La formula di rito, ispirato a una storia vera, ha una risonanza diversa in casi come questo. Dipende dai fatti, dipende dalle emozioni, dipende dalle cose come sono andate e da come sarebbero potute andare. Familia è l’adattamento per il grande schermo dell’autobiografia di Luigi Celeste dal titolo “Non sarà sempre così”. È diretto da Francesco Costabile, anche sceneggiatore insieme a Vittorio Moroni e Adriano Chiarelli. Arriva nelle sale italiane il 2 ottobre 2024 per Medusa Film. Prima però passa a Venezia 81, nella sezione Orizzonti.
Ispirato a una storia vera, una tragica storia vera. Luigi Celeste ha scritto un’autobiografia di caduta e rinascita. La sua vita è spezzata da una cesura netta, un prima e un dopo suggellati nel sangue. Una storia vera, una storia tragica; fossero andate diversamente le cose, però, si parlerebbe di un femminicidio in più. È, il film, la storia della famiglia che ti assegna il destino e di quella che cerchi nei posti più assurdi, la storia di legami vischiosi e di trappole anche mortali. Nonostante tutto, nonostante il dolore opprimente che riempie lo schermo, al centro e ai margini, è anche la storia di una speranza insopprimibile. Una speranza ponderata, che fa i conti con la realtà, con la durezza tragica e l’irrimediabilità di certe scelte.
Francesco Costabile si muove in una cornice di fatti che possono essere leggermente aggiustati ma non stravolti, ne andrebbe della dignità dell’operazione. È un problema etico, e soltanto poi cinematografico: la storia vera pretende dal regista un adattamento rigoroso e integro. Francesco Costabile, alla seconda regia dopo Una femmina (2022), risponde presente. Se non fosse l’ennesimo insopportabile escamotage retorico, verrebbe da dire che Familia è un film necessario, per i temi che tratta.
La storia di una famiglia complicata
Detto questo, bisogna parlare del cast. È costruito bilanciando con una certa accortezza novità e riconoscibilità. Familia è una storia raccontata da occhi giovani, gli occhi di Francesco Gheghi e Marco Cicalese, occhi che assistono al pietoso spettacolo di un matrimonio sbagliato, il rapporto tossico tra Barbara Ronchi e Francesco Di Leva. Giovani i figli, dei quali lo spettatore sa poco o nulla. Un po’ più grandi (ma non così tanto) i genitori, conosciuti e apprezzati dal grande pubblico. Nel mezzo, ai primi lampi di carriera ma già con un ruolo pesante sulle spalle (L’arte della gioia) la mediatrice perfetta, Tecla Insolia.
Il mix di novità e consuetudine serve, a Familia e alla regia di Francesco Costabile, per aiutare lo spettatore a entrare dentro la storia. Il volto nuovo spoglia il racconto di accenti spettacolari e prestigiosi. Quello conosciuto tranquillizza. Il film riflette indirettamente sul tipo di approccio che un cinema civilmente e sentimentalmente degno deve seguire, nell’affrontare materie così scottanti. Il primo comandamento: racconta il dolore e non nascondere nulla, ma senza morbosità o tracce di compiacimento.
Franco (Di Leva) è un padre violento e picchiatore, malato ma non può essere un’attenuante. Arrogante e possessivo al limite del patologico (limite abbondantemente superato), massacra di botte la moglie Licia (Ronchi) sotto gli occhi dei figli inermi, Luigi e Alessandro. Licia non si ribella, all’inizio, perché ha paura, si vergogna e non crede che le cose cambierebbero. Per amore dei figli fa un tentativo. Si rivolge a chi può darle una mano e il padre violento finisce ai margini. Avanti tutta, molti anni dopo; Familia spezza nettamente la narrazione e ci proietta, senza fronzoli, nel vero presente della storia, quello che interessa di più a Costabile, la giovane età adulta dei due fratelli cresciuti senza padre.
