miranda Priestly come quella di una maschera, sotto cui si cela la vera persona che solo il marito ha potuto conoscere. Probabilmente nemmeno le figlie, avute in tarda età, l’hanno mai potuta vedere lontana dalla sua austera posa. In altri termini: Streep prende l’archetipo di Anna Wintour che conosciamo dalle cronache e dalle apparizioni pubbliche e costruisce dentro di lei una persona complessa mai resa pubblica.

I migliori villain cambiano l’eroe

Il problema dietro a Il diavolo veste Prada è che Andrea tra le grinfie di Miranda ci si butta inconsapevolmente, ma resta consapevolmente. Chi è veramente la villain quando la ragazza diventa lo specchio del suo nemico? In fondo, come provoca una deliziosa fan theory, è lei che fa fuori Emily, è lei che scala rapidamente fino ai vertici causando il suo stesso male. La direttrice di Runaway è viziata e vendicativa. Ma non lo è, in fondo, anche Andrea fino al momento della sua redenzione? Quel finale di liberazione non avviene perché lei è riuscita a far prevalere i propri valori sulla sua principale, bensì perché scappa. Rinuncia a un mondo che non ha possibilità di cambiare. Altro che self-made man (o woman in questo caso): ne Il diavolo veste Prada o ci si uniforma o si va a fare un altro mestiere; il self non esiste.

Originariamente Nigel, il personaggio di Stanley Tucci, doveva essere più buono. Un consulente alla sceneggiatura ha convinto a non farlo così, dicendo che sarebbe stato totalmente irrealistico. Eppure, tra le grinfie di Miranda, Nigel diventa per Andrea un fantasma del futuro che la salva. Totalmente asservito, si becca una delle peggiori umiliazioni lavorative (il ruolo promesso soffiato ad un secondo dalla promozione) e la accetta nella speranza di venire ripagato. Se non ci fosse stato lui, con quella sua gentilezza repressa, per la ragazza acqua e sapone triturata nel mondo della moda non ci sarebbe stata via di uscita. È qui che la commedia diventa più complessa, stratificata, e quindi coinvolgente. Perché il dissidio è, seppur in modo diverso, molto simile a quello dello spettatore. Anche noi vorremmo che Andrea andasse via il prima possibile da quella redazione tossica. Però è così affascinante Miranda Priestly che ogni volta che il film le si allontana si spera che le scene ritornino su di lei.

È una fascinazione molto simile a quella che provano le sue dipendenti: la ragione dice di scappare, gli occhi e il cuore, sedotti, restano. È questa la stoffa di cui sono fatti i migliori villain, e quello messo in scena da Meryl Streep ha un posto in questa ideale classifica. La sua donna fragile, nascosta sotto la perfetta capigliatura, è un magnete di rabbia e frustrazioni nascoste da un nome che è puro potere. Un concentrato di energia così forte che le persone intorno a questo sole, che divora tutto, accettano di vivere solo in funzione della sua luce. Anche a costo di avvicinarsi troppo e iniziare a bruciare allo stesso modo, fino a venirne consumati.

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