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Masters of the Universe, recensione del film con Nicholas Galitzine

Ispirato ai personaggi del celebre brand di giocattoli Mattel degli anni '80 e diretto da Travis Knight, Masters of the Universe è al cinema dal 4 giugno con Eagle Pictures.

Per quasi quarant’anni, Masters of the Universe è rimasto uno di quei titoli che Hollywood sembrava incapace di riportare sul grande schermo. Dopo il film del 1987 con Dolph Lundgren, diventato col tempo un curioso oggetto di culto nonostante la pessima accoglienza iniziale, il franchise ha continuato a sopravvivere grazie alle serie animate e all’affetto di una fanbase fedele. L’arrivo di una nuova trasposizione live-action diretta da Travis Knight (Kubo e la spada magica, Bumblebee) sembrava quindi l’occasione perfetta per rilanciare definitivamente l’universo di He-Man. Il risultato, però, è molto meno convincente di quanto le aspettative lasciassero sperare.

La storia di Masters of the Universe prende avvio su Eternia, un mondo fantastico minacciato dalle armate del malvagio Skeletor (interpretato da Jared Leto). Per salvare il giovane principe Adam, i suoi genitori lo mandano sulla Terra insieme alla Spada del Potere, reliquia che custodisce la magia del loro pianeta. Un incidente durante la fuga separa il ragazzo dall’arma e lo costringe a crescere come un comune terrestre. Anni dopo, Adam (interpretato da Nicholas Galitzine) conduce una vita ordinaria e frustrante, tormentato da ricordi che nessuno considera reali. Quando finalmente ritrova la spada e torna a Eternia, scopre un regno devastato dalla guerra e sottomesso al dominio di Skeletor. Da quel momento inizia il suo percorso per diventare He-Man e reclamare il destino che gli è stato sottratto.

Un film senza una vera identità 

Sulla carta, Masters of the Universe cerca di modernizzare il materiale originale senza rinnegare le sue radici. In pratica, però, sembra continuamente combattuto tra il desiderio di essere preso sul serio e la paura di apparire ridicolo. Knight e gli sceneggiatori (tra cui David Callaham, noto per aver curato anche lo script di Spider-Man: Across the Spider-Verse) sembrano consapevoli dell’assurdità di molti elementi della mitologia di He-Man, ma invece di affrontarla con decisione preferiscono aggirarla attraverso battute autoironiche e continui ammiccamenti al pubblico. Il risultato è un film che raramente trova una propria identità e che appare spesso insicuro rispetto a ciò che vuole davvero essere.

Masters of the Universe. © 2026 Amazon MGM Studios Content Services LLC

Il modello dei cinecomic contemporanei

Dal punto di vista visivo, Eternia è ricostruita con una notevole attenzione ai dettagli. Costumi, ambientazioni e creature recuperano molto degli elementi iconici della serie animata, offrendo ai fan immagini che per anni avevano solo potuto immaginare. Tuttavia, l’impressione generale è quella di una confezione più curata del contenuto. La bellezza degli scenari non riesce a compensare una narrazione che procede per schemi prevedibili e che fatica a generare un coinvolgimento emotivo autentico.

Questo nuovo adattamento di Masters of the Universe guarda apertamente al modello dei cinecomic contemporanei e in particolare alla formula alla formula inaugurata dal primo Thor e poi sviluppata nei capitoli successivi della saga Marvel. L’eroe esiliato, il ritorno alle origini, il conflitto tra responsabilità e immaturità: tutto richiama strutture narrative già viste molte volte. Più che un omaggio, però, quello di Knight e degli sceneggiatori sembra un tentativo di replicare pigramente dinamiche che altrove funzionavano meglio. Anche le grandi sequenze d’azione, pur spettacolari sotto il profilo tecnico, danno spesso la sensazione di essere costruite seguendo un manuale piuttosto che una reale esigenza narrativa.

Nicholas Galitzine (Rosso, Bianco & Sangue Blu, The Idea of You) affronta il ruolo principale con evidente impegno fisico e una sincera partecipazione emotiva. Il problema è che il film gli affida un personaggio scritto in maniera sorprendentemente superficiale. Adam attraversa un percorso di crescita che dovrebbe costituire il cuore della vicenda, ma le sue trasformazioni risultano spesso accelerate e poco credibili. L’attore britannico fa il possibile per conferire umanità a un protagonista definito da dialoghi generici e conflitti interiori appena abbozzati, senza però riuscire a elevare davvero il materiale di partenza.

