lunedì, Maggio 23, 2022
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Diabolik: i Manetti Bros. raccontano il film, tra fumetto e nostalgia

Diabolik è il film dei Manetti Bros. tratto dal celebre fumetto, con protagonisti Luca Marinelli e Miriam Leone. Al cinema dal 16 dicembre.

Diabolik è, di sicuro, uno dei titoli più attesi del panorama cinematografico italiano attuale: un film che parte da un fumetto cult, lo adatta per il grande schermo a distanza di cinquantatré anni dalla prima, grande, versione firmata da Mario Bava (era il 1968) e porta soprattutto la firma dei Manetti Bros., Antonio e Marco, capaci di segnare il moderno panorama italiano con film entrati di diritto nell’immaginario collettivo, come il pluripremiato Ammore e Malavita e Song ‘e Napule.

Questa volta i Manetti si confrontano con un gigante che ha segnato gli anni ’60, nato dalla fantasia di due sorelle come Angela e Luciana Giussani e, per celebrarlo nel migliore dei modi, hanno scelto di avvalersi di un cast di eccellenze italiane composto da Luca Marinelli (visto di recente in The Old Guard e in Martin Eden, qui nei panni del “diabolico” genio del crimine protagonista), Valerio Mastandrea (la sua nemesi Ginko) e Miriam Leone (reduce dal film Marilyn ha gli occhi neri e qui nei panni di Eva Kant). Accanto a loro, una serie di comprimari di lusso come Alessandro Roja, Serena Rossi e Claudia Gerini.

Tutti presenti, insieme ai produttori, agli autori della colonna sonora Pivio e Aldo De Scalzi con Manuel Agnelli e a Paolo Del Brocco per Rai Cinema, alla conferenza stampa che ha presentato il film prima della sua uscita nelle sale, prevista per il prossimo 16 dicembre in circa 500 copie (vista l’esclusiva uscita natalizia). Ovviamente le prime domande hanno coinvolto subito i Manetti Bros., visto il loro evidente legame (sia tecnico che sentimentale) con un tema come la nostalgia, che sembra aleggiare come un fantasma sulla Clerville ricreata per le avventure di Diabolik:

«Noi siamo consapevoli di una verità: che un regista non debba per forza rifarsi al cinema classico per costruire una propria carriera. Noi, con Diabolik, abbiamo realizzato il film che sentivamo di voler fare. Amiamo il fumetto e abbiamo girato la versione che sognavamo da appassionati. Certo, non possiamo negare né la nostalgia verso gli anni ’70, che ci permea a livello stilistico ma soprattutto identitario e generazionale, quanto la nostra volontà di realizzare un film classico, essendo dei veri appassionati. Che so, ci piacerebbe girare prima o poi un film nello stile di Hitchcock, al quale abbiamo umilmente rubato delle inquadrature in Diabolik.

Il nostro è un film analogico che usa anche il digitale, soprattutto quando deve creare una sospensione dell’incredulità che deve indurre lo spettatore a credere nei marchingegni e nei piani arditi – e criminali – di Diabolik, ricreando la suggestione di un periodo – gli anni ’60, appunto – che corrisponde ad un’epoca dell’innocenza : abbiamo così cercato di ricostruire l’atmosfera, grazie soprattutto all’uso dei costumi, del trucco, del parrucco e di scenografie suggestive capaci di evocare i luoghi descritti dalle Giussani. In tal modo Clerville, Ghenf, Bellair trovano la loro dimensione “concreta” tra le strade (e gli interni) di Bologna, Trieste, Milano e Courmayeur. La nostra volontà era quella di essere fedeli tanto al film quanto al fumetto, ma la fedeltà non esiste: è un discorso soggettivo, che ognuno vede in un certo modo e con un certo grado di oggettività, per poi diventare una “questione di sensibilità personale”».

Per le inquadrature, oltre ad essersi ispirati al cinema classico e di genere, i Manetti Bros. si sono rifatti a quelle originali del fumetto, e in particolare a quel “famoso” numero 3 che, nella fenomenologia di Diabolik, rappresenta una piccola, grande, rivoluzione: l’entrata in scena di Eva Kant, fredda e calcolatrice “diva” del crimine, nella vita del ladro più pericoloso di Clerville. Pantera bianca lei, pantera nera lui: due animali notturni e due realtà complementari che si intersecano alla perfezione nella scacchiera delle loro vite trasgressive, pericolose e al limite della legalità.

La prima apparizione di Eva nel terzo episodio della serie segna un cambio di rotta sostanziale: dalla prima compagna di Diabolik, Elizabeth – una donna soggiogata e vittima del suo partner, una geisha interpretata nel film da Serena Rossi – le Giussani capirono che al genio del crimine serviva una donna forte come Eva, capace di trasformarlo da un Fantomas qualunque (un uomo in calzamaglia) in una pericolosa minaccia per la tranquillità cittadina.

Una donna indipendente nei cui panni si cala Miriam Leone, descrivendo così la sua Eva Kant: «Per costruirla, mi sono ispirata tanto alle bionde “ghiaccio bollente” dei film di Hitchcock, cercando di plasmare il personaggio di una donna femminile e a suo agio tanto nei panni di una lady, ricca ereditiera, quanto di una ladra senza scrupoli, quanto… alle stesse sorelle Giussani, creatrici di Diabolik nel lontano 1962. Ho dedicato tutto il mio lavoro sul set a loro, che sono state capaci di creare questa donna non al servizio di un uomo».

