E così, è finita anche Euphoria. O, come sicuramente l’avrà chiamata qualcuno, Le perversioni (non più così) segrete di Sam Levinson. Per chi non lo sapesse, è lo showrunner della serie. Che, tra quest’ultima e l’esperimento poco riuscito The Idol, a soli 41 anni si è già guadagnato la nomea di sceneggiatore più pervertito di Hollywood. Figlio del regista premio Oscar Barry Levinson, Sam non sembra avere limiti di immaginazione, rimossi forse dalle sue passate dipendenze dalle droghe e demoliti sempre di più ad ogni nuovo episodio.
Sarebbe facile ridurre queste tre stagioni – più due bellissimi speciali del periodo Covid – della serie HBO a una mera messa in scena e ostentazione visiva dei sogni bagnati del suo creatore. Sarebbe ancora più facile bollare il terzo (e ultimo: la conferma è arrivata proprio con la messa in onda del finale) ciclo di episodi come una deviazione aberrante dal già di per sé atipico teen drama dei primi due. Tutt’altro: Euphoria, alla sua conclusione, ha finalmente mostrato tutto il suo potenziale e raggiunto la sua forma più pura, essenziale e primordiale.
Finito il liceo, arriva l’età adulta (e la morte)
Dell’ambiente scolastico e dei drammi adolescenziali non c’è più traccia. Quasi, perché nonostante il salto temporale di quattro anni qualche personaggio non sembra essere mai uscito dal liceo. In tutto il resto, però, Euphoria è diventata una serie molto diversa. Libera, come se la scuola non fosse altro che una prigione dal quale Levinson non vedeva l’ora di uscire. E ci è riuscito, dopo anni e anni di tribolazioni, ritardi produttivi e membri del cast che (purtroppo) ci hanno lasciati prematuramente: Eric Dane (Cal Jacobs, padre di Nate) per complicazioni dovute alla SLA, e Angus Cloud (Fez) per overdose accidentale.
Forse anche per questo la terza stagione è costruita all’insegna della morte, con i protagonisti che si trovano più di una volta in situazioni di estremo pericolo. Anche l’adrenalina, del resto, può diventare una droga fatale. Perfino il cast è decimato: dei numerosi studenti che popolavano i corridoi e le aule nelle prime due stagioni ne sono rimasti solo una manciata: Rue (Zendaya), Jules (Hunter Schafer), Nate (Jacob Elordi), Cassie (Sydney Sweeney), Maddy (Alexa Demy) e Lexi (Maude Apatow).
Ognuno di loro si è avviato indipendentemente verso la vita adulta post diploma, e forse solo a Lexi, sottopagata assistente sceneggiatrice di una soap opera televisiva, è andata tutto sommato bene. Per tutti gli altri è un disastro in corso o uno già annunciato, a partire da Rue, che si trova costretta a lavorare per un cartello della droga per estinguere i propri debiti, fino a Cassie e Nate, intrappolati in una relazione (poi matrimonio) tossica che può avere fine solo facendo avverare la promessa nuziale: finché morte non li separi.

Gli USA secondo Sam Levinson: denaro e fede
Ecco quindi che, tolta l’anima teen, Euphoria è un po’ tutto e il contrario di tutto. È un neo western, con un incredibile Adewale Akinnuoye-Agbaje nei panni del “cowboy” Alamo Brown; è Breaking Bad che incontra GTA, popolato di boss della droga, prostitute e neo nazisti; ma è anche una favola nera d’amore, nonché un racconto spietato sulle logiche del mondo dell’entertainment e dell’ascesa delle quasi-porno star di OnlyFans. Sono gli Stati Uniti d’America secondo Sam Levinson: senza filtri, doppiogiochisti, contraddittori, selvaggi.
Uno Stato-maschera, che sotto nasconde non una, ma tante facce differenti che si sovrappongono l’una all’altra. Forse Stato-matrioska allora è una definizione migliore. Dove però al posto delle statuine russe ci sono belve feroci pronte ad azzannare alla gola il primo malcapitato. La prima di queste (e la più evidente), che collega tematicamente tutte le storyline, è il denaro. La seconda, più sottile, è la fede. Rue inizia a credere in Dio, Cassie diventa una popolare influencer con centinaia di migliaia di abbonati – i followers sono i nuovi fedeli della neo nata Chiesa del web – che la venerano e la desiderano; perfino Maddy, Nate e Lexi, per motivi diversi, trovano in lei una figura in cui riporre le proprie speranze di benessere economico e professionale.
Ma, a ben guardare, capitalismo e religione sono legate a un doppio filo: entrambi richiedono atti di fede per poter esistere. Riguardate The Wolf of Wall Street e provate a sostenere che Leonardo Di Caprio non sia un predicatore in tutto e per tutto. Questo Sam Levinson lo sa benissimo, e non è un caso che in quest’ultima stagione di Euphoria assumano un ruolo così rilevante i serpenti. Simbolo di corruzione, di deviazione dalla retta via, di tentazioni insidiose. Nella Bibbia non è in effetti proprio un serpente la forma con cui il Diavolo convince Eva a cogliere il frutto proibito?

