Piccole Donne, recensione del film di Greta Gerwig con Saoirse Ronan

scritto da: Ludovica Ottaviani

Piccole Donne è tornato: il grande classico della lettura per ragazzi firmato da Louisa May Alcott cambia veste, “ringiovanisce” aggiornandosi ai nostri tempi 3.0 e trova nei volti dei giovani Saoirse Ronan e Timothée Chalamet – icone della nuova Hollywood – i simboli di questa nuova versione diretta da Greta Gerwig, regista/attrice/sceneggiatrice a sua volta protagonista della nuova stagione indipendente figlia dell’era post #MeToo che è stata capace d’infondere il proprio tocco da commedia indie in un classico senza tempo.

La Gerwig ha basato questa versione sia sul romanzo della Alcott che sui suoi scritti, ripercorrendo avanti e indietro nel tempo la vita dell’alter ego dell’autrice, Jo March. La sua macchina da presa ha seguito le avventure delle quattro sorelle March – Jo, Meg, Amy e Beth – alle prese con la vita, le difficoltà della crescita, i dolori causati dalla Storia e dall’esistenza quanto i primi amori e le relazioni tra uomo e donna, tra parenti, ma soprattutto la “sorellanza” che legherà sempre le quattro giovani donne protagoniste, immortalate alla ricerca del loro posto nel mondo.

A fianco ai già citati Ronan e Chalamet – rispettivamente nei panni di Jo e Laurie – ci sono anche Emma Watson (Meg March), Florence Pugh (Amy March), Eliza Scanlen (Beth March), oltre ai veterani Meryl Streep (zia March), Laura Dern (Marmee March), James Norton (John Brooke) e Bob Odenkirk (Mr. March).

Il nuovo Piccole Donne, proprio come un meraviglioso specchio vintage, riflette il gusto e i sentimenti della sua “creatrice” Greta Gerwig: il suo senso dell’umorismo, la sensibilità indie e il gusto per la commedia trovano spazio in un mondo evocato sul grande schermo che è ben lontano da tutto questo, soprattutto per una questione spazio-temporale. I precedenti adattamenti cinematografici avevano sempre puntato sugli aspetti più “rassicuranti” ed educativi insiti nella storia delle quattro sorelle, trasformando un romanzo femminista “coming-of-age” in un semplice racconto di formazione figlio del XIX Secolo, lontano dalla complessità dei tempi in continuo cambiamento.

Per la prima volta la Gerwig è stata capace, al contrario, di trasformare una storia “lontana” e classica in materia viva, brillante, dotata di un ritmo incalzante che suggerisce piuttosto le atmosfere di una moderna commedia indie come il precedente lavoro della regista, il pluripremiato Lady Bird; ma nel caso di Piccole Donne la storia nata dalla penna della Alcott trova finalmente il giusto medium per essere raccontata, forte di una sensibilità moderna che avvicina i giovanissimi protagonisti all’età dei potenziali spettatori, siano essi poco più che adolescenti o adulti che ancora ricordano, con struggente meraviglia, la propria “age of glory” vissuta prima dei vent’anni.

La regia della Gerwig è post-moderna, frammentaria e patinata al punto giusto: decostruisce gli abituali concetti cartesiani di spazio-tempo sui quali si articola l’idea stessa di Arte regalando allo spettatore un racconto fluido, incalzante, veloce come una giga e dal ritmo forsennato di una danza ungherese; drammi e risate si rincorrono sul grande schermo, il passato s’innesta nel presente delle quattro giovani sorelle alla continua ricerca del loro posto nel mondo permettendo allo spettatore di seguirle, di spiarle da una “posizione privilegiata”, semplicemente prendendo la mano tesa dalla Gerwig e lasciandosi andare.

Se nelle precedenti versioni le sorelle March si aggiravano sempre intorno alla trentina (o quasi), incarnando quindi il ritratto di donne sì giovani, ma già cristallizzate in una loro forma fissa, qui la scelta di un cast di attori più in linea con le età mostrate nel romanzo sospende davvero l’incredulità suggerendo un mondo immortalato nel cruciale passaggio dall’età dell’innocenza (l’infanzia) fino all’età adulta, dipingendo con pennellate decise e figlie della pop-culture le struggenti contraddizioni dell’adolescenza.

Piccole Donne è, quindi, l’adattamento inaspettato e sorprendente, talmente brillante da sembrare un film autonomo, erede di nessuna tradizione, anarchico e libero; indisciplinato come la sua protagonista Jo March, ribelle e indipendente che permette di spazzare via ogni ombra di femminismo militante, ogni dubbio sulle riflessioni odierne legate alla condizione delle donne nella società attuale. Raccontando una storia – complessa e corale –, Greta Gerwig riesce a lanciare uno sguardo sul nostro presente, mostrando sensazioni, sentimenti, paure, dolori e gioie che le piccole donne di tutto il mondo ancora provano oggi.

Guarda il trailer ufficiale di Piccole Donne

Ludovica Ottaviani

Imbrattatrice di sudate carte a tempo perso, irrimediabilmente innamorata della settima arte da sempre | Film del cuore: Lo Chiamavano Jeeg Robot | Il più grande regista: Quentin Tarantino | Attore preferito: Gary Oldman | La citazione più bella: "Le parole più belle al mondo non sono Ti Amo, ma È Benigno." (Il Dormiglione)


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