Masters of the Universe. © 2026 Amazon MGM Studios Content Services LLC

Adam Glenn: l’eroe riluttante

La sceneggiatura di Masters of the Universe insiste molto sull’idea di un Adam riluttante, impreparato e incapace di assumere il proprio ruolo di leader. Si tratta di un concetto interessante, che tuttavia viene sviluppato con scarsa profondità. Molte delle incertezze del personaggio vengono risolte attraverso scorciatoie narrative o improvvise prese di coscienza che non trovano mai il tempo necessario per maturare. Di conseguenza, il viaggio dell’eroe perde gran parte della sua forza e finisce per apparire come una sequenza obbligata di tappe già conosciute.

Tra i comprimari, Idris Elba riesce a lasciare un’impressione migliore della maggior parte dei colleghi grazie a una presenza scenica che aggiunge peso anche alle scene meno riuscite. Il suo Duncan/Man-at-Arms possiede almeno qualche sfumatura drammatica e una motivazione personale che lo rende interessante. Teela, figlia adottiva di Duncan e Capitano delle Guardie di Eternia, svolge il ruolo di alleata determinata e competente, ma il personaggio interpretato da Camila Mendes resta confinato entro limiti piuttosto convenzionali. Al contrario, molte delle altre figure di Eternia vengono utilizzate quasi esclusivamente in qualità di comic relief, contribuendo a quella sensazione di profondo squilibrio nel tono che attraversa l’intero film.

Skeletor e il totale sacrificio della minaccia

Le maggiori difficoltà emergono però nella gestione di Skeletor. Il personaggio rappresenta una delle icone più riconoscibili dell’immaginario fantasy degli anni ’80 e richiedeva un equilibrio delicato tra minaccia e teatralità. La versione interpretata da Jared Leto sceglie invece di accentuare quasi esclusivamente l’aspetto caricaturale. Le sue apparizioni sono costellate di battute, capricci e atteggiamenti volutamente sopra le righe che finiscono per svuotare il personaggio di qualsiasi reale senso di pericolosità.

L’attore premio Oscar costruisce una performance che non passerà inosservata, ma non necessariamente per le ragioni giuste. Ogni scena che lo vede coinvolto sembra concepita per attirare l’attenzione sul personaggio anziché sulla storia, con risultati spesso involontariamente grotteschi. Se l’intenzione era quella di recuperare il lato più eccentrico dello Skeletor animato, l’operazione finisce per sacrificare completamente il senso della minaccia. E se è vero che ogni sword & sorcery che si rispetti avrebbe bisogno di un antagonista forte per sostenere il conflitto centrale, questa scelta non può che risultare estremamente problematica.

Masters of the Universe. © 2026 Amazon MGM Studios Content Services LLC

Un’occasione mancata (per la seconda volta) 

Ciò che delude maggiormente è forse la sensazione che Masters of the Universe non abbia mai il coraggio di prendere davvero una posizione nei confronti del proprio materiale di partenza. Il film non è abbastanza serio per costruire un fantasy epico memorabile, ma non è nemmeno abbastanza audace da trasformarsi in una celebrazione apertamente camp e sopra le righe. Questo nuovo adattamento rimane sospeso in una terra di mezzo che raramente produce momenti memorabili e che spesso si rifugia nella nostalgia come soluzione più semplice.

Masters of the Universe dimostra rispetto per l’estetica e l’iconografia della serie originale, ma fatica a giustificare la propria esistenza sul piano creativo. Travis Knight confeziona uno spettacolo visivamente ricco e tecnicamente convincente, ma privo di quella personalità necessaria per distinguersi nel panorama contemporaneo del cinema fantastico. I fan più indulgenti troveranno probabilmente dei motivi per apprezzarlo, soprattutto grazie ai numerosi riferimenti alla mitologia del franchise. Per tutti gli altri, resta la sensazione di aver assistito – per la seconda volta – a un’occasione mancata: un film che guarda continuamente al passato senza riuscire a costruire qualcosa di davvero significativo per il presente.

Guarda il trailer ufficiale di Masters of the Universe

GIUDIZIO COMPLESSIVO

Masters of the Universe dimostra rispetto per l'estetica e l'iconografia della serie originale, ma fatica a giustificare la propria esistenza sul piano creativo. Travis Knight confeziona uno spettacolo visivamente ricco e tecnicamente convincente, ma privo di quella personalità necessaria per distinguersi nel panorama contemporaneo del cinema fantastico.
Stefano Terracina
Stefano Terracina
Cresciuto a pane, latte e Il Mago di Oz | Film del cuore: Titanic | Il più grande regista: Stanley Kubrick | Attore preferito: Michael Fassbender | La citazione più bella: "Io ho bisogno di credere che qualcosa di straordinario sia possibile." (A Beautiful Mind)

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