Eccessi portati all’estremo
Euphoria, insomma, prende la sua matrice di partenza, già di per sé colma di eccessi, sesso, nudità esibita, violenza, sparatorie, droga, crisi d’astinenza, trip allucinatori e fetish peculiari, e la porta ai massimi estremi. Un po’ come l’altra grande serie appena conclusa in queste settimane, The Boys, di fronte a una realtà che supera la fantasia non può fare a meno di andare oltre la fantasia stessa. Solo che la serie Prime Video aveva un focus maggiore sulla deriva distopica della politica statunitense, qui invece Levinson lavora sull’America dei poveri, degli ultimi, dei reietti, che le tentano tutte per reinventarsi, sopravvivere, barcamenarsi in mezzo ai debiti e alle difficoltà. Alcuni falliscono, altri ci riescono, ma a che prezzo?
Ecco perché insistere sulle (dis)avventure di Nate o su quelle pseudo-sessuali di Cassie, fino a toccare il ridicolo e il grottesco, non può essere qualificato semplicemente come l’espressione dei desideri inconsci di un individuo. Magari quell’aspetto sarà presente, ma è innegabile che dietro le scelte di Levinson ci sia un pensiero ragionato e lucido. Tranne su alcuni passaggi, o per alcuni personaggi, la cui presenza e permanenza nella serie risultano meno bene amalgamati con il resto (la storyline senza grande mordente di Jules, per esempio).

Una fucina di star
È interessante, inoltre, che per parlare di questi Stati Uniti così aridi, desertici e poveri, si mettano al centro delle assolute star di Hollywood. Zendaya, Sydney Sweeney, Jacob Elordi, ma anche Colman Domingo, protagonista di una sequenza meravigliosa nel finale che mescola Tarantino e Sergio Leone. Euphoria è stata, per molti versi, la fucina che ha sfornato alcuni degli attori più in voga dell’ultimo decennio, con carriere lanciatissime, premi a non finire e popolarità alle stelle.
Eppure nessuno di loro si rifiuta di mettersi a nudo, né di abbracciare le assurdità che la sceneggiatura propone loro. Soprattutto la Sweeney, il cui personaggio fa esattamente quello per cui lei stessa è stata attaccata e criticata più volte: arrivare alla fama solo grazie alle sue doti fisiche. Mossa intelligente da parte di Levinson e quasi coraggiosa da parte dell’attrice, che con la sua performance mette a tacere un po’ tutti, con buona pace delle pubblicità suprematiste sui jeans/genes di cattivo gusto.
Ma non si può chiudere un pezzo su Euphoria senza menzionare la sua protagonista assoluta. Senza Zendaya, le smorfie e i (rari, ma genuini) sorrisi della sua Rue la serie non sarebbe stata la stessa. Qui è stata consacrata, con due premi Emmy e plausi da ogni dove, e qui il suo alter ego più famoso muore, lasciandoci – al termine di una stagione che più bella e attuale di così non poteva essere – con un semplice “Amen”. Straziante e definitivo, come l’interpretazione di questa grandissima attrice che ha dimostrato di saper fare qualsiasi cosa. E che non ha nessuna intenzione di fermarsi qui. Il 2026 al cinema è suo, e non vediamo l’ora di rivederla negli altri tre film (oltre a The Drama) in cui apparirà entro fine anno.