«Eva è un pianeta e non un satellite, lei e Diabolik sono luce e ombra, Ying e Yang, due animali notturni seducenti, diversi e complementari come due facce della stessa medaglia. Le sorelle Giussani mi hanno accompagnata, insieme ai Manetti Bros., nella creazione di Eva che è una donna che non ha nulla da invidiare al personaggio maschile protagonista: entrambi sono due forze che si riconoscono ed attraggono come magneti».

A fare eco alle parole della Leone sul suo personaggio, arrivano anche gli altri due protagonisti maschili del film, altri poli opposti che si inseguono sulla scena seguendo delle traiettorie tracciate da ossessioni e desideri latenti: stiamo parlando dell’ispettore Ginko interpretato da Mastandrea e, infine, del solo e unico Diabolik, nei cui panni troviamo Marinelli:

Valerio Mastandrea: «Io di Ginko conservo un’immagine che ho maturato da bambino, quando comunque leggevo i fumetti e tifavo… per il genio del crimine! Così mi sono letteralmente inventato il personaggio insieme ai registi, perché nel corso della mia carriera ho avuto a che fare poche volte con ruoli iconici e, per paura di non somigliare a quell’immaginario specifico, mi sono inventato un’idea personale del personaggio. Mi sono chiesto spesso quanto Ginko fosse parte integrante di Diabolik e quanto, il primo, cerchi di servirsi della legge stessa per non prenderlo mai».

Luca Marinelli: «Interpretare Diabolik porta con sé un senso di responsabilità gigantesco. Per prepararmi nel migliore dei modi ad interpretarlo ho raccolto tutte le informazioni possibili e letto tutti i fumetti utili, per poi… dimenticare tutto, creando una mia idea personale. Ognuno aveva la propria idea su Diabolik, così abbiamo creato il personaggio insieme ai Manetti Bros.».

Manetti Bros. che si rivelano ancora una volta fondamentali nel perpetuare una tradizione cinematografica – quella dei generi – che sta riscoprendo in Italia una vera e propria rinascita contemporanea, come dimostra il successo di Gabriele Mainetti al botteghino (con i suoi Lo chiamavano Jeeg Robot e Freaks Out); a tal proposito, i due fratelli romani hanno detto:

«Partiamo dal presupposto che per noi, fare cinema, è un piacere e deve essere facilissimo. Sognavamo di realizzare Diabolik da anni ma ci sentivamo sempre troppo “piccoli” per poter osare; poi il nostro produttore ci ha spinto a scrivere un soggetto breve, due paginette su come avremmo voluto vedere il film. Lo abbiamo presentato a Mario Gomboli della casa editrice Astorina – che pubblica solo Diabolik, NdA – che ha commentato così il nostro progetto: “sono cinquant’anni che aspetto questo testo”. Noi e Gabriele Mainetti siamo amici e onestamente non sappiamo se ci sono delle analogie nel modo che abbiamo di fare cinema, ma sappiamo bene che i film con i quali siamo cresciuti – e che abbiamo guardato – sono un segno generazionale: ammiriamo il suo coraggio nel realizzare opere che vorrebbe vedere da spettatore, senza temere il giudizio di nessuno».

E sono proprio i Manetti a fare riferimento a Mario Gomboli, “l’uomo ombra” dietro Diabolik, colui che ha accolto l’eredità delle Giussani portandola avanti nel tempo e che ha raccontato così quel momento specifico in cui ha capito che quello dei fratelli romani era il progetto giusto per riportare il re del crimine di Clerville sul grande schermo:

«Mi ha convinto ad accettare il progetto una frase che dissero in redazione i Manetti Bros.: “noi non vogliamo fare un film SU Diabolik, ma film DI Diabolik”. Da lì ho capito le loro intenzioni. Considerate che, negli ultimi venti anni, sono arrivate davvero tante proposte per adattare il fumetto sul grande schermo, e sono state tutte scartate perché ogni volta che si voleva portare Diabolik al cinema lo si voleva trasformare in Zorro, in un giustiziere della notte, in un serial killer etc. Invece Diabolik è un personaggio fuori dagli schemi talmente diverso da non poterlo ricondurre a nulla di noto, e così tante proposte sono saltate, anche quelle più interessanti a livello economico… beh, lui ruba i soldi, ma noi di Astorina no!»

A chiudere la conferenza ci pensa Paolo Del Brocco (delegato Rai Cinema) con una dichiarazione forte sull’identità di questo film e sul legame che intercorre tra la trasposizione e il fumetto:

«In questo film non ci sono supereroi che salvano il mondo da qualche minaccia o cose simili. Ciò che mi sorprende ogni volta che penso alla creatura delle Giussani è l’identità che ha, legata in modo inscindibile alla nostra cultura: e anche Diabolik è un film fortemente italiano, realizzato come se fossero gli anni ’60, con protagonisti dei personaggi a misura di uomo. Perché Diabolik, nella sua “diabolicità”, è comunque pur sempre un uomo normale».

Guarda il trailer ufficiale di Diabolik

Ludovica Ottaviani
Imbrattatrice di sudate carte a tempo perso, irrimediabilmente innamorata della settima arte da sempre | Film del cuore: Lo Chiamavano Jeeg Robot | Il più grande regista: Quentin Tarantino | Attore preferito: Gary Oldman | La citazione più bella: "Le parole più belle al mondo non sono Ti Amo, ma È Benigno." (Il Dormiglione)

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