Dopo i film Miele (2013) e Euforia (2018), Valeria Golino torna dietro la macchina da presa, cimentandosi questa volta con il mondo della serialità. Per il suo debutto come regista di un progetto destinato al piccolo schermo – nonostante la serie abbia goduto di un passaggio nelle sale lo scorso anno dopo la presentazione in anteprima mondiale al Festival di Cannes (a dimostrazione che i confini tra cinema e televisione non sono più così inviolabili) -, Golino sceglie di adattare il controverso romanzo “L’arte della gioia” di Goliarda Sapienza, scrittrice alla quale la stessa regista sembra essere particolarmente legata (prossimamente, infatti, la vedremo proprio nei panni di Sapienza nel film Fuori di Mario Martone).
Indubbiamente, quello de L’arte della gioia è uno degli adattamenti più ambiziosi e complessi della recente produzione televisiva targata Sky, reduce dal grandissimo successo ottenuto grazie ai consensi di critica e pubblico raccolti da M – Il Figlio del Secolo. Il progetto, che ha richiesto anni di gestazione, porta sul piccolo schermo un’opera letteraria densa di significati, sfumature e contraddizioni (il romanzo originale è stato rifiutato per quasi trent’anni dalle case editrici italiane perché considerato “scabroso”), offrendo al pubblico un viaggio intenso e stratificato nell’esperienza femminile legata ai concetti di emancipazione e autodeterminazione.

Un’eroina fuori dagli schemi
Al centro della storia de L’arte della gioia troviamo Modesta (interpretata da Tecla Insolia), una giovane ragazza nata in Sicilia il 1° gennaio del 1900 da una famiglia povera. Fin dall’infanzia Modesta, animata da un insaziabile desiderio di conoscenza, di amore e di libertà, è disposta a tutto pur di perseguire il suo ideale di felicità, senza piegarsi mai alle regole di una società oppressiva e patriarcale. Dopo un tragico incidente che la strappa alla sua famiglia, Modesta viene accolta in un convento, riuscendo ad entrare nelle grazie di Leonora, la Madre Superiora (Jasmine Trinca), grazie alla sua intelligenza e caparbietà. Il suo viaggio la condurrà poi alla villa della Principessa Gaia di Brandiforti (Valeria Bruni Tedeschi), dove si renderà indispensabile ottenendo sempre più potere nel palazzo.
Modesta è un personaggio fuori dal comune, una giovane donna che sfida le convenzioni sociali e morali del suo tempo servendosi di un’indipendenza e di una determinazione a dir poco straordinarie. In questo senso, Modesta è un’eroina decisamente fuori dagli schemi, la cui crescita personale è segnata da momenti di grande luce ma anche di profonde oscurità. Ma L’arte della gioia non è semplicemente il racconto di un incessante movimento di emancipazione accompagnato da un percorso di maturazione personale e sessuale: è la narrazione di una rivoluzione interiore e, di conseguenza, sociale; una sfida costante ad un mondo che cerca insistentemente di soffocare la libertà individuale.
Valeria Golino affronta la complessità dell’opera di Goliarda Sapienza con una regia elegante e raffinata che alterna momenti di struggente intimità a scene di grande potenza visiva, restituendo attraverso le immagini la densità emotiva del testo originale senza mai appesantire la narrazione. La messa in scena e le scelte stilistiche esaltano i molteplici contrasti alla base della storia – miseria e opulenza, sacro e profano, beltà e orripilanza, desiderio e repressione – e contribuiscono a creare un racconto visivamente affascinante e narrativamente avvincente.

Un racconto provocatorio e stimolante
Modesta non è un personaggio da accettare passivamente: è una giovane donna che rifiuta di essere definita dagli altri, che si costruisce la propria esistenza con astuzia e coraggio, che concede a sé stessa il diritto di abbandonarsi all’amore e al desiderio senza sensi di colpa. In questo senso, L’arte della gioia non è solo il racconto di una giovinezza a dir poco eccezionale, ma diventa un manifesto della possibilità di autodeterminarsi, un inno alla ribellione contro ogni forma di oppressione.
Nonostante l’intero cast brilli per la qualità di performance intense e sfaccettate che contribuiscono a rendere vivo e credibile il microcosmo in cui Modesta si muove, è indubbiamente l’interpretazione di Tecla Insolia a lasciare il segno: l’attrice (che di recente abbiamo visto al cinema in Familia di Francesco Costabile e che vedremo prossimamente ne L’albero di Sara Petraglia) offre una prova decisamente magnetica che riesce a catturare tutte le impalpabili sfumature di Modesta – dalla sua forza alla sua vulnerabilità, dalla sua lucidità alla sua imprevedibilità -, confermandosi uno dei giovani talenti più interessanti dell’attuale panorama cinematografico italiano.
Con L’arte della gioia, Valeria Golino firma un adattamento coraggioso e potente, capace di rendere giustizia ad un romanzo considerato per anni scomodo e inclassificabile. La serie riesce ad essere fedele allo spirito del libro pur trovando un proprio linguaggio espressivo, offrendo al pubblico un’esperienza visiva ed emotiva di grande intensità. L’incredibile storia dell’ardimentosa Modesta è un viaggio nelle pieghe dell’animo femminile, un’esplorazione delle sue contraddizioni ma anche delle sue potenzialità.
Quello de L’arte della gioia non è di certo un racconto consolatorio, semmai provocatorio e stimolante che invita a interrogarsi su cosa significhi avere il diritto a ricercare il piacere (inteso non solo da un punto di vista meramente sessuale, ma anche – e soprattutto – come insaziabile sete di libertà) e quanto sia difficile da conquistare. E in questo, proprio come il romanzo di Goliarda Sapienza e alla luce di certe tematiche considerate oggi più che mai sensibili, la serie trova la sua più autentica ragion d’essere.
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