La fiaba, la fantascienza, l’apologo, il mistero, il segnale, l’umano, il cinema e quell’immancabile residuo senso di benessere, di bontà, di ottimismo; Steven Spielberg l’ha fatto ancora. Steven Spielberg – il maestro, il cantastorie, il favolista – si è fatto nuovamente strumento della Settima Arte cogliendone l’elemento più umano e al contempo estraneo, soprannaturale, enigmatico. Quell’elemento che da sempre abita il suo cinema e che da sempre si manifesta attraverso lo sguardo rivolto verso qualcosa di più grande, di sconosciuto, di apparentemente incomprensibile.
Ed è forse proprio questo il primo, grande paradosso di Disclosure Day. Un film che nel titolo promette una rivelazione e che, in realtà, non rivela assolutamente nulla dell’operato del proprio autore. O meglio, non aggiunge niente che già non sapessimo. Non smaschera Spielberg, non ne ridefinisce la poetica, non ne modifica il linguaggio. Al contrario: lo conferma. Lo ribadisce. Lo rafforza. Non ce n’era bisogno, eppure ne siamo ancora una volta entusiasti. Perché se c’è una cosa che Disclosure Day dimostra è quanto Spielberg continui a padroneggiare il mezzo filmico con una naturalezza che appartiene soltanto ai grandissimi narratori. Esistono registi che utilizzano il cinema come strumento espressivo. Spielberg, invece, sembra pensarlo come una lingua madre. Una lingua che conosce istintivamente, quasi biologicamente, e che continua a parlare con una fluidità impressionante anche dopo oltre cinquant’anni di carriera. E sarà inevitabile tornare più avanti proprio sul concetto di linguaggio, perché è lì che si nasconde il cuore più profondo dell’intera operazione.
Scritto a quattro mani insieme a David Koepp – storico collaboratore già dietro film come Jurassic Park e La guerra dei mondi -, il nuovo lungometraggio del regista americano rappresenta un ritorno esplicito a quel territorio narrativo che più di ogni altro ha contribuito a definire l’immaginario spielberghiano: l’ignoto. Il contatto. L’incontro con ciò che viene da altrove. E non è difficile cogliere fin dalle primissime immagini il legame quasi filiale che unisce Disclosure Day a Incontri ravvicinati del terzo tipo. Non si tratta semplicemente di una questione tematica o iconografica. Piuttosto, sembra di assistere ad una sorta di dialogo a distanza tra due opere separate da quasi cinquant’anni di storia del cinema ma accomunate dalla stessa domanda fondamentale: cosa accade quando l’essere umano si trova improvvisamente davanti a qualcosa che non possiede ancora gli strumenti per comprendere?

Volti di fiducia in un mondo che trema
Se il cinema di Spielberg ha sempre avuto bisogno di figure capaci di incarnare empatia, curiosità e senso della meraviglia, Disclosure Day trova nel proprio cast uno dei suoi punti di forza più evidenti. Emily Blunt interpreta Margaret Fairchild, meteorologa brillante e sensibile, donna che osserva il cielo per professione ma che finirà inevitabilmente per guardarlo anche alla ricerca di qualcos’altro. Josh O’Connor presta invece il volto a Daniel Kellner, personaggio inquieto e costantemente in movimento, trascinato dentro una vicenda molto più grande di lui. Colin Firth veste i panni di Noah Scanlon, amministratore della multinazionale Warnex e principale antagonista del racconto, figura fredda e controllata che rappresenta il volto istituzionale del segreto e della censura. Accanto a loro troviamo Eve Hewson nel ruolo di Jane Blankenship, compagna di Daniel e presenza fondamentale all’interno della sua fuga, Colman Domingo nei panni di Hugo Wakefield, guida morale e politica della resistenza alla Warnex, e Wyatt Russell nel ruolo del compagno di Margaret, personaggio apparentemente secondario ma destinato ad assumere un significato importante nell’economia emotiva della vicenda.
