Scegliere di raccontare la vita e la poetica di Goliarda Sapienza non attraverso una biografia tradizionale, piuttosto mediante una narrazione priva di linearità, che assume la forma di una bellissima esplorazione affettiva e sensoriale. Così Mario Martone firma una delle sue opere forse più radicali e ispirate della sua ultima produzione, evocando già attraverso la sola incisività del titolo – Fuori – la tensione che ha definito tutta l’esistenza e la scrittura dell’autrice de L’arte della gioia: un essere umano sempre “al di fuori” dei canoni, delle regole, degli schemi e dei ruoli imposti; una condizione scelta ma anche sofferta, trasformata in disobbedienza esistenziale e – inevitabilmente – in atto creativo.
Un’esperienza di rinascita
Unico film italiano in concorso al 78esimo Festival di Cannes, in sala dal 22 maggio e scritto dallo stesso Martone insieme all’ormai sodale – fin dai tempi de Il giovane favoloso – Ippolita di Majo, Fuori è ambientato a Roma, durante l’estate del 1980, e si focalizza su un’esperienza decisiva nella vita di Goliarda Sapienza: la detenzione nel carcere di Rebibbia per il furto di alcuni gioielli di un’amica, a seguito della turbolenta vicenda editoriale de L’arte della gioia, rifiutato all’epoca da tutte le case editrici.
Dalla breve esperienza del carcere nacquero le opere L’università di Rebibbia e Le certezze del dubbio, in cui Goliarda descrisse come l’incontro con alcune giovani detenute si rivelò per lei un’esperienza di rinascita. Proprio quest’incontro fortuito è il cuore narrativo pulsante del film: nello specifico, il legame profondo con Roberta, delinquente abituale e attivista politica, che permetterà a Goliarda non solo di ritrovare la gioia di vivere, ma anche di riconciliarsi con il proprio ruolo di intellettuale e scrittrice.

La regia della disobbedienza
Martone non gira Fuori come un semplice biopic: evita qualsiasi forma di agiografia, e ancor più rifugge il racconto cronologico. Il film procede attraverso salti temporali, dissolvenze interiori, montaggi di immagini che sembrano dialogare con i pensieri e le parole di Goliarda. La macchina da presa insegue, più che rappresentare, l’anima di Goliarda e delle sue amiche, delle sue “sorelle”: Martone si lascia guidare dalla materia che racconta, arrivando a contagiare il linguaggio visivo di verità e immaginazione – proprio come la vera Goliarda aveva fatto in vita – ma anche di un realismo spoglio, vibrante, quasi spettrale.
Fuori è un film sull’identità come processo dinamico, come continuo slittamento, imperitura oscillazione tra la percezione di un mondo interiore e uno esteriore spesso inconciliabili. Goliarda – che rifiutava etichette, appartenenze rigide e ogni compromesso con il potere culturale – è qui raccontata come figura liminale, una donna che si è sempre cercata al confine tra i generi, le classi e le ideologie. Martone esalta questa dimensione attraverso una costruzione difforme che non offre certezze né sintesi rassicuranti, ma che invita lo spettatore a perdersi tra le infinite sfumature e contraddizioni di una vita vissuta comunque al massimo, in precario equilibrio tra ciò che esisteva “fuori” e ciò che perdurava “dentro”.
Una prospettiva esistenziale
Diventa cruciale allora il tema dell’esilio, non tanto da un punto di vista geografico, politico o culturale, quanto piuttosto da una prospettiva esistenziale: Goliarda è sempre altrove, anche quando è al centro della scena; il film la mostra spesso isolata, spaesata, eppure mai rassegnata. Martone rovescia le prospettive fino a confonderle, come del resto ha sempre fatto la stessa Goliarda con la sua vita e le sue opere: la prigione, il “dentro”, diventa un luogo di verità, mentre il mondo esterno, quello che c’è “fuori”, la cosiddetta società civile, è spesso ipocrita e opprimente.

Goliard Sapienza, una “ladra di storie”
Valeria Golino porta avanti la sua personalissima operazione di riscoperta dell’importanza della figura di Goliarda Sapienza. Dopo la regia dell’acclamata serie tv L’arte della gioia, Fuori è come una sorta di cerchio che si chiude: questa volta, infatti, è lei stessa a dare voce, corpo e lacrime a Goliarda, una “ladra di storie” ironicamente disillusa eppure sempre accorta e consapevole, fotografata nel momento più dolente e insieme significativo del suo percorso umano e artistico, quando venne dimentica e lasciata ingiustamente ai margini.
A farle da spalla una bravissima Matilda De Angelis – forse alla prova migliore della sua carriera – che incarna Roberta con tutta la furia, il desiderio e l’inquietudine necessarie. L’intrecciarsi dell’indefinibile rapporto con Goliarda – in cui sembrano convergere tutte le possibili definizioni (amiche, amanti, sorelle, madre e figlia) – non è altro che il riflesso dell’altera complessità della scrittrice stessa, donna non convenzionale che ha sempre rifiutato di essere una sola cosa e per cui la parola non era solo un atto di conoscenza, ma anche una forma di lotta. E nonostante il ruolo meno incisivo, anche Elodie sorprende nei panni di Barbara, un’altra detenuta del carcere le cui ferite radicate vengono portate in scena dalla cantante con notevole intensità.
Un ritratto irrequieto, vivo, frammentato
Fuori è una dichiarazione d’amore libera che non addomestica, che non cerca di rendere la figura di Goliarda accettabile o esemplare, ma che riesce a catturare e restituire l’essenza più intima e profonda di una delle figure più indomabili e misconosciute del Novecento italiano. Coadiuvato dallo splendido lavoro della fotografia di Paolo Carnera, Martone consegna al pubblico un ritratto irrequieto, vivo, frammentato – come forse la vera Goliarda avrebbe voluto – che magicamente si fa riflessione autentica su tutti quei luoghi reali che diventano spazi immaginari, adibiti a peculiare rappresentazione della nostra interiorità, dei nostri desideri e della nostra voglia di essere liberi.