Alessandro (Cicalese) vive in simbiosi con la madre e a Franco non ci pensa più. Luigi (Gheghi) – da questo momento in poi il film viaggia essenzialmente sul suo sguardo – cerca di superare l’assenza del padre cercando una famiglia dove gli capita di trovarla. Entra a far parte di un gruppo di estrema destra e non per vicinanza ideologica, ma perché almeno lì la rabbia che sente dentro trova una cornice di appartenenza e identità. Una cornice orribile, ma che basta a dargli la sensazione di aver riempito la lontananza. C’è anche l’amore di Giulia (Insolia), che non riesce a tenerlo lontano dai guai. Un giorno il padre ritorna. E Luigi scopre nel suo destino un’ineluttabilità da eroe tragico.

Dal dolore alla voglia di ripartire
Francesco Costabile riempie la storia di un senso di tragica inesorabilità nei confronti di un destino già scritto, per il resto lasciando che sia il film, con il suo dolore e la sua speranza, a parlare allo spettatore, senza aggiungere altro. Un realismo sobrio e rigoroso, che solo nel racconto della violenza paterna, intravista negli occhi dei bambini, trova qualche scintilla di creatività formale e un lavoro più libero sull’atmosfera. Familia è un film doloroso e opprimente, a tratti difficile da digerire, perché è disperatamente vero. Costruito su un asciutto realismo e un’aderenza stringente ai fatti, esplora motivazioni e psicologie dei personaggi per tirare fuori l’universale dal particolare: parlare di una famiglia “sbagliata”, per raccontarle tutte.
Francesco Costabile lavora di sottrazione e di negazione: ci porta lontano mille miglia dal racconto di una famiglia serena, mette il dito nella piaga delle violenze, degli abusi e della sopraffazione – a soffrire, sempre e solo, donne e giovani – per raccontarci la bellezza del legame, l’importanza, il disperato bisogno di famiglia che si nasconde dentro ciascuno di noi. Costabile lavora anche di contraddizione, ma consapevolmente: se è vero che la storia procede implacabile verso il suo esplosivo finale, non lo fa ripiegandosi sul dolore. Per quanto paradossale possa sembrare, dal dramma soffia il vento di una liberazione e una ripartenza.
E di questo parla il film, oltre il dolore, oltre la morte, oltre il cinema di periferia e gli squallidi scenari urbani, oltre una cifra stilistica che sa di già visto e lo avvicina a tanti esempi di realismo dolente del contemporaneo italiano: della voglia e della speranza di cambiare le cose e di farlo per il meglio. Luigi e Franco sono maschere della stessa commedia, definiscono entrambi la propria vita nel segno della violenza, ma in un senso radicalmente diverso. Il figlio ha il coraggio di assumersi quelle responsabilità che il padre rifiuta. Luigi accetta le conseguenze delle sue scelte e perciò diventa, nella tragedia, l’uomo vero che suo padre non è e non sarà mai. Questo nonostante l’esteriorità di Franco, nonostante il suo comportamento (le botte, l’attitudine possessiva) sia il ritratto di un certo modo, tossico ma di grande presa, di inquadrare la mascolinità.
Barbara Ronchi lavora di sottrazione per suggerire la verità di Licia nel non detto e nei silenzi, tratteggiando un ritratto di femminilità offesa ma dignitosa, non vittimistica. Francesco Di Leva lotta contro l’ingratitudine del ruolo, deve nutrire la cattiveria di Franco senza farlo sembrare un mostro, raccontando la sua umanità, le sue debolezze e anche un disperato lampo di lucidità sul finale. È l’incarnazione della mascolinità sbagliata contro il tentativo del figlio di essere una versione migliore dell’uomo che suo padre non potrà mai essere. Il discorso sulla costruzione del maschio, del padre e dell’uomo giusto, poteva essere più rifinito, Familia lo corteggia soltanto. Ma le ricompense da inseguire, qui, sono più viscerali che intellettuali.



Familia un gran bel film, bravissimi tutti e 3 gli interpreti e il regista, di una attualità disarmante non vedo perché dargli solo 3 stelle, merita di più, merita tutto e pubblico , per me 5 stelle e lode.
Familia un gran bel film, bravissimi tutti gli interpreti e il regista, di una attualità disarmante non vedo perché
dargli solo 3 stelle, merita di più, merita tutto e pubblico , per me 5 stelle e lode.