È interessante osservare come Spielberg abbia scelto interpreti che il pubblico tende spontaneamente ad associare a sentimenti positivi. Emily Blunt, Josh O’Connor e Colman Domingo possiedono infatti una presenza scenica che comunica fiducia ancora prima che i loro personaggi inizino a parlare. Persino Colin Firth, pur interpretando il principale antagonista della storia, conserva quella naturale eleganza umana che rende il suo Noah qualcosa di più complesso di un semplice villain. E forse non è un caso. Perché Disclosure Day è un film che continua a interrogarsi sulla possibilità di credere negli altri, sulla fiducia, sull’accoglienza e sulla speranza. Sentimenti che Spielberg continua ostinatamente a difendere anche all’interno di un mondo sempre più dominato dalla paura e dal sospetto.

Il rumore prima del segnale
Tutto comincia in un’arena gremita di spettatori. Sul ring due wrestler si affrontano mentre la folla esplode in un continuo vortice di urla, applausi e luci artificiali. Tra il pubblico si trova Daniel Kellner, apparentemente uno spettatore come tanti. In realtà il ragazzo è coinvolto in un’operazione molto più grande di lui e deve consegnare un misterioso congegno ad una persona ben precisa. Spielberg non perde tempo e introduce immediatamente la componente spionistica del racconto, trasformando quella che sembra una normale serata di intrattenimento sportivo nel punto di partenza di una fuga destinata ad allargarsi fino a coinvolgere l’intero pianeta. Dietro le quinte agisce Noah Scanlon, amministratore della potente multinazionale Warnex e figura centrale di un sistema costruito sulla manipolazione dell’informazione e sul controllo della conoscenza.
Quando qualcosa va storto, Daniel è costretto a fuggire insieme alla compagna Jane Blankenship, ritrovandosi improvvisamente al centro di una rete di interessi politici, economici e scientifici che minaccia di travolgerlo. La loro corsa attraversa città, archivi, basi operative e luoghi apparentemente scollegati tra loro, mentre il misterioso dispositivo che trasportano assume progressivamente un’importanza sempre più cruciale. Nel frattempo, a Kansas City, Margaret Fairchild conduce una vita molto diversa. Meteorologa di talento, trascorre le proprie giornate studiando fenomeni atmosferici e cercando di interpretare segnali che sembrano spesso sfuggire alle normali logiche della previsione scientifica. È proprio durante uno di questi momenti di apparente quotidianità che avviene l’episodio destinato a cambiare tutto: l’ingresso improvviso di un piccolo cardinale rosso all’interno di casa. L’uccello appare per pochi istanti, ma abbastanza per riaccendere qualcosa che Margaret sembrava aver perduto da tempo. Una curiosità, una sensibilità, forse addirittura una fede.
Da quel momento il film inizia lentamente a svelare il legame invisibile che unisce il destino della donna a quello di Daniel, due figure lontanissime che si scoprono progressivamente parte dello stesso disegno. A guidarli è Hugo Wakefield, uomo determinato a contrastare le politiche censorie della Warnex e a riportare alla luce una verità che qualcuno sta cercando disperatamente di nascondere. Mentre il mondo si avvicina ad un evento capace di ridefinire il concetto stesso di conoscenza, i percorsi dei protagonisti iniziano così a convergere verso una rivelazione che riguarda il futuro dell’intera umanità.

La grammatica dell’ignoto
Se c’è un tema che attraversa tutta la filmografia di Spielberg è quello dell’incontro con l’altro. Non semplicemente l’alieno, non semplicemente l’extraterrestre, ma l’estraneo: ciò che viene da fuori. Ciò che irrompe all’interno della nostra realtà costringendoci a ridefinire le categorie attraverso cui interpretiamo il mondo. Da questo punto di vista Disclosure Day appare quasi come una sintesi di molte delle ossessioni che accompagnano il regista fin dagli anni Settanta. L’extraterrestre torna ad essere simbolo di possibilità, di apertura, di confronto con l’incomprensibile. Non una minaccia da annientare ma una presenza da accogliere. Un interlocutore prima ancora che un invasore. Spielberg continua a guardare verso il cielo non per raccontare ciò che vi si nasconde, ma per interrogare chi lo osserva dal basso.
Il film costruisce continuamente un delicatissimo equilibrio tra fede e razionalità, tra dubbio e risposta, tra conoscenza e mistero. Da una parte troviamo chi considera il sapere una risorsa da controllare, amministrare e censurare; dall’altra chi vede nella condivisione della conoscenza l’unica strada possibile verso il progresso collettivo. In mezzo si colloca l’intera umanità, sospesa tra il desiderio di sapere e la paura di ciò che potrebbe scoprire. L’immaginario divinatorio che attraversa il film appare allora fondamentale. I fenomeni atmosferici osservati da Margaret, il cardinale rosso che irrompe nella sua casa, i segnali disseminati lungo il racconto, le coincidenze che sembrano sfidare il caso; tutto contribuisce a costruire una dimensione sospesa tra spiritualità e scienza, tra intuizione e metodo, tra destino e libera scelta. Spielberg non sembra interessato a stabilire quale delle due dimensioni prevalga. Al contrario, sceglie di mantenerle entrambe in costante dialogo. Ma il vero nucleo del racconto è altrove. Disclosure Day è soprattutto un film sul linguaggio.
Come accadeva in Incontri ravvicinati del terzo tipo e come sarebbe accaduto molti anni dopo in Arrival di Denis Villeneuve, il problema non è il contatto, il problema è la comunicazione. Come si parla con qualcosa che non si conosce? Come si interpreta un segnale proveniente da un’intelligenza diversa dalla nostra? Come si decodifica un messaggio quando manca completamente il sistema di riferimento necessario per comprenderlo? Ogni personaggio del film sembra impegnato in una forma diversa di traduzione. Margaret interpreta il cielo. Daniel interpreta i codici. Hugo interpreta la Storia. Noah interpreta il potere. Tutti cercano disperatamente di attribuire significato a qualcosa che sfugge continuamente alla comprensione immediata. Tutti tentano di dare forma ad un linguaggio che ancora non possiedono. Ed è qui che Spielberg introduce un discorso sorprendentemente metacinematografico. Perché il cinema stesso è un linguaggio. Un sistema di segni. Un insieme di immagini, suoni e simboli che esistono soltanto nel momento in cui qualcuno li riceve e li interpreta. E forse non è un caso che proprio questa idea diventi progressivamente il centro dell’intera operazione.

Il cinema come atto di rivelazione
La scena iniziale del film è probabilmente una delle più significative dell’intera opera. Siamo su un ring di combattimento. La macchina da presa assume la soggettiva di uno dei due wrestler. È il suo sguardo ciò che vediamo. Il suo corpo diventa il nostro corpo. Veniamo sollevati in aria, sbattuti contro il tappeto, trascinati verso le corde, strattonati da una forza che non controlliamo. Spielberg non ci introduce gradualmente all’interno del racconto. Ci scaraventa dentro. La telecamera ci schiaffa violentemente all’interno di questa realtà altra, un po’ magica, un po’ fantascientifica, un po’ distopica. Eppure profondamente umana. È un gesto apparentemente semplice ma che contiene già tutto il film. Perché Disclosure Day parla continuamente di immersione. Di partecipazione. Di coinvolgimento.
Anche per questo motivo il rapporto tra Daniel e Margaret assume progressivamente una dimensione che supera la semplice funzione narrativa. I due personaggi sembrano muoversi come elementi complementari di uno stesso organismo. Come due metà separate di una figura più grande che il film sceglie intelligentemente di non esplicitare mai del tutto. Uno cerca di trasmettere qualcosa, l’altra cerca di comprenderlo. Uno è movimento, l’altra è interpretazione. Uno porta il messaggio, l’altra ne decifra il significato. Ed è impossibile non vedere in questa dinamica una riflessione più ampia sul rapporto che lega chi crea un’opera e chi la riceve. Come il regista e il pubblico. Come l’autore e lo spettatore. Come chi parla e chi ascolta.
Il cinema diventa allora il tramite. Il luogo dell’incontro. Lo spazio in cui il significato può finalmente prendere forma. Un linguaggio che esiste soltanto nel momento in cui qualcuno lo utilizza e qualcun altro lo comprende. Ed è forse proprio qui che si nasconde la più grande intuizione di Disclosure Day. Nel suggerire che ogni immagine sia un tentativo di comunicazione. Che ogni film sia una forma di contatto. Che ogni racconto sia, in fondo, un messaggio inviato verso l’ignoto nella speranza che qualcuno, da qualche parte, riesca a decifrarlo. Perché il cinema, come il linguaggio, come la fede, come l’amore, continua ad abitare quello spazio fragile e meraviglioso che separa chi cerca di farsi capire da chi è finalmente disposto ad ascoltare. E forse Disclosure Day non rivela nulla. Eppure, proprio per questo, finisce per rivelare tutto.


